La mappa dei popoli

di Linda Chiaramonte per PeaceReporter
Raccontare i rifugiati, i migranti, i richiedenti asilo attraverso le mappe geografiche, è quello che fa Philippe Rekacewicz, cartografo d'inchiesta, geografo e giornalista fra gli ideatori e realizzatori del nuovo Atlante Un mondo capovolto di Le Monde Diplomatique/Manifesto uscito da poche settimane in Italia. "La carta trasmette un messaggio politico", dice Rekacewicz, "è un mezzo di propaganda non un oggetto fedele alla realtà, ma soggettivo, che dipende dalle scelte del cartografo". Le carte dell'Atlante, oltre trecento, sembrano schizzi fatti a mano. "Una dimensione umana che semplifica, ma non semplicista, che cattura l'attenzione per diffondere ad un pubblico più ampio un oggetto scientifico che fornisce dati e trasmette emozioni, imprecisioni. Non è la precisione che importa quanto la rappresentazione simbolica per capire meglio il reale. L'uso dell'immaginazione e dell'arte serve per fare arrivare meglio il messaggio. La manipolazione dell'uso delle carte serve come propaganda, ad esempio attraverso la misura, la scala utilizzata. Ingrandire le proiezioni aumentando le dimensioni mostra quanto un paese sia importante, grande e minaccioso. Anche la cartografia che appare più neutra nasconde alcuni elementi. La carta è un affare di stato, non un oggetto neutro". Abbiamo incontrato Philippe Rekacewicz a Bologna, ospite dei seminari di Le Monde Diplomatique organizzati nelle scorse settimane dal Dipartimento di discipline storiche dell'Università e dal mensile francese. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Quali sono limiti e meriti dei confini geografici?
La frontiera è un elemento della geografia molto ambivalente, rappresenta un ostacolo, un oggetto per respingere e al tempo stesso raggruppa e protegge la gente. Per rifugiati, migranti, viaggiatori, è un ostacolo, a volte facile da superare, a volte meno, che provoca morti e feriti. È una frammentazione tangibile artificiale del pianeta, strettamente legata a decisioni politiche di regolazione del territorio. Sul pianeta ci sono già paesi ricchi dominanti dove tutto è più facile, e poveri dominati, in cui la popolazione ha difficoltà a vivere, curarsi, istruirsi, accedere ai diritti fondamentali e alla democrazia. Nelle democrazie, dove questi diritti sono assicurati e nei cui spazi ci si può muovere facilmente, le frontiere esistono, sono barriere doganali, segnano il limite di sovranità di uno stato, ma gli uomini le possono attraversare quasi senza vederle. Come nell'area Schengen. Elementi tangibili che diventano virtuali, esistono, ma di cui quasi non ci si accorge. Quando si proviene da un paese ricco è tutto più facile, ma la frontiera è un elemento discriminante e pericoloso per i quattro quinti del pianeta. Gente che ha bisogno del visto per attraversarla, che non si può muovere liberamente, a cui è vietato l'accesso a intere regioni e continenti. È un diritto fondamentale negato per una grande fetta del pianeta che spesso lascia paesi autoritari dove i diritti sono violati. È una discriminazione scandalosa perchè lascia vivere nella povertà estrema e impedisce alle persone di muoversi per accedere ai diritti fondamentali. È un oggetto paradossale e molto perverso che permette al tempo stesso di definire i limiti di una sovranità, di raggruppare i popoli in seno alla loro nazione sulla base di un senso di appartenenza legata ad un territorio definito da una frontiera che fa sentire protetti come in un guscio, ma pericolosa per tutti quelli che sono all'esterno che avrebbero legittimamente il diritto di entrare nel guscio e a cui è impedito farlo. Un elemento che respinge, rigetta, discrimina, e impedisce di circolare liberamente nel pianeta. Talvolta divide, separa, popoli uguali o che si assomigliano, popoli amici. È stato straziante nella guerra nell'ex Jugoslavia federale, fatta da una mescolanza di serbi, croati e bosniaci. Dove far passare la frontiera nel caso di famiglie con padre croato e madre serba, al centro del letto? La frontiera che separa è inconcepibile, anche se serve per dividere popoli differenti, ma su quale criterio si decide che un popolo è diverso dall'altro e che bisogna separarli? Dove tracciarla? Su quale criterio si ammette la rivendicazione territoriale di un popolo su un determinato territorio? Storico, archeologico, sociale, nazionale? La maggior parte di questi criteri sono inammissibili, illegittimi. Sono per un mondo aperto con unità territoriali gestibili a misura d'uomo. Non so quale sia l'unità più adatta, la regione, il dipartimento, la città. La frontiera è strumento di pace formidabile per definire i limiti in cui vivere, ma mi ha molto emozionato il giorno in cui con Schengen sono state abbattute le frontiere e cancellati i controlli.
Quali sono gli elementi positivi delle frontiere?
La regolamentazione delle tariffe doganali, utile per proteggere da speculazioni, conquiste territoriali e commerciali. Alla fine degli anni '80, quando l'URSS e il comunismo si sciolsero, sarebbe stato necessario proteggere questi paesi proiettati verso un capitalismo selvaggio, quello della Russia di Eltsin, che oggi pagano un prezzo molto elevato per la crisi finanziaria e per essere stati precipitati in un sistema di mercato brutale che ha provocato povertà e discriminazione. Rinforzare la frontiera, regolare i flussi finanziari ed economici, li avrebbe senza dubbio preservati dal ciclone economico, dalla bolla speculativa enorme e dannosa che li ha investiti. La frontiera è positiva quando serve a regolare e proteggere un'economia. È necessario avere territori, frontiere, stati di diritto, che legiferino per ristabilire una forma di uguaglianza fra le persone. Purtroppo accade raramente, inoltre oggi c'è la grande frontiera di Schengen, la più mortale e pericolosa al mondo, che uccide migliaia di persone, molto più di altre frontiere di paesi in conflitto definite pericolose. Una delle più sanguinanti di questa Europa che si sente a rischio e si protegge contro la terribile minaccia degli stranieri. Il ruolo della frontiera, aperta verso l'esterno e in cui c'è libera circolazione di persone e beni, da dentro sembra positivo, ma siamo ciechi davanti alla macelleria che provoca fuori per tutte le popolazioni che cercano disperatamente di entrare in Europa.
C'è una grande contraddizione: un mondo sempre più globalizzato, ma che costruisce sempre nuovi muri e barriere. Come si spiega?
È vero, c'è una grande contraddizione. È difficile cartografare un mondo che si globalizza, in cui i flussi finanziari sono sempre più rapidi, miliardi di dollari fanno il giro del pianeta in meno di un minuto, le frontiere non esistono. Un mondo virtuale, in cui si ha accesso a quasi tutti i media in tempo reale, l'accesso all'informazione è talmente enorme da produrre l'effetto contrario, come se non ci fosse. Avere milioni d'informazioni equivale a non averne, cosa che i sovietici avevano capito benissimo nel disegnare le carte, producendole talmente grandi e ricche di dati da non vedere più nulla e risultare inutili. C'è un paradosso, le merci circolano quasi in maniera libera intorno al globo, passano dalle dogane, i prodotti coltivati in Senegal arrivano tutte le mattine sui banchi dei mercati di Parigi, il commercio internazionale è ben organizzato, ma alcuni accordi che servirebbero a proteggere i paesi più vulnerabili restano fermi. La finanza funziona, ma le frontiere sono chiuse per poveri e malati fatto che crea spesso rigurgiti di nazionalismo, sentimenti di appartenenza, come dalla caduta dell'URSS, la frammentazione di territori e l'insorgere di velleità di indipendenza. La divisione della Jugoslavia in molte unità territoriali sempre più piccole ha sviluppato sentimenti ultranazionalisti di difficile gestione. La costruzione di nuove frontiere provoca separazioni di famiglie e popolazioni, è fonte potenziale di conflitti fra i paesi per l'acqua o l'approvvigionamento del gas, gli esempi sono numerosi. Dietro l'idea che la frontiera protegga esiste la minaccia di una migrazione che vuole invadere il territorio, come accade in Italia. Un'impressione virtuale che non corrisponde assolutamente alla realtà delle cifre sulla quantità delle persone che arrivano. Ci sarebbe una reale capacità dell'Europa di assorbire questa popolazione, basterebbe smettere di piegare i paesi poveri e organizzare un vero aiuto per sviluppare attività nei loro paesi. La gente parte perché le condizioni di vita sono impossibili. Oggi ovunque si costruiscono muri che separano le frontiere e le rendono ancora più pericolose. Prima dei muri si poteva passare in modo più o meno sicuro, ora dove c'è un muro ci sono pattuglie armate, morti. Le frontiere nazionali sono intese come qualcosa che protegge, ma c'è un'altra frontiera del tutto eccezionale: il muro palestinese, una frattura odiosa e orribile che dilania il paesaggio, con la particolarità di seguire la linea verde che non è veramente una frontiera, ma un limite internazionale, il solo riconosciuto. La linea del '49, fa da ufficio di frontiera, è una linea invisibile che si può attraversare senza rendersene conto come a Gerusalemme, al punto che, poiché gli israeliani occupano la Cisgiordania e i territori palestinesi, hanno giudaizzato, israelizzato gli edifici pubblici, l'arredo urbano, creando una tale confusione da non capire che si è passati altrove e questa frontiera, legalmente riconosciuta da un'istituzione internazionale, l'ONU, sparisce, non esiste nel paesaggio. È pura virtualità. Al contrario il muro strazia il paesaggio si allontana di parecchi chilometri dalla linea verde e solca il territorio palestinese, è il caso in cui non esiste una frontiera, ma un muro di sicurezza per proteggersi dai barbari, i selvaggi. Il muro ha di fatto la funzione di ufficio di frontiera ed è totalmente illegale, riconosciuto come tale dalla corte internazionale di giustizia, dalle Nazioni Unite, dalla comunità internazionale, ma è tangibile. C'è una frontiera legalmente riconosciuta, invisibile, che si può attraversare in ogni direzione e un'altra rappresentata da un muro orrendo che separa la popolazione palestinese che frammenta e sta uccidendo la società. Il muro è totalmente illegale, non ha alcuno status, è unilaterale. Ci sono altri muri interiori costruiti per proteggersi dall'altro. In molte città in Messico, Brasile, Argentina, il muro serve per non vedere le bidonville che stanno dietro, per negare e nascondere ciò che crea problemi. Lo stesso nell'Irlanda del nord per separare cattolici e protestanti. Da una parte c'è una moltiplicazione di scambi che permette di andare dappertutto velocemente circolando intorno al pianeta in aereo, dall'altra popoli che si irrigidiscono sulle loro identità nazionali, costruendo muri che dividono ulteriormente i territori. È la logica delle gated communities in cui si rinchiude una popolazione in uno spazio perché c'è una grave minaccia esterna. Il muro, il limite, impedisce alla gente di andare in alcuni luoghi, è la strategia adottata anche nei supermercati o nei negozi degli aeroporti dove ci sono barriere artificiali a guidare il flusso della gente e invogliarla a spendere, il percorso non è libero, ma guidato. È una scienza.
Ci sono molti clichè sulle rotte percorse dai migranti, sono credibili?
È difficile dire da dove passano i flussi migratori. Niente di meno conosciuto, molti movimenti ci sfuggono. Forse si sanno le direzioni, ma non le rotte. Ci sono flussi che dall'Africa vanno in Europa con direzioni molto generali. Questo vale solo per una piccola parte di migranti, su un centinaio di migliaia di persone solo qualche decina utilizza le frontiere terrestri, molti prendono l'aereo. Molta migrazione "clandestina" è entrata in modo legale attraverso gli aeroporti. Non tutti sono sorvegliati come quelli americani, si può eludere la vigilanza uscendo senza troppi problemi. Alcuni aeroporti sono molto grandi e sono luoghi di passaggio per chi ha un passaporto falso. La polizia non ha la capacità di verificare i documenti di ogni viaggiatore, diverse migliaia al giorno. Oggi ci sono quantificazioni molto approssimative, non si conosce nel dettaglio la portata dei flussi, si lavora con dati anacronistici, dello scorso anno o più vecchi, non si fa monitoraggio sulla sorveglianza delle frontiere, le conoscenze sulle migrazioni sono frammentate. Non solo i flussi non sono conosciuti, ma data la tendenza dei governi a chiudere i centri di accoglienza, c'è molto meno controllo. Esistono milioni di senza patria, gente senza identità, una popolazione sconosciuta, non identificata. Il Nepal ha capito che era meglio regolarizzarla dando a milioni di senza patria un'identità e una nazionalità, un certificato di nascita, cosa mai successa nella storia. È rimarchevole che il governo di un paese povero si sia lanciato in un'operazione simile, anche Thailandia e Cambogia stanno seguendo questa linea. I governi capiscono che per la sicurezza nazionale è più importante dare referenze alle persone, potendo esercitare più controllo su di esse. Non lo fanno per filantropia, ma per averne un'idea più precisa, quantificarli, dar loro uno stato civile, cosa che ne rende più facile la gestione.
Cosa pensa dei recenti casi di navi di migranti mandate indietro dall'Italia?
È scandaloso, ma è una pratica diffusa. Quando le guardie costiere recuperano barche di migranti nel mediterraneo, se possono li riaccompagnano indietro. Sanno che se li portano sulla terra ferma per curarli, per legge sarebbero obbligati ad accettare le richieste di asilo dei più vulnerabili e in pericolo. È più pratico mandarli indietro grazie agli accordi fra paesi, la cosiddetta esternalizzazione, delegando la gestione dei flussi alla polizia e allo stato libico, che lo fanno secondo le proprie leggi e i propri sistemi. Uno scivolamento a sud delle frontiere dell'Europa. C'è l'Europa con le frontiere di Schengen, ma quelle vere vanno più lontano. I migranti che provengono dai paesi poveri rappresentano reddito, c'è bisogno di loro per sopravvivere. È una situazione di legalità immorale, un comportamento avallato dalla legge, visti gli accordi bilaterali, ma immorale. Si specula sulla pelle dei poveri, si è nella legalità della UE, ma anche nell'immoralità di valori umani calpestati come il diritto alla libera circolazione dei popoli che vivono in situazioni di conflitto, spesso provocate dalla nostra eredità coloniale. Oggi invece di affrontare queste responsabilità si spendono miliardi per mettere in sicurezza le frontiere, trascurando i più elementari diritti umani. L'Australia, ad esempio, ha deterritorializzato un'isola per evitare che i richiedenti asilo esercitassero questo diritto nel paese. Li sistema fuori dal territorio nazionale per impedire loro di rivendicare lo status di rifugiato.
Lei ha sottolineato come ormai un uomo sia considerato tale solo in virtù di un passaporto. È davvero così?
Un essere umano è tale con o senza passaporto. Chi proviene dal cosiddetto mondo referenziato, con passaporto UE, è avvantaggiato, ma quanto vale un passaporto nord coreano, turkmeno o senegalese? Il valore umano si attribuisce in rapporto all'identità e alla nazionalità scritte sul passaporto. Dietro a queste statistiche ci sono esseri umani che portano drammi terribili, ma anche una ricchezza per la comunità. Chi non ha passaporto né identità non è protetto da nessuno stato e ha legittimamente il diritto di ritrovarne una per diventare qualcuno. È necessario guardare ai migranti con occhi nuovi, non come una minaccia. Oltre al concetto di frontiera in senso occidentale, come frammentazione dello spazio lineare, esiste un'accezione più orientale di spazio di transizione, territorio di passaggio come per i nomadi delle steppe dell'Asia centrale, dove la frontiera è il territorio stesso. C'è una totale fusione e confusione fra la frontiera e il territorio, in questo spazio transitorio c'è vita, come attorno al lago di Tiberiade dove non ci sono frontiere, ma accordi per l'uso dell'acqua e della terra. Lì drusi, ebrei, arabi, utilizzavano le sorgenti d'acqua sullo stesso territorio e s'incrociavano. Esistono molti territori interstiziali dove ci sono integrazioni, incroci di genti, senza conflitti per rivendicare un territorio. Oltre alle frontiere intese come limiti geografici, che separano la gente, la raggruppano attorno ad un'idea nazionale, la frontiera corrisponde anche alla speranza di spazi comunitari che appartengano e siano gestiti da tutti, e non per questo siano il caos.

Vaticani Aborti...


Signori e signore, ho l'onore di presentarvi l'Arma di distruzione di massa per eccellenza.
Cosa? Ah no, non è un missile anticarro super-intelligente e tantomeno una mina antiuomo. Si tratta di un affarino microscopico, che si può tranquillamente tenere con due dita e che in questo paese medievale sta facendo parlar di sé ormai da tanti anni.
Mi riferisco alla Ru486, “volgarmente” detta anche pillola abortiva.
In tutto questo gran vociare di movimenti “contro” e “pro” mi è tornata in mente la scena di Matrix in cui Morpheus pone a Neo la scelta tra le due pillole: con una continui il viaggio in Matrix, con l'altra torni all'ovattata società.
Non entrerò nel merito di come funziona o di quali siano i danni chimicamente rilevanti della pillola, principalmente perché ero un gran somaro quando studiavo chimica, ed in quella materia tale sono rimasto. L'unica cosa che mi interessa – e che ho trovato girovagando nell'archivio di Repubblica – è il “come funziona?” ed il “quali sono gli eventuali danni?”.
Riporto fedelmente le due risposte:
1)Come funziona?
«La Ru486 blocca il progesterone, un ormone fondamentale per lo sviluppo della gravidanza, inibisce lo sviluppo embrionale e causa il distacco e l'eliminazione della mucosa uterina, un processo simile a quello che avviene durante le mestruazioni. Non richiede né anestesia né intervento chirurgico e, se usata correttamente, funziona nel 95% dei casi. »
2)Controindicazioni ed effetti collaterali?
«Non può essere somministrata a chi prende anticoagulanti o cortisonici. I decessi, grande materia del contendere, su oltre 1 milione e mezzo di donne in Europa e oltre 650mila in America sono stati 29.»Solo 29!!! Un po' poco per dire che assumere la pillola fa rischiare il decesso, no?

Come se non bastasse, pochi giorni fa è stata depositata in sede parlamentare la relazione annuale sull'interruzione volontaria di gravidanza, la quale dice che il nostro è il paese col tasso di aborti più basso d'Europa. Nel 2008 sono stati 121.000 casi, il 4% dell'anno precedente e il 48% meno del 1982(data in cui è stata scoperta la pillola). A ciò si aggiunga che tutta questa discussione è assolutamente inutile perché la Ru486 è già usata da tempo in Italia. L'ingresso nel prontuario farmaceutico serve solo per permettere alle Regioni – visto che le spese per il farmaco sono a carico del Servizio Sanitario Nazionale – di non doverlo acquistare all'estero (e quindi di risparmiare qualcosina...).

È un po' di tempo che mi sto fissando sulla società machista in ci viviamo. E la materia del contendere – che non è tanto la pillola in sé, ma questo lo vedremo tra un attimo – rientra a buon titolo in quest'ottica.
Io ho sempre sostenuto che ci sono delle cose che non possono e non devono essere stabilite per legge. Semplicemente perché non si può standardizzare un comportamento che è diverso da singolo a singolo, e che addirittura all'interno di un unico individuo può variare a seconda del contesto e dell'esperienza personale. Mi riferisco all'eutanasia e – appunto – all'aborto, perché come ben capirete ognuno di noi ha una diversa sensibilità nell'affrontare casi come la propria o l'altrui morte, che sia essa di un corpo o di un qualcosa che deve ancora formarsi. In questi casi reputo l'unica cosa giusta da fare sia lasciare totale libertà di scelta a chi ci si trova invischiato. Avete notato chi si sta accanendo in questa vicenda? Il Ministro Sacconi ed il Vaticano per lo più. O meglio, solo il Vaticano perché il governo italiano è pilotato da Santa Romana Chiesa. E il Vaticano da chi è comandato? Da uomini, ma guarda un po'! Cioè da gente che definisce l'aborto una “violazione dei diritti di uguaglianza di sessi”. Perdonatemi, ma francamente una cazzata simile mi fa ridere, visto e considerato che – a parte in un film – non ho mai visto partorire un uomo.
Sappiamo tutti poi quanto a questo governo interessi ritrovare l'accredito perduto tornando sotto la gonnellina papale dopo gli scandali e scandaletti (o scaLdaletti??) degli ultimi tempi...

"La Ru486 è un simbolo che il Vaticano non ama perché la scienza si è alleata con il femminismo" dice Emile-Etienne Baulieu, padre della pillola abortiva.
E io credo che il vero motivo del contendere sia tutto qui: tutto in quella concezione medievale della donna-oggetto, sforna-bambini e comunque subordinata al padre/marito-padrone. E chi se ne frega se la donna viene picchiata o violentata, evidentemente vestiva in maniera troppo sexy (e non lo dico io ma “Suor Maria” Binetti, emissario opusdeiano in Parlamento...).
Alle volte penso che in questo paese non siano solo le donne a subire violenze e stupri. Penso che lo stesso trattamento sia destinato anche alle parole. Prendiamo il termine “aborto”: visto esclusivamente come sinonimo di omicidio. Quando si è di fronte a casi di ragazzine “dall'ormone sveglio” per così dire sono d'accordo anch'io. Ma nel momento in cui ci si trovi di fronte a ragazze e donne che magari rischiano la vita nel caso portino avanti la gravidanza credo bisogna togliersi quel manto bigotto di derivazione clericale e farsi da parte. Autodeterminazione si chiama. Perché in ogni caso l'aborto è un dramma. La legge sull'aborto è un diritto.

Alcuni anni fa – non ricordo dove, come e perché – ho visto un video su una sorta di “figura professionale” che mi fa alquanto schifo: sono quelle persone che vanno dalle donne che hanno deciso di abortire – e che quindi si trovano in una situazione psicologica non certo semplice – a fargli il predicozzo sul fatto che l'aborto è un omicidio e tutte 'ste belle paroline qui. Io ero convinto che i “terroristi integralisti” fossero quelli che combattiamo in Afghanistan o in Iraq. O almeno così ci aveva fatto credere la "santa cultura occidentale mainstream". Perché mi chiedo con quale dignità si possa andare ad infierire in quel modo su chi ha già le difese abbassate. Come si può fare del vero terrorismo psicologico sugli indifesi.

In tutto questo, però, sono riuscito a trovare anche un risvolto abbastanza “comico” e cioè l'affannosa rincorsa del volere papale da parte dei nostri neocon governativi, che vogliono introdurre dei “test socio-psicologici” per le donne che decidono di abortire. Non mi fa ridere tanto questa decisione, che forse potrebbe anche essere un'idea decente, quanto i “criteri” scelti, visto che si taglierebbero fuori:

1. donne che non hanno conoscenze linguistiche adeguate...magari con un paio di traduttori, o di personale che conosce lingua, usi e costumi del paese di origine si potrebbe evitare questa esclusione
2. chi risiede a più di un'ora da un ospedale...ma se c'è il ricovero?!?
3. chi non ha un'alta tolleranza al dolore...e vabbé, questa passiamogliela altrimenti dice che ce l'ho con loro...
4. le donne sole o prive d'assistenza...vedasi il punto 3.
5. le donne prive di auto...questa è veramente una “perla”, una di quelle cose comiche che non sarebbero venute in mente neanche al grande duo di Totò e Peppino De Filippo!! Da applausi veramente!! Mi spiegate qual'è il motivo per cui bisogna tener fuori chi è privo di auto? Perché pensare che possa farsi accompagnare è considerato un pensiero troppo comunista?
C'è un'altra cosa che non capisco, e che per questo mi fa protendere per la linea ipocrita di chi si dichiara “pro-vita” o altre etichette consimili: perché parlano tanto di salvaguardare la vita di un embrione (non entro nel merito, altrimenti facciamo notte...) ma non fiatano quando sotto i bombardamenti o nelle guerre in cui noi “civilmente occidentali” siamo i fornitori unici di armi muoiono i bambini? Cos'è, quelli essendo nati nella parte sfigata del mondo non hanno diritto alla vita?

"Quella medicina è proprietà morale delle donne" disse il ministro francese Claude Evin. Ecco – continua Balieu - mi piace pensare che la Ru486 è delle donne, sono loro a dover decidere.”
Parole sante (è proprio il caso di dirlo).