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| foto: gazzettadelsud.it |
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) - «I barcellonesi contano sempre di più nel panorama mafioso siciliano», ha spiegato il procuratore capo di Messina Guido Lo Forte a margine dell'operazione denominata “Gotha III”, con la quale sono state eseguite nei giorni scorsi dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale e del Comando provinciale di Messina 15 ordinanze di custodia cautelare ed il sequestro di beni per 15 milioni di euro contro i clan della cosa nostra barcellonese nell'ambito di una operazione che è naturale prosieguo delle operazioni “Pozzo”, “Gotha II” e “Pozzo-Gotha II”[1] che dal 2009 hanno più volte inferto duri colpi al vertice dei clan locali.
Al centro delle indagini – dove importanti si sono rivelate le dichiarazioni di collaboratori e testimoni di giustizia – il sistema estorsivo e quello delle infiltrazioni negli appalti pubblici. Agli arrestati vengono a vario titolo contestati i reati di associazione mafiosa, estorsione, omicidio ed intestazione fittizia di beni aggravati dalla finalità mafiosa.
Nell'ambito di “Gotha III” le forze dell'ordine hanno trovato nuove prove in merito al coinvolgimento di Antonino Calderone - all'epoca latitante ed arrestato nell'operazione “Pozzo” - nel triplice omicidio di Sergio Raimondi, Giuseppe Martino e Giuseppe Geraci, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto nella notte fra il 3 ed il 4 settembre 1993 per il quale erano stati indagati, venendo poi assolti, Carmelo D'Amico e Salvatore Micale.
Tra gli arrestati dei giorni scorsi spicca il nome dell'avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi[2], il cui ruolo di «soggetto apicale dell'organizzazione barcellonese e collettore fiduciario dei proventi illeciti» delle famiglie barcellonesi e delle famiglie della mafia catanese è stato descritto negli ultimi tempi da vari collaboratori di giustizia, tra i quali anche ex esponenti di vertice del clan come Carmelo Bisognano.
Con questa operazione è stato possibile definire anche gli equilibri interni alle famiglie barcellonesi dopo la cattura di Bernardo Provenzano e dei Lo Piccolo. Dall'arresto di questi ultimi al vertice dei barcellonesi e dei “tortoriciani” ci sarebbe stato Tindaro Calabrese, alleatosi con il clan palermitano dei Lo Piccolo rompendo così sia la storica alleanza con i catanesi Santapaola che con il gruppo di Sebastiano Rampulla, “Zu Vastianu”, del mandamento di San Mauro Castelverde.
È indagando su Calabrese che i carabinieri sono venuti a conoscenza delle infiltrazioni nel comune di Mazzarrà Sant'Andrea – suo paese d'origine – nel quale si è fatto aiutare da Roberto Ravidà, tecnico comunale anch'egli arrestato.
Al centro delle indagini – dove importanti si sono rivelate le dichiarazioni di collaboratori e testimoni di giustizia – il sistema estorsivo e quello delle infiltrazioni negli appalti pubblici. Agli arrestati vengono a vario titolo contestati i reati di associazione mafiosa, estorsione, omicidio ed intestazione fittizia di beni aggravati dalla finalità mafiosa.
Nell'ambito di “Gotha III” le forze dell'ordine hanno trovato nuove prove in merito al coinvolgimento di Antonino Calderone - all'epoca latitante ed arrestato nell'operazione “Pozzo” - nel triplice omicidio di Sergio Raimondi, Giuseppe Martino e Giuseppe Geraci, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto nella notte fra il 3 ed il 4 settembre 1993 per il quale erano stati indagati, venendo poi assolti, Carmelo D'Amico e Salvatore Micale.
Tra gli arrestati dei giorni scorsi spicca il nome dell'avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi[2], il cui ruolo di «soggetto apicale dell'organizzazione barcellonese e collettore fiduciario dei proventi illeciti» delle famiglie barcellonesi e delle famiglie della mafia catanese è stato descritto negli ultimi tempi da vari collaboratori di giustizia, tra i quali anche ex esponenti di vertice del clan come Carmelo Bisognano.
Con questa operazione è stato possibile definire anche gli equilibri interni alle famiglie barcellonesi dopo la cattura di Bernardo Provenzano e dei Lo Piccolo. Dall'arresto di questi ultimi al vertice dei barcellonesi e dei “tortoriciani” ci sarebbe stato Tindaro Calabrese, alleatosi con il clan palermitano dei Lo Piccolo rompendo così sia la storica alleanza con i catanesi Santapaola che con il gruppo di Sebastiano Rampulla, “Zu Vastianu”, del mandamento di San Mauro Castelverde.
È indagando su Calabrese che i carabinieri sono venuti a conoscenza delle infiltrazioni nel comune di Mazzarrà Sant'Andrea – suo paese d'origine – nel quale si è fatto aiutare da Roberto Ravidà, tecnico comunale anch'egli arrestato.



