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Se lo scopo era quello di far parlare, il nuovo singolo di Mathangi "Maya" Arulpragasam, la 34enne artista nata inglese e cresciuta Tamil (e chi mastica un po’ di storia e politica internazionale sa che questo dice molto…) che il mondo occidentale conosce con il decisamente più semplice nome di M.I.A., lo scopo è raggiunto alla grande. È sicuramente un video pesante, in cui la musica altro non è che una “scusa” per realizzare un vero e proprio cortometraggio il cui scopo – per stessa ammissione dell’artista – è quello di sensibilizzare le persone, in particolare noi occidentali abituati alla tranquillità delle nostre pur caotiche – in termini di traffico – città.
È – lo abbiamo detto – un atto d’accusa contro la guerra, e dunque un atto d’accusa contro l’involuzione della specie umana che ormai uccide e fa uccidere poveri cristi per esportare la democrazia o garantire una pace. Una pace che per le vittime dei conflitti – nati tutti da disequilibri, veri o presunti, nei rapporti di potere ed in particolare del potere economico – diventa eterna (è di ieri la notizia della morte dell’ennesimo militare italiano inviato ad “esportare la pace” a suon di sventagliate di mitra…). Ma “born free” è anche qualcos’altro.
Come anticipato all’inizio di questo post, oltre a fare il blogger, chi vi scrive è anche uno studente di comunicazione, ed è quindi per me fonte di interesse personale e di studio l’insieme degli spunti che il video – come l’altro video che vi posterò in seguito, diretto sempre dal figlio di Kostantinos Gravas – ci offre.
Innanzitutto l’ambientazione, che più che uno scenario di guerra come lo possiamo conoscere noi ricorda le strade brasiliane dove si aggirano i militari corrotti di “Tropa de élite”, il film di José Padilha del 2007, ma potrebbero essere le strade de Le Vele di Scampia o dello Zen di Palermo, tanto per rimanere in ambiti conosciuti alla nostra quotidianità, come potrebbe essere qualunque altra periferia – visti anche i palazzi - di qualunque città occidentale.
