Se le manifestazioni che domenica scorsa hanno portato più o meno un milione di persone in piazza non fossero state strumentalizzate in funzione anti-berlusconiana e se, allo stesso tempo, avessimo spostato l'obiettivo dalla collera verso l'individuo (Rubi, Nicole Minetti, etc etc) la cui unica finalità sembra(va) essere quella di trasformare la “chiamata alla dignità femminile” in una distinzione delle donne “perbene” dalle donne “per male” (come nelle intenzioni delle “notabili organizzatrici”) probabilmente non avremmo sprecato un'occasione irripetibile per focalizzare l'obiettivo su quella parte del fenomeno prostitutivo che non trova praticamente mai le prime pagine come la tratta, che continua a prescindere dalle frequentazioni di Arcore e che continuerà nel più totale silenzio anche dopo questa manifestazione (i cui effetti “rivoltosi”, comunque, sono ancora tutti da dimostrare).
Per iniziare questa storia, per andare a guardare cosa succede all'ombra delle “Arcore's Angels” dobbiamo spostarci e tornare indietro nel tempo.
Nel 1967 Pattaya è un piccolo villaggio di pescatori a più o meno 150 chilometri da Bangkok, capitale della Thailandia. È un piccolo villaggio di pescatori costituito da un centinaio di famiglie e nessuna costruzione in cemento.
Ma il piccolo villaggio di pescatori e nessuna costruzione in cemento, in quel 1967, ha un'immensa fortuna (se di “fortuna” si può parlare...), perché in quegli anni in Asia ci sono gli americani. E si sa, gli americani portano soldi, e la Thailandia ne viene letteralmente ricoperta: nascono infatti i programmi denominati “Rest and Recreation”, utili per far rilassare militari impegnati in lunghe guerre di posizione in zone come il Vietnam, la Cambogia, il Laos.
Il governo americano (tramite i propri responsabili delle forze armate presenti in loco) ed il governo thailandese si accordarono per un ingente numero di investimenti nel settore del turismo – cioè investimenti nel relax delle truppe americane – che portò nel primo anno ad un giro d'affari di 5 milioni di dollari. Cifra non certo alla portata della sola economia thailandese (ancor meno lo saranno i 20 milioni registrati nel 1970, a soli due anni dall'avvio del programma).
Ma, come ci insegna Naomi Klein nel libro “Shock Economy”, quando gli americani investono – come tutti i i paesi capital-colonialisti – fanno proposte che non si possono rifiutare. E la “proposta”, nel caso thailandese, prevedeva la più completa impunità per i soldati durante i periodi di soggiorno nel paese e, cosa ancora più importante, per i traffici più o meno legali di chi metteva i soldi.
Per iniziare questa storia, per andare a guardare cosa succede all'ombra delle “Arcore's Angels” dobbiamo spostarci e tornare indietro nel tempo.
Nel 1967 Pattaya è un piccolo villaggio di pescatori a più o meno 150 chilometri da Bangkok, capitale della Thailandia. È un piccolo villaggio di pescatori costituito da un centinaio di famiglie e nessuna costruzione in cemento.
Ma il piccolo villaggio di pescatori e nessuna costruzione in cemento, in quel 1967, ha un'immensa fortuna (se di “fortuna” si può parlare...), perché in quegli anni in Asia ci sono gli americani. E si sa, gli americani portano soldi, e la Thailandia ne viene letteralmente ricoperta: nascono infatti i programmi denominati “Rest and Recreation”, utili per far rilassare militari impegnati in lunghe guerre di posizione in zone come il Vietnam, la Cambogia, il Laos.
Il governo americano (tramite i propri responsabili delle forze armate presenti in loco) ed il governo thailandese si accordarono per un ingente numero di investimenti nel settore del turismo – cioè investimenti nel relax delle truppe americane – che portò nel primo anno ad un giro d'affari di 5 milioni di dollari. Cifra non certo alla portata della sola economia thailandese (ancor meno lo saranno i 20 milioni registrati nel 1970, a soli due anni dall'avvio del programma).
Ma, come ci insegna Naomi Klein nel libro “Shock Economy”, quando gli americani investono – come tutti i i paesi capital-colonialisti – fanno proposte che non si possono rifiutare. E la “proposta”, nel caso thailandese, prevedeva la più completa impunità per i soldati durante i periodi di soggiorno nel paese e, cosa ancora più importante, per i traffici più o meno legali di chi metteva i soldi.

