Chi Sono

A cosa serve il giornalismo? A rompere la quiete laddove tutti hanno l'interesse a non romperla

Andrea Intonti, nato in terra toscana e negli ultimi anni residente lungo la tratta appenninica tra residenza ed università, a poche settimane dalla discussione di una tesi di laurea sul giornalismo d'inchiesta. Cioè sul giornalismo.
Tra un esame e l'altro, da settembre 2011 scrivo da responsabile per la regione Sicilia per la testata on-line InfoOggi.it.
Mafia e traffici internazionali sono gli argomenti di cui prediligo scrivere, anche se non disdegno ficcanasare in tutti quegli anfratti della realtà che tendono a rimanere nascosti.

Un decennio fa, quando andavano di moda città come Seattle, Porto Alegre o Genova, qualcuno iniziò a definirmi "no-global" (o new-global, come ho sempre preferito io). Oggi, con quel movimento ormai passato nel museo degli -ismi, mi muovo con non pochi dubbi tra anarchia (che non mette bombe, come i media mainstream vorrebbero farvi credere e come aveva capito un grande giornalista come Indro Montanelli) e quell'oggetto strano che qualcuno, dotato di una fervida fantasia, si ostina a chiamare "sinistra" ma che tale non è e che negli ultimi tempi sta dando sempre maggiori segnali di essere lontana dalla realtà del Paese e che, forse, solo con un ritorno alla fase extraparlamentare potrebbe tornare a chiamarsi Sinistra. Con la maiuscola.


Il terrorista che ora ci viene additato come il “nemico” da abbattere è il miliardario saudita che da una tana nelle montagne dell’Afganistan, ordina l’attacco alle torri gemelle; è l’ingeniere-pilota, islamico fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla.

Dobbiamo però accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del terzo mondo con nella borsetta non una bomba ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione e inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso la gente muore di fame?
[Tiziano Terzani, "Lettere contro la guerra"]