SEÑOR BABYLON

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Il giornalista della carta stampata deve raccontare quello che succede dieci centimetri più a destra e dieci centimetri più a sinistra dello schermo del televisore

[Bernardo Valli]

"Was my son's death in Afghanistan a price worth paying?" [by Stuart Alexander, The Independent, 30 May 2011]

Caricamento in corso...

Processo Rostagno

Mauro Rostagno è stato un sociologo e giornalista italiano, tra i fondatori del movimento politico Lotta Continua. Viene ucciso dalla mafia trapanese - stando al processo: Vincenzo Virga ne sarebbe il mandante, Vito Mazzara l'esecutore materiale - a Valderice il 26 settembre 1988. Prima di morire, però, Rostagno stava indagando su un traffico di armi tra Italia e Africa attraverso l'aeroporto della Gladio a Kinisia, vicino Trapani e che collega la vicenda Rostagno a quella di Ilaria Alpi ed alla loggia massonica "Iside 2". Quello di Rostagno, dunque, è davvero "solo" un omicidio di mafia?

Processo Iblis

L’inchiesta Iblis dei carabinieri del Ros ruota attorno a presunti rapporti tra esponenti di Cosa Nostra, politici, amministratori e imprenditori, culminata con un blitz nella notte del 2 e del 3 novembre del 2010. Inizialmente nell'inchiesta erano entrati anche il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo, esponente dell'Mpa, ma la posizione è stata derubricata a semplice violazione della legge elettorale. Qui la cronologia (da LiveSicilia.it) dell'inchiesta.

Pensavamo di meritare il Pulitzer, e invece ci fecero tutti fuori

Non tutti sono Saviano...

Svegliarsi di colpo la notte perchè la tua auto salta in aria, trovare in ufficio un foglio con su scritto "sei morto", aprire un pacco con dentro la testa di un capretto. E' quel che è capitato nel 2011 in Italia a decine e decine di giornalisti che si ostinano a fare il proprio mestiere in città e paesi dove l'abitudine è quella del silenzio e dell'omertà (un'inchiesta di Attilio Bolzoni). Le loro facce non si vedono mai. Sono la parte sommersa dell'iceberg rappresentato da Roberto Saviano, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione. Sono giornalisti che lavorano in terre di mafie, col vizio di scrivere la verità. Nel 2011, in 143 hanno subito intimidazioni, minacce, attentati.

"Lo Scassaminchia"

Messico e n...arcos

Per capire l'Italia della criminalità organizzata, oggi, può essere interessante parlare di quello che succede in Messico. Criminalità, corruzione, impunità, giornalisti minacciati (e in Messico spesso uccisi), sono caratteristiche che accomunano i due paesi, legati a doppio filo anche dal fatto che narcos e criminalità italiana (la 'ndrangheta, soprattutto), parlino la stessa lingua: quella della droga.

Approfondimenti

Leggi gli articoli di Señor Babylon sui cartelli della droga messicani

Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo

Pur essendo impossibile darne una mappatura esatta, si stima che ogni anno tra le 700.000 e le 900.000 le persone (di cui circa il 20% sono minorenni, la quasi totalità (94%) donne) siano vittime del traffico di esseri umani che, stando ai dati del Copasir, è il secondo crimine dopo il narcotraffico.
Uno dei principali modi con cui le criminalità organizzate - che solo da questo traffico ricavano qualcosa come 32 miliardi di dollari (26 miliardi di euro) - reiterano questo traffico è basato sulla stipula di veri e propri contratti di debito o vincoli di altra natura (in alcuni casi sfruttando anche credenze e tradizioni culturali, come nel caso dell'uso del ju-ju in Nigeria).
Tra le attività principali a cui le vittime sono destinate ci sono forme di lavoro forzato - quali l'impiego in Messico come braccianti agricoli nelle aziende statunitensi o lo sfruttamento di donne cinesi e vietnamite come manodopera nei laboratori clandestini - l'uso dei bambini nelle guerre o la tratta (anche minorile) a scopo sfruttamento sessuale.
Nonostante la gravità del problema, i governi e le legislazioni nazionali non sono ancora in grado di arginare il fenomeno (tanto meno di debellarlo). L'unica risposta che dalle istituzioni nazionali viene data è spesso di mero spirito repressivo, andando a colpire le vittime e non chi gestisce traffici e tratte. Si pensi, ad esempio, all'applicazione della legge Bossi-Fini usata come deterrente dai trafficanti in quanto qualora le vittime trovassero il coraggio di denunciare verrebbero quasi sicuramente rinchiuse in qualche C.I.E. in quanto clandestin* (la storia di Joy è lì ad insegnarcelo...)

clicca sull'immagine per visualizzare il video

La storia siamo noi è andata ad intervistare nel carcere di Timisoara Ioan Bolgovici, 50 anni, condannato in via definitiva a 8 anni e 6 mesi di reclusione. Il suo è un reato agghiacciante: ha venduto tre minorenni. Una era sua figlia.

da Terrelibere.org

Toy soldiers

«Maniche corte o maniche lunghe?» È la richiesta degli uomini del RUF, il Fronte Rivoluzionario Unito che, al grido di “Non più schiavi, non più padroni. Potere e prosperità al popolo” imperversò in Sierra Leone tra gli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio. Ciò che succedeva dopo la domanda era sempre la stessa, identica, cosa: l'amputazione. Delle braccia nel primo caso o delle sole mani nel secondo. Quando in questa situazione si trovavano – come si trovano tutt'ora – dei bambini, l'amputazione non era solo una mera questione fisica, era anche – e soprattutto – amputazione dell'infanzia... [Continua a leggere...]
In epoca napoleonica li chiamavano "enfants perdus" - bambini perduti. Il loro compito era quello di scandire il ritmo dei soldati in battaglia. Secondo il "Rapporto globale sui bambini soldato" del 2008 sono oltre 250.000 i bambini soldato che prendono parte ai conflitti armati in giro per il mondo. Vengono assoldati dalle truppe già quando hanno tra i 4 ed i 6 anni con il compito di fare da "sentinelle". L'iniziazione alle armi inizia tra i 7 e gli 11 anni. Le ragazze, invece, a partire dai 10 anni, vengono sfruttate o come manovalanza nelle retrovie (cucinare, lavare le divise) o come oggetti sessuali per soddisfare le truppe "adulte". I signori della guerra - o gli eserciti - che li assoldano sfruttano la loro sete di vendetta (l'80% dei bambini ha assistito allo sterminio della propria famiglia o alla distruzione del proprio villaggio), sono facilmente indottrinabili, se muoiono sono facilmente sostituibili ed hanno un prezzo decisamente inferiore rispetto a soldati "adulti" (in Afghanistan - dove la popolazione vive con meno di un dollaro al giorno - vengono pagati 10 dollari per posizionare un IED, un Improvised Explosive Devices) In termini di "economia di guerra" il soldato perfetto. Drogati con sostanze come il "brown brown" (cocaina tagliata con polvere da sparo) ed indottrinati dai "grandi" film del filone guerrafondaio occidentale, è difficilissimo - se non impossibile - riuscire a reinserirli in un contesto sociale, in quanto spesso quello bellico è l'unico scenario sociale che conoscono. La pratica di arruolare ragazzi minorenni, comunque, non è una pratica utilizzata solo dai signori della guerra o dagli eserciti del Terzo Mondo. Circa 5.000 unità "under 18" servono oggi sotto l'effigie di Sua Maestà Gran Bretagna, così come si ritrovano soldati minorenni negli eserciti del Canada, degli Stati Uniti dell'Australia e dell'Olanda.

Uomini e caporali...

Qualche tempo fa, su Repubblica, una vignetta di ElleKappa recitava: «La rivolta degli immigrati contro la mafia. Uno di quei lavori che gli italiani non vogliono più fare». E tra i lavori che gli italiani non vorrebbero più fare ci sono lavori nel campo dell'agricoltura e dell'edilizia, attività nelle quali un'alta percentuale del lavoro viene fatta in nero. Si chiama caporalato, ed è definito come «quel reato attribuibile a chi, svolgendo un'attività organizzata di intermediazione nel lavoro, recluti manodopera od organizza l'attività dei lavoratori attraverso il loro sfruttamento, mediante violenza, minaccia o intimidazione»[art.603-bis c.p.], reato introdotto solo il 13 agosto 2011, grazie al decreto legge n.138 e convertito in legge (n.148) il 14 settembre scorso. L'intermediario che si occupa del reclutamento – cioè il “caporale” - ha il compito di mettere in collegamento domanda e offerta di lavoro, recuperando i lavoratori (per lo più stranieri, di età compresa tra i 16 ed i 34 anni provenienti principalmente dall'Africa sub-sahariana e dai paesi dell'Est Europa, Romania e Bulgaria su tutti. Sono preferibili problemi con la legge – in particolare con i documenti di soggiorno – così da non avere eventuali denunce per sfruttamento). È un fenomeno sviluppatosi principalmente nel Meridione (nella sola Puglia sono oltre 10.000 i migranti sfruttati illegalmente nelle campagne), anche se casi iniziano ad essere registrati un po' in tutta Italia. Il reato può ritenersi individuabile su violazioni delle leggi sulla retribuzione (rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi o da tempi e modalità del lavoro prestato), di orari di lavoro e sicurezza, ai quali vanno aggiunte aggravanti in caso di sfruttamento di lavoro minorile o di riduzione in schiavitù. Secondo la legge approvata lo scorso agosto, il reato è punibile con la reclusione da 5 a 8 anni, oltre ad ammende tra i 1.000 ed i 2.000 euro per ogni lavoratore reclutato. In caso di sussistenza di circostanze aggravanti, la pena è aumentata di un terzo. La legge, però, non tiene conto del fatto che nella maggior parte dei casi a subire il reato sono migranti clandestini, che quindi per molto tempo hanno avuto paura di denunciare. Episodi come la “rivolta” di Rosarno e quella di Nardò (la masseria Boncuri) fanno però ben sperare. Perché la legge, come spesso accade, si rivela solo una mera questione formale.

Le armi più sicure sono strumenti di sventura [Lao Tzu]

«Ci sono più di 550 milioni di armi da fuoco in circolazione nel mondo. Significa che c'è un'arma da fuoco ogni dodici persone nel pianeta. La domanda è: come armiamo le altre undici?»
[da "Lord of War", di Andrew Niccol, 2005]

Stando ai dati di Amnesty International sappiamo che l'80% delle esportazioni mondiali di armi proviene da paesi del G8. Di questi il 60% proviene da Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito e Cina, cioè i cinque paesi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Uno dei paesi leader di questo commercio, sia alla voce "produttori" che alla voce "esportatori" è l'Italia, tra i primi paesi produttori ed esportatori in particolare di armi leggere. Il traffico internazionale, comunque, sembra ruotare - oltre che sul nostro paese (Gioia Tauro e Genova in particolare) - intorno all'Iran, porta d'ingresso verso alcune tra le zone più calde del pianeta, e dunque dove sempre alta rimane la domanda di armamenti. Forte, comunque, rimane il commercio sia nell'Est europeo che in Africa, dove non è difficile trovare veri e propri "outlet a cielo aperto".
"Dual use", cioè l'utilizzo di prodotti non specificamente nati per l'industria militare (prodotti chimici, ricambi, comonenti elettroniche) che possono però essere riconvertiti all'uso bellico senza particolari difficoltà e "Rak Free Zone", cioè la possibilità di aprire e chiudere una ditta nel giro di pochi minuti - perfetta per questo tipo di traffico - utilizzata da paesi come l'Arabia Saudita sono gli strumenti preferiti da trafficanti e industrie del commercio legale. Per quanto riguarda l'Italia, peraltro, fondamentale sia per l'aspetto finanziario che per il mantenimento dell'illiceità di alcune triangolazioni con paesi difficilmente classificabili come "democrazie" è il ruolo delle "banche armate"

L'oppio è ormai la religione dei popoli (Ennio Flaiano)

Il narcotraffico è tra le principali voci di reddito delle criminalità organizzate. Se si trovano tracce dell'uso di sostanze stupefacenti già ai tempi di Alessandro Magno (IV secolo a.C.), è solo nell'ultimo secolo - dagli anni Venti del secolo scorso - che il commercio di tali sostanze inizia ad essere considerato illegale. Ogni anno il commercio di sostanze stupefacenti muove tra i 1.000 ed i 1.500 miliardi di dollari, con una rendita (per i produttori) compresa tra il 4.000% ed il 14.000%. Leader del mercato mondiale sono le 'ndrine calabresi ed alcuni gruppi della criminalità organizzata latino-americana (Colombia e Messico in particolare). Le tratte che dai paesi produttori portano le sostanze stupefacenti in Europa e negli Stati Uniti sembrano convogliare quasi tutte verso l'Africa, con "giri" che pur essendo completamente anti-economici possono assicurare il più alto standard di sicurezza per i trafficanti. Si pensi alla c.d. "rotta atlantica" della cocaina, che parte dai paesi dell'America Latina per portare quella che fino a poco tempo fa era considerata una droga d'elite (la cocaina) - e che con l'abbattimento dei prezzi è diventata invece una droga a largo consumo - in Europa e negli Stati Uniti passando da paesi quali il Ghana o la Guinea o transitando lungo le rotte del Sahel. Una relazione del 2008 della Direzione centrale dei servizi antidroga indica come crocevia del narcotraffico internazionale il Senegal , dove arrivano - come passaggio intermedio verso i paesi cosiddetti ricchi - non solo gli stupefacenti dall'America Latina ma anche l'hashish dal Marocco o l'oppio dall'Afghanistan.
Al narcotraffico internazionale, peraltro, si legano a doppio filo anche altri traffici illeciti come quello delle armi o lo sfruttamento di situazioni di povertà dove trovare manovalanza a basso costo o tutta una serie di attività legate al riciclaggio dei proventi derivanti da tale traffico, investiti - come avviene in Italia - in settori legali come l'edilizia.

L'antimafia inizia dai banchi di scuola...più o meno

La lotta alla mafia, diceva il giudice Paolo Borsellino, deve essere una lotta sul piano culturale ancor prima che su quello repressivo e militare. Per questo, come scriveva Silvia Ragusa su “El Mundo” il 13 settembre 2011, «per combattere la mafia ci sono due tipi di aule che non possono essere ignorate: l'aula bunker e l'aula universitaria». Da qualche anno, però, i roboanti servizi televisivi che mostrano l'arresto del boss di turno nasconde la desolante politica del disinteresse istituzionale verso la scuola e della cultura in genere, prime frontiere della quotidiana lotta alla criminalità organizzata. Perché ci sono dei contesti – come quello di Parco Verde, a Napoli, tredici piazze di spaccio ed un'economia che gira intorno alla droga – in cui tagliare gli investimenti scolastici corrisponde a creare manovalanza per la criminalità. Li chiamano “drop out”, “fuoriusciti”. Sono ragazzi e ragazze – età media 13-14 anni – che dovrebbero stare a scuola e invece non ci vanno. Sono 800mila all'anno secondo Save the Children, per un costo che ruota intorno ai 3 miliardi, annui, solo di costi diretti. Le cause che portano all'abbandono scolastico – registrato maggiormente nel passaggio tra scuole medie e superiori (in particolare istituti professionali) e nel Meridione – sono le più svariate, da forme di nuova povertà a fattori quali bocciature, espulsioni dal contesto scolastico per “troppa vivacità” o situazioni familiari difficili. Nei contesti ad alta densità criminale, alla scuola dei libri si sostituisce quella dei muschilli (“moscerini”, in italiano), la prima tappa della gerarchia criminale. I muschilli sono quei minorenni che la criminalità, con la camorra in testa, utilizza per vendere la droga nelle strade. Vengono “comprati” da un motorino regalato, un paio di occhiali o qualche capo firmato, regali che arrivano insieme all'onore ed a quell'insieme simbolico di valori che oggi, in un paese in cui “con la cultura non si mangia”, scuola e cultura non hanno la forza di controbilanciare. In (parziale) risposta al fenomeno dei “muschilli”, nel 1997 Marco Rossi-Doria (oggi sottosegretario all'Istruzione), Cesare Moreno e Angela Villani, con l'aiuto del Comune allora guidato dalla giunta Bassolino, si sono trasformati – attraverso il “progetto Chance” - in maestri di strada, riuscendo a togliere dalle mani della camorra circa 600 ragazzi dei Quartieri Spagnoli, di Soccavo e della zona Barra-San Giovanni fino a quando, nel settembre 2010, il progetto è stato chiuso. Ogni ragazzo uscito da quella che i maestri chiamavano “la scuola della seconda occasione”, infatti, ha la possibilità di coinvolgere potenzialmente centinaia di altri ragazzi tra parenti, amici e conoscenti. Centinaia di ragazzi che a loro volta possono coinvolgere altre migliaia di ragazzi nelle loro reti di conoscenza e così via, togliendo – anche semplicemente in termini quantitativi – ragazzi che la camorra coopta come manovalanza. Neanche questo, però, sembra interessare le istituzioni

Approfondimenti

Leggi "Scuole al margine", l'approfondimento di Señor Babylon dell'ottobre 2011 sulle "scuole di frontiera"

Dai diamanti non nasce niente, dalla munnezza nasce 'o business

Se io fossi la camorra e avessi una decina di cave sparse sul territorio, come farei fruttare questa risorsa? Semplice. Ne farei delle discariche perrifiuti speciali o tossici. Arriva il camion, versa il suo carico illegale, paga e se ne va. Ma se i rifiuti stanno lì su tutte le pagine dei giornali e affollano le strade delle città? In questo caso, la logica sarà diversa. Una ditta controllata dalla camorra potrebbe partecipare ad una gara d'appalto per lo smaltimento dei rifiuti, garantendo ottime prestazioni e ottimi profitti. Avrebbe infatti a sua disposizione tutte le discariche che vorrebbe.

(Antonio Cavaliere, Il mucchio selvaggio, Napoli 2006, p 75)

Rifiuti (in particolare quelli tossici...), cemento depotenziato, mercati ortofrutticoli (per lo più quelli campani e laziali), abusivismo edilizio, racket degli animali (corse e combattimenti clandestini). Sono queste alcune tra le principali voci di guadagno delle ecomafie, neologismo con cui dal 1994 si è iniziato a definire i reati ambientali in Italia. Il giro d'affari è di 20,5 miliardi di euro all'anno, per una media di 78 reati ambientali al giorno, più di tre ogni ora. I primi posti nella classifica delle regioni a più alta percentuale di crimini ambientali vede la Campania al primo posto (4.874 infrazioni accertate, 17% del totale) seguita da Lazio e Calabria (2.898 infrazioni) seguita da Puglia (2.674) e Sicilia (2520). La prima regione del Nord Italia è la Liguria (1.231 infrazioni) anche se, come denuncia la giornalista Gemma Contin, le ecomafie sono ormai un problema che riguarda l'intero Paese. Le mafie tradizionali, comunque, non avrebbero vita così facile se non vi fosse tutta una rete di imprese private (come quelle che producono rifiuti al nord e li smaltiscono al sud, anche se negli ultimi anni la tendenza sembra invertirsi), amministrazioni locali e organi di controllo conniventi - quando non direttamente corrotti - nonché le "distrazioni" del governo, come quella del Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, che ha de facto cancellato i reati inerente al trasporto di rifiuti pericolosi fino al prossimo giugno, lasciando campo aperto a chi vorrà "entrare nel business". Se il Sud si posiziona ai primi posti nell'attività illegale legata all'ambiente, uno dei centri nevralgici sta diventando la Lombardia, dove converge il 35% di tutte le inchieste sui crimini ambientali aperte nell'ultimo decennio. Il mercato trainante nel settore delle ecomafie è quello legato ai rifiuti (dallo smaltimento della munnezza napoletana al traffico di rifiuti tossici ed elettronici), seguito da "grandi classici" come le navi dei veleni, il cemento e la cosiddetta "agromafia". E all'orizzonte si vede diventare sempre più importante l'interesse della criminalità dei colletti bianchi per il settore delle rinnovabili.

Lost the ship

Si chiamano Sofia, Maria Pia M., Yvonne A., Elena Maria, ma anche Rigel, Rosso, Cunski.
Sono navi, navi a perdere le chiamano. Sono quelle navi che, cariche di rifiuti tossici provenienti spesso dalle “grandi” ditte del Nord Italia arrivano sulle coste del Nordafrica – fino a qualche anno fa era molto di moda la Somalia, tanto che la Garowe-Bosaso, è stata costruita con i soldi della malacooperazione italiana e le scorie radioattive – oppure vengono fatte affondare in pieno Mar Tirreno, con tutto ciò che ne consegue.
Nel 2009 riesplode il caso, quando nei fondali di fronte alle coste cosentine viene ritrovato un relitto - che politica ed inquirenti si sbrigano a definire riconducibile ai tempi del primo conflitto bellico – ma che a più d'uno fa pensare alla Cunski, ufficialmente smantellata il 28 gennaio 1992 ma che, come il pentito di 'ndrangheta Francesco Fonti dichiara, è stata in realtà affondata con un carico di dinamite in prua. Dallo squarcio prodotto proprio sulla prua della nave (relativo all'esplosione?) si intravedevano dei fusti di materiale non meglio identificato.
La domanda è: quante altre “Cunski” ci sono seppellite nei nostri mari? A metà degli anni Novanta a questa domanda stava provando a rispondere il Capitano di Vascello Natale De Grazia, che però muore, improvvisamente, per un infarto (o forse sarebbe meglio dire per avvelenamento?) mentre stava occupandosi di una nave chiamata “Jolly Rosso”, coinvolta anche – come ormai è (contro)storia nota – anche nell'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che stavano indagando su una compagnia somala – la Shifco – probabilmente utilizzata come mezzo per l'invio di armi alle fazioni che in quegli anni in Somalia si battevano per la successione a Siad Barre (considerato amico dell'allora governo Craxi) e rifiuti tossici provenienti da Trisaia di Rotondella (MT), una sorta di outlet per chi avesse esigenze atomiche.
A queste navi - ed allo smaltimento di rifiuti tossici, un business che vale (solo per la parte smaltita legalmente, circa il 15% del totale) tra i 1.000 ed i 3.000 miliardi di euro all'anno - sono legati molti dei misteri recenti del nostro paese.
È forse anche per questo, per non dover fare i conti con i propri scheletri nell'armadio, che su queste vicende esiste ancora il Segreto di Stato. Ma questa è un'altra storia...

Approfondimenti

Leggi "Scorie a perdere", l'inchiesta di Señor Babylon dell'ottobre 2009 sulle navi dei veleni]

Malati immaginati

Esistono le malattie? O forse sono solo degli strumenti “di marketing” necessari alle grandi aziende farmaceutiche per piazzare sul mercato i propri prodotti? Quanto influisce, oggi, sulla vita dei cittadini di tutto il mondo, quel fenomeno noto come “desease mongering” (cioè la trasformazione di normali sensazioni ed esperienze delle persone in vere e proprie patologie mediche che, per questo, devono essere curate con le medicine)? Il fatturato annuo di Big Pharma – cioè della lobby composta dalle multinazionali farmaceutiche – è di circa 500 milioni di dollari. Soldi che vengono investiti – in minima parte – nella ricerca di nuove medicine e nuove malattie e, per la maggior parte, nella commercializzazione di farmaci e malattie già esistenti. Dal fenomeno del “comparaggio” - cioè la corruzione della classe medica, il vero “target di mercato” di Big Pharma – fino al finanziamento delle “giornate di prevenzione” o delle associazioni dei pazienti, la lunga mano di queste multinazionali – Novartis, GlaxoSmithKlein, Pfizer, Sanofi-Aventis le principali – si estende ormai a tutto il processo, inserendosi anche nei gangli delle istituzioni che dovrebbero controbilanciarne il potere, come nel caso della F.D.A. (Food and Drugs Administration) l'ente governativo statunitense che si occupa della regolazione dei prodotti alimentari e farmaceutici che troppo spesso ha avuto componenti direttamente a libro paga di Big Pharma. Farmaci inutili e malattie inventate – come nel caso della “pandemia” del virus H1N1, che ha avuto come unico merito quello di sviluppare un giro di affari di circa 7 miliardi di dollari (fonte: JP Morgan) - sono all'ordine del giorno, e quando non si trova una nuova malattia si ritoccano i livelli di sicurezza di quelle preesistenti (come nel caso dell'ipertensione, passata nel giro di un paio di decenni da una “soglia di pericolo” di 160-90 a 120-80, rendendo “malati” milioni di persone in realtà sane). A ciò si lega anche un aspetto puramente “capitalistico” legato alla ricerca – sempre più in mano ai privati, dunque sempre più “pilotata” - ed ai brevetti, necessari alle case farmaceutiche per avere il copyright sui farmaci che scoprono. Dal 1996 l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha definito una legge secondo la quale tutti i paesi sono obbligati a sottostare alla regola per la quale un brevetto ha durata 20 anni, così che in questo lasso di tempo vengano emarginati dalla fruizione dello stesso persone ed intere popolazioni che non possono permettersi l'acquisto, eliminando di fatto una parte della popolazione mondiale dalla possibilità di ricevere cure adeguate per il proprio sostentamento (si pensi a quel che succedeva con i Laboratori Rowe di Santo Domingo, specializzati nel copiare farmaci dal costo eccessivo per metterli a disposizione – a prezzi inferiori anche del 500% - di chi non aveva le possibilità economiche per comprare i farmaci “originali”). A questi paesi vengono sempre più spesso rifilati farmaci dal brevetto scaduto – e dunque obsoleti – o quelle scorte che non sono state consumate nei paesi ricchi (come nel caso dei vaccini del virus H1N1, oggi “di moda” nei paesi africani). A questo punto è d'obbligo chiedersi: è nato prima il farmaco o la malattia?

Sanità elettorale

La chiamano malasanità. In molti casi è l'interesse convergente della classe politica di destra e di sinistra, nazionale e locale) e della criminalità organizzata, che vedono nella sanità - sia pubblica che privata - la classica "gallina dalle uova d'oro".
La voce "sanità" preleva gran parte delle risorse pubbliche che annualmente lo Stato destina agli enti locali. Ne consegue, dunque, che la politica abbia in qualche modo un ruolo di indirizzo politico anche in questo campo, ma questo non vuol dire - come sempre più spesso accade - che il settore debba trasformarsi in un vero e proprio "seggio elettorale permanente", utilizzato dalla classe politica sia per assicurarsi voti certi attraverso la nomina dei dirigenti non per bravura ma per fedeltà sia per evitare "concorrenti scomodi" in chiave politica (si pensi al caso del Senatore Pd Ignazio Marino con l'ospedale Sant'Orsola di Bologna, "feudo" di Pierluigi Bersani).
Dall'altro lato c'è la criminalità organizzata, che vede nel settore della sanità, in particolare quella privata (tramite il sistema degli "accreditamenti") un business dall'alto tasso di remuneratività e (quasi)perfettamente legale.

Approfondimenti

Guarda "La mafia è bianca" un'inchiesta del 2005 di Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini che racconta, attraverso gli atti processuali, la gestione della sanità da parte della Regione Sicilia.

Leggi "La chiamavano Malasanità": un'inchiesta in 4 puntate sulle ingerenze della criminalità organizzata e della classe politica nella sanità italiana:

  • puntata I:"La chiamavano Malasanità" (Calabria)
  • puntata II:"Corsa all'ultima protesi" (Puglia)
  • puntata III:"Aggiungi un posto in barella" (Lazio)
  • puntata IV:"Carità Terrena" (Lombardia)

Campagne&Appelli

  • Chiamiamola tortura - Campagna per l'introduzione del reato di tortura in Italia
  • Lavoro, non bombe
  • Libia, affinché non succeda mai più
  • NoMuos
  • Taglia le ali alle armi! - NO F-35

Link

  • AltrEconomia
  • Antonio Mazzeo
  • Bright - organising media against organised crime
  • Campagna Sbilanciamoci!
  • Centro Pio La Torre
  • ControllArmi - Rete italiana per il disarmo
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