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Trattativa stato-mafia, la Procura di Palermo chiede 12 rinvii a giudizio

foto: wakeupnews.eu
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Palermo - Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Massimo Ciancimino, Antonino Cinà, Giuseppe De Donno, Marcello Dell'Utri, Nicola Mancino, Calogero Mannino, Mario Mori, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Antonio Subranni. Sarebbe questo l'elenco dei componenti la camera di compensazione che avrebbe gestito la trattativa tra cosa nostra e gli organi dello Stato, stando almeno alla Procura di Palermo, che ieri ha chiesto per tutti il rinvio a giudizio.

Il principale reato contestato è quello di violenza o minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario (articolo 338 codice penale), realizzata attraverso «l'organizzazione e l'esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni».

A dare il via al tutto sarebbe stato, agli inizi del 1992, Calogero Mannino, mosso dalla paura di venire ammazzato come il compagno di partito Salvo Lima[1]. Sarebbe stato proprio l'ex ministro democristiano il primo a caldeggiare l'idea dell'alleggerimento del 41bis.
Dopo Mannino ad entrare in scena sarebbero stati gli uomini dell'Arma dei carabinieri – gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno ed il capo del Raggruppamento Operativo Speciale, Antonio Subranni – ai quali sarebbero state affidate le operazioni “diplomatiche”, cioè il contatto diretto con cosa nostra, avvenuto per il tramite di Vito Ciancimino, che nella ricostruzione della Procura assume il ruolo di ambasciatore duplice, dello Stato quando si fa relatore delle istanze istituzionali presso i vertici di cosa nostra e dell'organizzazione mafiosa quando parla con gli uomini dello Stato, esponendo quelle istanze che poi diverranno note come il “papello”. È a questa fase che si lega l'accusa mossa a Massimo Ciancimino, segretario particolare del sindaco del “Sacco di Palermo”.

Se cosa nostra cambia strategia lo Stato diventa più tollerante verso la mafia. Questa è, in soldoni, la richiesta tramutatasi poi in accordo, con il mancato rinnovo di trecento provvedimenti di 41bis da un lato e l'inizio della strategia di “inabissamento” di Provenzano, nella quale a questo punto potrebbe essere lecito ripescare qualche domanda fatta negli anni in merito alla cattura di Totò “'u curtu”, la cui strategia violenta in questo sistema diventa un intralcio al mantenimento dell'accordo[2].
In questa fase, dicono gli inquirenti, un ruolo viene giocato anche da Francesco Di Maggio e Vincenzo Parisi, all'epoca dei fatti rispettivamente capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e della Polizia, non interessati alla richiesta di rinvio a giudizio solo perché già deceduti.

Il ricatto di Mancino e i dubbi sullo scontro Napolitano-Procura di Palermo

foto: zenzeroquotidiano.it
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Roma – Ho bisogno di aiuto. E lo dico senza alcuna vergogna. Ho bisogno che qualcuno mi aiuti a capire come funziona il sistema che tiene in equilibrio il potere istituzionale italiano. Perché io avevo sempre pensato che il Presidente della Repubblica avesse un determinato ruolo nel nostro ordinamento.

Adesso, invece, ho scoperto che un semplice ex ministro dalla memoria corta ed indagato per falsa testimonianza[1] può permettersi il lusso di trattare quella che dai libri di diritto rimane la più alta figura istituzionale a mo' di maggiordomo, imponendogli – dietro un non troppo velato ricatto – il suo volere. Come chiamare, se non “ricatto”, quella considerazione che Nicola Mancino fa al telefono con il magistrato Loris D'Ambrosio – tra i principali consiglieri di Giorgio Napolitano – denunciando di essere rimasto solo e, come tale, meritevole di protezione in quanto, in caso contrario «potrebbe chiamare in causa altre persone»[2]?

Un'altra cosa che non capisco è se questo potere che si arroga Mancino dipenda dal caso particolare o dal poco rispetto di alcuni esponenti politici verso le istituzioni. Mi spiego meglio: è fatto storico che le istituzioni di questo paese siano state utilizzate da più di un loro esponente per scopi che di istituzionale avevano ben poco, ma forse – come scriveva qualche giorno fa Valter Rizzo sul Fatto Quotidiano – il problema non è nelle istituzioni in quanto tali, ma negli individui chiamati a rappresentarle.
«sono personalmente convinto» - scriveva Rizzo[3] - «che entrambi [gli ex presidenti Einaudi e Pertini, ndr], di fronte a telefonate come quelle di Mancino avrebbero attaccato il telefono, mandando l’interlocutore a farsi benedire. Perché l’attuale inquilino del Quirinale non l’ha fatto?»

Veniamo così al punto centrale dello scontro tra Giorgio Napolitano e la Procura di Palermo, le intercettazioni. Ed anche qui arrivano i dubbi. Innanzitutto sulla ricostruzione fatta dal Quirinale, laddove si scomodano predecessori – Luigi Einaudi, appunto – a futura memoria, per evitare che possano crearsi pericolosi precedenti «grazie ai quali accada o sembri accadere che egli [Napolitano, ndr] non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce», come si legge nella nota ufficiale emessa.
Ragioniamoci un attimo: se io parlo al telefono non posso sapere se il mio interlocutore è intercettato o meno.

Palermo, mentre Spatuzza parla del '92 il gotha di oggi è condannato a 150 anni di carcere

foto: palermo.repubblica.it
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Palermo, 20 maggio 2012 – Mentre Santo La Causa parla a Catania[1], a Palermo lo fa un altro collaboratore di giustizia eccellente, Gaspare Spatuzza, auto-accusatosi già da tempo di aver avuto un ruolo centrale nella strage di via D'Amelio procurando la Fiat 126 sulla quale fu piazzato l'esplosivo, parlando davanti ai magistrati di Caltanissetta – titolari delle indagini sul periodo stragista del 1992-1993 – ha rivelato di essere stato anche l'uomo a cui Cosa Nostra affidò il compito di reperire l'esplosivo per la strage di Capaci, arrivato – come ormai ampiamente accertato – dalla Croazia sfruttando il canale aperto a Fiume da Giambattista Licata, esponente del clan dei siciliano dei Fidanzati e della mafia del Brenta, che proprio nella città croata aveva residenza.

«Ricordo che Fifetto Cannella [Cristoforo “Fifetto” Cannella, tra gli esecutori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo ndr] mi chiese, circa un mese prima dell'esplosione in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta di trovare una macchina voluminosa», si legge nei verbali, ripubblicati nei giorni scorsi dal Giornale di Sicilia dopo una prima pubblicazione, fatta a fine 2009, dal quotidiano Repubblica[2].
«Ci recammo a Porticello» - ha continuato Spatuzza - «dove trovammo un certo Cosimo di circa 30 anni ed assieme a lui andammo su un peschereccio attraccato al molo da dove recuperammo dei cilindri dalle dimensioni di 50 centimetri per un metro legati con delle funi sulle paratie della barca. Successivamente constatai che al loro interno vi erano delle bombe. Recuperati i fusti li caricammo sulla autovettura per dirigerci verso la mia abitazione. Una volta arrivati a casa di mia madre, ubicata in un cortile, scaricammo i bidoni all'interno di una casa diroccata di mia zia che era a fianco di quella di mia madre e che noi usavamo come magazzino». In seguito, ha continuato nel suo racconto il collaboratore, venne recuperato altro esplosivo nei pressi del porto, legati ad un peschereccio. «Nessuno» - ha terminato Spatuzza - «mi ha mai detto esplicitamente a cosa servisse l'esplosivo».

Rimangono ancora senza risposta le domande relative all'incursione nell'ufficio al ministero della Giustizia del giudice Falcone, nei giorni immediatamente successivi all'attentato, quando il locale era ancora sotto sequestro, così come nulla ancora si sa su ciò che venne fatto con il suo computer il 6 giugno 1992 né sull'uso che venne fatto dell'altro pc portatile, nel quale Falcone custodiva le informazioni più riservate, tra cui l'elenco degli appartenenti alla struttura Gladio. Come per via d'Amelio, inoltre, a pochi giorni dal ventennale ancora nulla si sa del diario personale di Falcone, sparito come l'agenda rossa di Paolo Borsellino cinquantacinque giorni dopo, in via D'Amelio.

Ma forse le risposte a queste domande non devono essere chieste a Palermo.

Intanto, sempre in merito al periodo stragista, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Francesco Lauricella – in accoglimento di quanto richiesto dalla Procura – ha archiviato l'indagine per concorso esterno in associazione mafiosa per il “punciuto” generale dei carabinieri Antonio Subranni. Accuse che però non hanno trovato alcun riscontro.

Infine, tornando alla lotta alla Cosa Nostra attuale, nei giorni scorsi si è tenuto il secondo grado del processo “Perseo”[3], che ha confermato le decisioni del giudice per le udienze preliminari, condannando il gotha palermitano a 150 anni di carcere./p>

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/il-boss-la-causa-racconta-la-mafia.html;
[2] L'esplosivo per le stragi portato dai pescherecci di Alessandra Ziniti, Repubblica, 27 dicembre 2009;
[3] Palermo, processo Perseo: boss condannati a 150 anni liberainformazione.org, 16 maggio 2012;

17 anni di memoria corta ed impunità.


19 Luglio 1992, Via Mariano D'Amelio, Palermo. Dal luogo della Strage - dove trovano la morte il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina - viene sottratta la borsa del magistrato contenente la "famosa" agenda rossa sulla quale annotava tutti i suoi pensieri e tutto il suo operato. Chi ha adesso quell'agenda? Che fine ha fatto? Se è vero, come è vero che in quei momenti era pieno di forze dell'ordine, come è stato possibile trafugare una borsa dal valore "politico-giudiziario" così immenso?