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| foto: solo-opiniones.com |
Proprio Fox era stato l'uomo che aveva chiuso la lunghissima epoca del Partido Revolucionario Institucional (che di rivoluzionario, comunque, ha solo il nome) durata qualcosa come 70 anni e che oggi torna a scrivere un nuovo capitolo della storia messicana attraverso la “telecracia peñista”, come la definisce Jenaro Villamil, giornalista per la rivista Proceso. Ma andiamo con ordine.
Peña Nieto, il vecchio che avanza. In questi giorni in Italia su Enrique Peña Nieto si è scritto poco, e quel poco è stato spesso scritto anche male, arrivando ad etichettarlo come “rivoluzionario” solo in base al nome del suo partito.
Nato nel 1966 ad Atlacomulco, nel nord dello Stato del Messico, avvocato, gaffeur[3], noto playboy con cinque figli – due dei quali avuti fuori dal matrimonio – e svariate relazioni (tutte da confermare le voci che ne vorrebbero alcune omosessuali), due matrimoni entrambi chiacchierati: la sua prima moglie è infatti morta in circostanze più che misteriose mentre la seconda è la nota attrice di telenovelas Angélica Rivera. Nota la sua vicinanza all'Opus Dei.
A lui i poteri che governano il Messico – tra cui anche quello dei cartelli della droga, che hanno optato per una vera e propria tregua elettorale durante il voto – hanno affidato le chiavi per riportare il Partido Revolucionario al potere, chiudendo almeno per il momento l'epoca del PAN (Partido Acción Nacional, il partito di centro-destra di cui fanno parte sia Vicente Fox che Felipe Calderón Hinojosa, ultimi due presidenti in carica).

