Nodding desease, la malattia misteriosa che sembra un effetto collaterale



Kampala (Uganda), 29 giugno 2012 –
Come se non bastassero il Lord's Resistance Army ed i suoi bambini soldato, in questi anni l'Uganda sta vivendo un altro dramma, che sembra però aver conquistato decisamente meno il cuore e le menti degli organi di informazione del Nord del mondo (anche se gli anglofoni conoscono probabilmente questa storia da molto più tempo di noi), forse perché su Joseph Kony - il signore della guerra che ha rapito l'infanzia a circa 60mila bambine e bambini, come raccontato in una recente intervista da Grace Akallo[1], ex bambina soldato proprio dell'Esercito di Resistenza del Signore, ad Inter Press Service – si è ormai creata una sorta di industria, fatta di video di denuncia sbagliati (il famoso “Kony2012”, che racconta una realtà un po' diversa dall'Uganda di oggi, come sostiene Rosebell Kagumire, giornalista e blogger ugandese[2]) magliette e gadget vari e che spesso dietro alla caritatevole umanità occidentale malcela interessi di altra natura.

Nancy la bambina-soldato non l'ha fatta. Si è sempre presa cura dei suoi fratelli. «Una brava ragazza, umile e lavoratrice», raccontava suo padre – Michael Odongkara – a Amy Fallon ed al quotidiano britannico The Independent ad aprile[3]. Tutto però cambia nel 2004, quando per Nancy Lamwaka, che oggi ha dodici anni, iniziano i problemi. Non riesce più a trattenere la saliva, le labbra si gonfiano, ogni volta che tocca cibo la sua testa inizia ad oscillare ed il suo corpo a tremare. Quattro anni dopo smette di parlare.

Questa misteriosa malattia è stata battezzata col nome di “nodding desease” (dall'inglese to nod, “ciondolare il capo”, caratteristica peculiare della malattia). Negli ultimi tempi – ormai si parla già di anni se non di decenni, con i primi casi registrati in Sudan e Tanzania già negli anni '60 – sta colpendo i bambini tra i cinque ed i 15 anni del Nord Uganda, dove stando alle stime del governo ugandese sono già 200 i morti e circa tremila i contagiati nel giro di due anni.
I medici non hanno ancora trovato una cura. Anche perché non sanno neanche da che parte iniziare a cercarla.
Non si sa da dove arrivi la malattia né come venga trasmessa. Fino ad ora le uniche informazioni accertate dai ricercatori sono le modalità in cui essa si manifesta – in particolare convulsioni, ritardo mentale derivante da atrofia cerebrale ed il ciondolamento del capo che l'aveva fatta inizialmente equiparare ad una forma epilettica, anche se sembra più corretto avvicinarla alla narcolessia[4] – nonché l'attivazione dei sintomi attraverso il contatto con alcuni cibi.

Ucraina, le ong denunciano: "i soldi per Euro2012 sottratti alla cura dei bambini malati di cancro"

foto: frontierenews.it
Kiev (Ucraina), 29 giugno 2012 – La notizia è uscita martedì sul Fatto Quotidiano[1], a tre giorni dalla sua pubblicazione, però, sembra non aver suscitato lo scalpore – e lo sdegno – che meriterebbe.
Secondo quanto scriveva Luca Pisapia martedì, nel denaro con il quale si è finanziato Euro 2012 ci sarebbe finito gran parte del denaro destinato al reparto di oncologia dell'ospedale pediatrico Oxkhmatdyt di Kiev, il cui ruolo – nell'ambito della cura dei piccoli pazienti – è più che strategico: la sua costruzione infatti garantirebbe la possibilità di fare operazioni di trapianto di midollo da non parenti senza che i piccoli siano costretti a forme di turismo sanitario verso altri Paesi, con il logico incremento dei costi per viaggio ed operazione.

«Col decreto governativo numero 433 del 21 maggio 2012, relativo ad alcune modifiche da apporre al programma statale per la preparazione e lo svolgimento della fase finale del Campionato Europeo di Calcio in Ucraina nel 2012» - si legge in una lettera aperta di diverse organizzazioni non governative, sia ucraine che internazionali - «il governo ucraino ha ridotto di 349 milioni di grivne (34,9 milioni di euro circa) le dotazioni del bilancio statale in precedenza allocate all'ospedale pediatrico Oxkhmatdyt, che sono passate da 399 a 50 milioni di grivne. E nello stesso decreto è stato deciso di aumentare le allocazioni destinate a Euro 2012 di 340 milioni di grivne, portando il totale destinato dal governo ucraino agli Europei a quasi 21 miliardi di grivne».

La mancanza di strutture adeguate – che si parli di Ucraina come del resto del mondo, naturalmente – evidentemente rende inapplicabile qualsivoglia possibilità di effettuare diagnosi in tempo utile per poter curare i bambini affetti da tumore (circa 2.000 all'anno, secondo i dati di Soleterre[2], una organizzazione non governativa che opera a livello mondiale nell'ambito dell'oncologia pediatrica e della neurochirurgia).
Un sistema, quello sanitario, che in Ucraina è stato ricreato già due volte: la prima dopo il crollo dell'Unione Sovietica, il secondo dopo Chernobyl (anno 1986), ed oggi nelle strutture preposte mancano sia pediatri che strumenti adeguati per controlli e cure.
Questo perché – così come avviene in Italia – il sistema sanitario ucraino è utilizzato per altri scopi, in particolare il riciclaggio di denaro sporco in quel connubio tra mafie, politici ed amministratori locali corrotti che in Italia non ha bisogno di essere spiegato. Il Ministero della Sanità, inoltre, avrebbe più volte acquistato farmaci falsi, tanto da costringere l'Organizzazione mondiale della sanità ad intervenire, monitorando alcuni dei laboratori da cui questi farmaci sarebbero partiti.

L'Ucraina non è peraltro nuova a finanziamenti promessi e non elargiti, come capitò nel 2006 con il “Children's Hospital of the Future Project”, con il quale si sarebbe dovuto creare un centro per ospitare i piccoli degenti insieme alle loro madri, che sarebbe dovuto diventare una «istituzione per la medicina pediatrica di livello europeo, con le tecnologie più avanzate, i migliori professionisti e le più importanti risorse intellettuali della sfera medica». A sei anni di distanza – e con un cambio di governo alle spalle - quel progetto aspetta ancora che dalle dichiarazioni si passi ai fatti.

In sostituzione dell'ospedale comunque, ai bambini è stato regalato un pallone, aggiungendo la beffa al danno, come si suol dire.

Note
[1] Le Ong denunciano: “Soldi per i bimbi malati di cancro dirottati su Euro 2012″ di Luca Pisapia, Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2012;
[2] http://www.soleterre.org/it/appello-speciale

Risvolti indicibili della crisi economica: il boom del traffico di organi

foto: queryonline.it
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Belgrado (Serbia), 24 giugno 2012 – È quasi una costante. Ogni crisi porta con sé un mercato illegale, nero, come si suol dire. È stato così per la crisi dell'Europa dell'Est a seguito della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che ha dato il via ad uno dei più fiorenti mercati illegali del mondo, quello delle armi appartenute all'esercito che marciava sulla Piazza Rossa di Mosca.
È così, o quanto meno sembra essere così, per la crisi economica che sta strozzando i popoli dell'Europa Occidentale che, come scriveva nei giorni scorsi Massimiliano Ferraro su Ecoinchiesta[1], sembra stia portando ad un vero e proprio boom di uno dei mercati illegali più disumani ai quali si possa pensare: quello degli organi.

A lanciare l'allarme è Dan Bilefsky del New York Times[2] che racconta la storia di Pavle e Daniella Mircov, costretti a vendere un rene – messo all'asta per 30.000 euro – dopo che il signor Pavle ha perso il proprio lavoro in uno stabilimento di carne di Belgrado ed aver visto la propria richiesta per lavorare come cameriere respinta, e quando non arriva il lavoro non arrivano nemmeno i soldi per pagare le bollette. Così il servizio telefonico gli ha tagliato la linea e la famiglia Mircov vive praticamente al buio per riuscire a pagare la bolletta dell'elettricità. «Quando devi mettere il pane in tavola» - ha raccontato Pavle Mircov a Bilefsky - «vendere un rene non sembra poi un sacrificio così grande». Quando si è costretti a scegliere tra la legge e la disperazione, solitamente, è quest'ultima a prendere il sopravvento al momento delle decisioni.

Certo, la Serbia non è esattamente il paese più ricco d'Europa, ma molti esperti sostengono che la crisi economica stia spostando il centro di questo mercato, tradizionalmente basato in paesi come la Cina, l'India, il Brasile o le Filippine (come dimostrò un docufilm del 2009 del regista Roberto Orazi e di Alessandro Gilioli, giornalista de L'Espresso[3]), in paesi come la Grecia, la Spagna, l'Italia o gli Stati Uniti, dove negli ultimi tempi sono stati registrati molti casi di espianto di organi dai sans-papier.

«Grazie alla crisi finanziaria globale il traffico di organi è un mercato in espansione», ha raccontato al New York Times Jonathan Ratel, avvocato dell'Unione Europea che ha rappresentato l'accusa in un processo contro sette persone accusate di aver adescato persone povere dalla Turchia e dal Kosovo nel 2008 costringendoli a vendere i propri reni dietro la falsa promessa della riscossione di 20.000 euro.

Un terzo dei medicinali antimalarici è contraffatto. Pagano i poveri del mondo, non Big Pharma

foto: lifemarketing.wordpress.com
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Londra, 24 giugno 2012 – Secondo uno studio realizzato dai ricercatori del Fogarty International Center e del National Institute of Health ci sarebbero migliaia di campioni di medicinali antimalaria falsi. I ricercatori si sono basati sullo studio di 1.500 campioni relativi a sette antimalarici in sette stati del Sud Est asiatico e su 2.500 campioni prelevati in 21 stati dell'Africa sub-sahariana. Nessuno studio, invece arriva da Cina e India, paesi che sommano insieme circa un terzo della popolazione mondiale e dalla quale sembrano provenire molti dei medicinali contraffatti.
I ricercatori americani, inoltre, dichiarano come questi dati potrebbero dover essere ritoccati verso l'alto, in quanto potrebbero esserci casi non riportati per errore o non divulgati dalle compagnie farmaceutiche.

I dati, oggi, parlano di 3,3 miliardi di persone che rischiano di contrarre la malaria, una malattia considerata endemica in 106 paesi nonostante dal 2000 – stando a quanto dichiara l'Organizzazione mondiale della sanità – il rischio mortalità nel mondo si sia ridotto di un quarto (del 33% nei paesi africani che fanno parte dell'Organizzazione). Numeri che, come evidenziava a maggio Gaurvika Nayyar – a capo della ricerca – a Michelle Roberts della BBC[1], potrebbero essere ben diversi qualora «i medicinali messi a disposizione dei pazienti fossero efficaci, di alta qualità ed usati correttamente».

Lo studio evidenzia come sia più che carente la rete di strutture necessarie al monitoraggio della qualità dei medicinali somministrati, alla quale si aggiunge una scarsa consapevolezza del comparto medico riguardo le terapie nonché la facilità di aggiramento delle norme vigenti da parte delle organizzazioni criminali che hanno fiutato da tempo il business, come evidenzia un lungo articolo del Malaria Journal[2] pubblicato lo scorso anno.
I medicinali contraffatti, denuncia lo studio, contengono una quantità estremamente ridotta di artemisina (l'anti-malarico considerato attualmente più efficace), cosa che permette solamente di alleviare i primi sintomi della malattia e di passare alcuni test di base per l'autenticazione. La presenza di ingredienti sbagliati nei farmaci contraffatti, peraltro, può portare anche a gravi effetti collaterali qualora questi vengano assunti assieme ad altri medicinali quali quelli per il trattamento dell'Aids, ancora presente in molti dei paesi sottoposti allo studio.

Quello del mercato dei medicinali contraffatti è, però, un business consolidato delle reti criminali internazionali.

Banche armate, presentato il dossier sulle bombe a grappolo

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Berlino, 23 giugno 2012 – Venerdì scorso è stata lanciata la “Worldwide Investments in Cluster Munitions, a shared responsibility”[1], una ricerca realizzata da IKV Pax Christi e FairFin, entrambe facenti parte della Cluster Munition Coalition (CMC), una ricerca che mostra come dal 2009 banche ed altre istituzioni finanziarie di sedici paesi abbiano investito più di 43 miliardi di dollari in compagnie che producono le cluster bombs (le famigerate bombe a grappolo di cui è da tempo noto l'impatto, in particolare sulla vita delle popolazioni civili), motivo per il quale la CMC ha richiamato i governi dei paesi che hanno aderito alla Convenzione di Oslo – che bandisce tali bombe - affinché procedano al divieto di investimento nel settore attraverso la creazione di una legge nazionale in materia.

L'Italia – che dall'11 al 14 settembre 2012 andrà al meeting di Oslo per la prima volta come Stato-Parte dopo aver accolto definito attraverso l'articolo 7 della specifica legge che vieta non solo il finanziamento diretto alla produzione, ma anche il supporto finanziario per quanto riguarda produzione, detenzione e commercio.
Già due anni fa, con il disegno di legge 2136 le senatrici Silvana Amati del Partito Democratico e Barbara Contini all'epoca del Popolo della Libertà (oggi migrata in Futuro e Libertà), si era tentato di legiferare sulla questione, ma la proposta è ferma da due anni in Commissione Finanza e Tesoro. «È quantomai illuminante il fatto che addirittura le banche, in genere recalcitranti su alcuni argomenti si muovano più velocemente delle nostre istituzioni». «Da quella Commissione, che abbiamo contattato numerose volte, molte rassicurazioni e pochi fatti» - dice Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna Italiana contro le mine - «conosciamo il professor Baldassarri come una persona sensibile ad argomenti quali i diritti umani ma, evidentemente, in questo caso la sensibilità non basta e non era mai successo dal 1994 ad oggi che una proposta di legge così importante fosse totalmente ignorata non riconoscendole neanche la dignità di una calendarizzazione».

Dal rapporto, comunque, si evince chiaramente come dal 2009 un numero sempre maggiore di banche stiano pian piano abbandonando questo tipo di mercato, abbracciando un comportamento – che in realtà riguarda tutto il settore delle armi[2] – più etico nei loro investimenti. Sono in tutto 137 le banche e le istituzioni finanziarie ancora coinvolte in questo particolare mercato, 27 delle quali afferenti a paesi che fanno parte della Convenzione sulle munizioni cluster come Francia, Germania, Italia, Giappoen e Gran Bretagna. Per quanto riguarda l'Italia i nomi più in vista sono quelli di Intesa San Paolo – negli anni scorsi uno dei principali finanziatori della Lockheed Martin - ed Unicredit, che si sono impegnate ad abbandonare completamente il mercato delle bombe a grappolo anche se è ancora molto il lavoro da fare, in particolare nelle controllate dalle due holding. Il nostro è, secondo il rapporto, uno dei pochi paesi ad aver esteso il divieto anche al finanziamento di aziende produttrici.

Nonostante questo, comunque, della lista nera fanno parte i “soliti nomi”, tra i quali JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Deutsch Bank, Ubs, Credit Suisse, per una disposizione geografica che vede in testa alla lista gli Stati Uniti ed i suoi 63 istituti coinvolti, seguiti dalla Corea del Sud con 22 e dalla Cina con 16. Questi stessi paesi ospitano anche le principali aziende che producono le bombe a grappolo, cioè le statunitensi Lockheed Martin, Textron e Alliant Techsystems, le sudcoreane Hanwha e Poongsan e la Norinco, cinese. Chiude il gruppo dei produttori la Splav, sulla quale batte bandiera russa.

È interessante notare, in conclusione, come questi rapporti – che si parli di quello sulle bombe a grappolo o sulle banche armate – sembrano non attecchire in quella che qualcuno ha definito opinione pubblica, la cui coscienza anti-militarista, evidentemente, si è esaurita con la parata del 2 giugno.

Note
[1] Worldwide investments in cluster munitions a shared responsibility, giugno 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/italia-il-mercato-rifugio-e-ancora.html

La società civile entra in Rai. Ma per fare cosa?

foto: comune.sanpellegrinoterme.bg.it
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Roma, 24 giugno 2012 – In un dibattito tenutosi qualche anno fa a Ferrara, il giornalista, scrittore (ed un sacco di altre cose, tra cui quella di essere una delle più importanti voci critiche provenienti dall'America Latina) uruguayano Eduardo Galeano raccontava una storia: «L'altro giorno» - esordiva Galeano - «ho visto un cuoco che riuniva tutti gli uccelli...le galline, le oche, i fagiani e ho ascoltato quello che il cuoco stava dicendo a questo pollame. Il cuoco chiedeva con quale salsa volevano essere mangiati. Uno dei volatili, forse un'umile gallina, ha detto: “noi non vogliamo essere mangiati in nessun modo”. Il cuoco chiarì: “questo è fuori discussione, non c'entra niente”. Questa riunione mi è sembrata interessante perché è una metafora del mondo. Il mondo è organizzato in maniera tale che abbiamo il diritto di eleggere la salsa con cui saremo cucinati».
Cosa c'entra questo con l'argomento di questo articolo (che, da titolo, è la Rai)? Niente. O forse tutto. Ma procediamo per gradi.

Sto seguendo – in realtà non proprio come primo argomento – la vicenda legata a questa sorta di “rivoluzione” che si vorrebbe fare alla Radiotelevisione Italiana, dove si chiede l'abbandono della «lottizzazione surrettizia», come la definiva Gad Lerner in un recente post sul suo blog[1].
Si sono fatti in queste settimane alcuni nomi, tra i quali quelli Lorella Zanardo, Gherardo Colombo, Benedetta Tobagi, che sarebbero tra i candidabili di una strana aggregazione di persone chiamata “società civile”.
Già qui sorgono i primi dubbi. Non conosco i curriculum – un paio di centinaia stando a quello che ho potuto leggere – di tutti i candidati, né francamente mi interessa conoscerli. Perché a me sembra si stia commettendo un errore marchiano: nessuno, dei tanti candidabili scesi in quella che appare alla stregua di una vera e propria campagna elettorale, ha parlato di contenuti. Si è detto che “quest@” o “quell@” avrebbe le carte in regola secondo i curriculum (anche se nessuno, per ora, ha nominato eventuali criteri discriminanti), ma sui giornali non ho ancora visto lo straccio di un programma, per continuare ad usare il vocabolario elettoralista.
Che tipo di televisione dovremmo aspettarci dalla vittoria dell'una o dell'altro?
Credo importante non sia stabilire il “chi” ma il “come” della faccenda, e questi ultimi mesi ce lo hanno insegnato. Molte e molti italiane ed italiani scesero festanti in piazza, alla caduta del governo di Silvio Berlusconi, festeggiando un nuovo 25 aprile per poi rendersi conto in pochissimo tempo che pur cambiando gli «omini» siamo «nella merda più di prima», per dirla con Giorgio Gaber.

Rio+20, l'inutilità della “Cupula dos Ricos”

foto: classmeteo.wheter.com
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Rio de Janeiro (Brasile), 23 giugno 2012 – A volerlo raccontare con un'immagine, il vertice ufficiale su ambiente e sviluppo che si sta tenendo in Brasile e che si sta concludendo in queste ore è tutto nella dicotomia racchiusa nelle parole di padre Alex Zanotelli, che in questi giorni ha partecipato anche al contro-vertice tenutosi all'Alterro do Flamengo: «Due vertici» - ha scritto il missionario comboniano in una lettera inviata a PeaceLink martedì[1] - «La Cupola dos Povos[2] fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid».

Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.

Paraguay, destituito Lugo. Si riapre il "giardino di casa" statunitense?

foto: elblogdelapolillacubana.wordpress.com
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Asunción (Paraguay), 23 giugno 2012 – Da questa notte, Fernando Armindo Lugo Méndez non è più presidente del Paraguay. Al suo posto Federico Franco, 49enne ex vice-presidente divenuto nell'ultimo periodo acerrimo nemico dell'ex vescovo della Teologia della Liberazione in carica dal 2008.

Nei giorni scorsi sia il Senato che la camera bassa del Congresso, entrambe espressione dell'opposizione di destra, hanno votato a favore dell'impeachment per Lugo, al quale è stata addossata la responsabilità per l'aumento della violenza in Paraguay, sfociata la scorsa settimana in uno scontro tra contadini che occupavano una fattoria e polizia e che ha portato a 17 morti (9 contadini e 8 poliziotti) e oltre 80 feriti da armi da fuoco nella città di Curuguaty, dove da mesi centinaia di campesinos – appoggiati dalle principali organizzazioni contadine paraguayane – occupano parte della proprietà di Blas Riquelme, imprenditore e dirigente del Partido Colorado (oggi all'opposizione dopo 60 anni di governo) e nel quale sono in parecchi a denunciare la “mano invisibile” della multinazionale Monsanto, la quale ha annunciato di voler triplicare la sua attività nel Paese ed aumentare la produzione di organismi geneticamente modificati.
Proprio la politica governativa di redistribuzione delle terre ai sin tierras (“senza terra”) è stata da sempre osteggiata dall'area politica di riferimento del vecchio potere paraguayano, alla quale si è aggiunto anche il Partido Liberal che nel 2008 aveva invece sostenuto il presidente Lugo in una coalizione di cui facevano parte anche gli indigeni, i contadini ed i movimenti sociali. Un sostegno che si stava via via erodendo, in quanto l'ormai ex presidente non ha in questi anni mai direttamente attaccato gli interessi delle oligarchie paraguayane, ricalcando in questo più la sinistra moderata europea che non quella bolivariana latinoamericana.
Come riporta l'agenzia italiana Ansa[1] – non esattamente l'ufficio stampa del Comintern - l'estrema destra ha presentato al Senato anche una denuncia nella quale accusa l'ormai ex presidente di aver favorito «un clima di confronto politico» in Paraguay, così da dare una chiara matrice politica alla decisione, conclusasi con 39 voti favorevoli e solo 4 contrari. Tra i poteri del Senato paraguayano, infatti, c'è la possibilità di poter rimuovere il capo dello Stato attraverso un giudizio politico, uno strumento che applicato ad esempio in Italia, porterebbe ad un ricambio istituzionale più o meno ogni due giorni.

Dopo la decisione – accettata da Lugo al fine di evitare un bagno di sangue – la Piazza delle Armi di Asunción si è riempita di suoi sostenitori, in particolare contadini.

Intanto arrivano le prime reazioni internazionali. A farsi sentire per primo è stato l'Unasur, l'Unione delle Nazioni Sudamericane, che per bocca del segretario generale, il venezuelano Alí Rodríguez Araque ha paventato l'ipotesi di applicare la cosiddetta “clausola democratica”, che permette ai paesi facenti parte di questo organismo di non riconoscere il neo-governo Franco. «L'unico governo legittimo che Quito riconosce in Paraguay è quello presieduto da Fernando Lugo», ha scritto sul proprio profilo Twitter il presidente dell'Ecuador, il socialista Rafael Correa.

Tra qualche giorno sapremo se il governo Franco durerà, come in Honduras nel 2009[2], o se anche in Paraguay si avrà l'”effetto Chávez”, quando il presidente venezuelano venne rimesso al suo posto da una sollevazione popolare (e da un esercito golpista formato per lo più da ufficiali, essendo i soldati semplici rimasti fedeli al presidente legittimo) a 48 ore dal colpo di stato militare presieduto da Pedro Francisco Carmona Estanga nell'aprile del 2002.

Note
[1] Paraguay: Lugo lascia potere, Franco presidente, agenzia Ansa, 23 giugno 2012;
[2] Honduras: colpo di stato contro Zelaya, A Sud, 29 giugno 2009

La Procura contesta l'aggravante mafiosa. Da rifare il processo ai fratelli Lombardo

foto: CTZen.it
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CATANIA, 23 GIUGNO 2012 – Fino ad ora si è scherzato. Anzi, “babbiàto”, per dirla con le parole di Alessandro Benedetti, legale difensore del presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo nel processo che vede quest'ultimo coinvolto – insieme al fratello Angelo, deputato nazionale del Movimento per le Autonomie – per voto di scambio.
La Procura di Catania, stupendo più di un commentatore, ha infatti deciso de facto di cancellare il processo che si sta tenendo per voto semplice e sostituire a questo aggettivo un aspetto molto più pesante: l'aggravante mafiosa perché – come spiega il pubblico ministero Carmelo Zuccaro - «adesso abbiamo degli elementi nuovi che ci permettono di contestare l'aggravante mafiosa».

Nella decisione molto sembrano aver influito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maurizio Di Gati e Gaetano D'Aquino, in particolare perché quando il partito dei fratelli Lombardo chiedeva voti questi «non venivano chiesti a persone specifiche ma a interi quartieri, in nome delle condizioni dettate dal reato 416 bis», cioè l'associazione mafiosa basata sull'intimidazione, l'assoggettamento e l'omertà. «Queste persone» - ha concluso il pubblico ministero - «non avrebbero mai denunciato che un candidato piuttosto che un altro aveva chiesto loro il voto, perché assoggettate e abituate a un lima di omertà. I candidati lo sapevano e ne approfittavano».
Torna così ad essere praticamente un unico filone quello che vede coinvolti il presidente della Regione e suo fratello nel processo Iblis, nel quale la giudice per le indagini preliminari Marina Rizza dovrà pronunciarsi in merito al rinvio a giudizio dei due per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che è poi la richiesta fatta dagli avvocati difensori di Lombardo.
Per l'avvocato Benedetti, però, questa decisione è solo un tentativo per non arrendersi all'idea che contro i due possa non esserci niente.
Non si sa, ora, cosa avverrà in merito ai due processi. L'unica certezza è che il rischio prescrizione si avvicina sempre di più.

Intanto, a margine dell'inchiesta, esplode il “caso” del boss Santo La Causa o, per meglio dire, esplode un caso particolare in merito alla gestione dei verbali che ne contengono le dichiarazioni, depositati durante la scorsa udienza e dunque di pubblico dominio. «Ci è stato detto che non sarebbe “uscito” nulla» - scriveva Marco Benanti su Iene Siciliane nei giorni scorsi[1] - ma «la notizia la danno l'Agi e l'Ansa nell'arco di poco tempo.

Cupula dos povos, le quattro vie d'uscita dalla crisi

foto: globalproject.info
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Rio de Janeiro (Brasile), 21 giugno 2012 – Ambientale, sociale, di genere, democratica. Sono queste le quattro declinazioni uscite fuori dalla quinta giornata della Cupula dos povos, il contro-vertice dei movimenti sociali che si è tenuta nell'Alterro do Flamengo, in contemporanea con i lavori preparativi del vertice ufficiale di Rio+20, che qualcuno giudica fallimentare solo perché mancano i “grandi” leader come Obama o Angela Merkel, impegnati nel G20 che si sta tenendo in queste ore in Messico pur sapendo che la loro presenza non avrebbe spostato di un millimetro le decisioni del vertice. Tanto è vero che proprio il vertice allargato dei potenti che si sta tenendo a Los Cabos ha stanziato ben 100 miliardi di dollari per i combustibili fossili. Così, tanto per dare fin da subito l'idea di come si muoveranno le discussioni in questi giorni[1].

Per ognuna delle quattro formulazioni della crisi, naturalmente, esiste una questione di giustizia che dovrà ispirare il lavoro dei movimenti sociali di tutto il mondo. Partendo però da due assunti imprescindibili: quello della impossibilità di continuare a muoversi in «un sistema sostenibile con dei politici insostenibili» e quello – che del primo è conseguenza – che la gestione dei beni comuni possa essere fatta solo dalle comunità locali «scardinando il fallimentare meccanismo della rappresentanza impregnata di una corruzione endemica, dentro un sistema culturale fortemente antropocentrico, anche nelle pratiche spesso retoriche, che non tiene in considerazione i diritti naturali», come scrivono Clarissa Sant'ana e Franco Carrassi dell'Art Lab Occupato e Francesca Stanca dell'associazione Ya Basta! per Globlaproject[2].

Per questo i movimenti si sono dati come base da cui ripartire i quattro principi e le quattro virtù teorizzate da Leonardo Boff, cioè il rispetto nei confronti di tutti gli esseri, la cura – intesa come reciprocità in contrasto con il principio di dominazione – la responsabilità universale come processo di consapevolizzazione delle conseguenze degli atti individuali quotidiani nonché la cooperazione e la solidarietà come assunti quotidiani e non solo come comportamenti da tenersi durante periodi di emergenza.
Ospitalità, convivenza e convivialità, tolleranza e commensalismo (il quale intende, tra gli altri, anche il diritto all'accesso al cibo per tutte e tutti) sono le virtù nelle quali poi i principi trovano attuazione.

«Perché non siamo né ospiti, né amministratori del pianeta, noi siamo il pianeta».


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/06/cupula-dos-povos-vida-nao-se-vende-vida.html;
[2] Cupula dos Povos, quinta giornata: pensare differente per agire differente, di Clarissa Sant'Ana e Franco Carrassi (Art Lab Occupato - Globalproject Parma), Francesca Stanca (Ass. Ya Basta - Globalproject), globalproject.info, 19 giugno 2012

La legge 194 è salva. Almeno nella forma

foto: Val
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Spoleto, 21 giugno 2012 – La buona notizia è che la legge 194 è formalmente salva. Come scrivevamo nei giorni scorsi, infatti, ieri la Corte costituzionale si è espressa in merito alla costituzionalità della legge – presente nel nostro ordinamento dal 1978 – dopo essere stata interpellata da un giudice spoletino chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte di una minorenne.
Il tentativo di creare un pericoloso precedente a cui i movimenti anti-abortisti avrebbero potuto appellarsi per via giuridica, dunque, è andato male. La corte ha infatti dichiarato “manifestatamente inammissibile” il ricorso.

La cattiva notizia è che il sistema socio-politico fatto di anti-abortist* ed obiettori di coscienza non è stato ancora smantellato.
C'è chi dice che quelle sul salvataggio e sulla applicazione della legge 194 siano una battaglie ideologiche. Ha perfettamente ragione. «Obiettivo di una società liberal-democratica» - si legge nel manifesto contro l'obiezione di coscienza (sanitaria, naturalmente[1]) della campagna “il buon medico non obietta”[2] - «è quello di fare in modo che ogni persona possa vivere il più possibile coerentemente con i propri valori e le proprie convinzioni. Questo significa che le persone non soltanto possono pretendere di non essere sottoposte a quei trattamenti che considerano gravemente lesivi della loro dignità, ma possono anche rivendicare il diritto di avere accesso a quegli interventi senza i quali verrebbe sicuramente minacciata sia la loro salute/benessere che la loro libertà». È per questo, dunque, che la battaglia affinché ognun@ possa disporre del proprio corpo come meglio crede (e qui, dunque, non mi riferisco solo al contesto della 194) diventa una battaglia ideologica nei confronti di chi vorrebbe un futuro declinato al passato, con mammane e corpi gestiti direttamente da un “ente superiore” - religioso o statale che sia - di turno.

Note
[1] Manifesto contro l'obiezione di coscienza, Consulta di bioetica;
[2] campagna: "il buon medico non obietta"

Cupula dos povos: a vida nao se vende, a vida se defende!

foto: asud.net
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Rio de Janeiro (Brasile), 20 giugno 2012 – Ci sarebbe una interferenza con i sistemi elettronici e le frequenze dell'aeroporto Santos Dummond, situato a due chilometri dall'Alterro do Flamengo dove si sta svolgendo il contro-vertice alla base del tentativo – fallito – dell'Anatel (l'Agenzia nazionale delle telecomunicazioni brasiliana) di chiudere Radio Cupula, la radio comunitaria che fa parte degli organi di informazione ufficiali della Cupula dos Povos, l'incontro dei movimenti sociali che si sta tenendo in questi giorni a Rio de Janeiro in contemporanea con “Rio+20”, il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che, come raccontano molti commentatori, si rivelerà come il solito bluff di governi e grandi imprese[1].

Per rendere reale questa interferenza c'è però un problema tecnico: Radio Cupula, infatti, trasmette in bassa frequenza, e dunque le motivazioni vanno cercate da altre parti. Forse – come si lascia sfuggire un poliziotto – nel fastidio che la radio darebbe alla rete televisiva Globo, che si sarebbe voluta accaparrare i “diritti esclusivi” dell'evento.
Dare fastidio, comunque, è esattamente l'idea che i movimenti riuniti in questo tipo di eventi – ormai una tradizione dell'antagonismo mondiale, da Seattle in poi – si sono prefissati.


Gli “indigeribili” beni comuni. L'idea dei movimenti presenti in queste giornate è quella di arrivare a produrre un documento comune – che verrà discusso nell'assemblea plenaria di oggi - da presentare poi al vertice ufficiale delle Nazioni Unite di Riocentro, contenente la ricetta per uscire “dal basso” da questa crisi globale plurima (sociale ed ambientale prima ancora che economico-finanziaria).

Documento comune come i beni, per i quali non è più importante definire gli aspetti più prettamente teorici – cosa significa “bene comune” è entrato ormai da anni nel vocabolario di tutti i movimenti – quanto quelli pratici, relativi alla loro gestione quotidiana e nel lungo periodo.

La prima assemblea, tra le oltre mille iniziative che si sono tenute in questi giorni all'”atterraggio dei fenicotteri” (come è stato chiamato il parco affacciato sulla baia di Guanabara e sul Pan di Zucchero), ha visto l'articolaçao dos povoso indigenos do Brasil (detto anche spazio APIB), al centro del quale ci sono stati gli indigeni, che hanno denunciato sia la loro impossibilità di partecipare al vertice di Riocentro che la necessità di creare un fronte comune tra le varie tribù

Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila

foto: www.genova24.it
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Genova, 17 giugno 2012 – Sono passati undici anni dal G8 di Genova e dalla “macelleria messicana”, come vennero definite le torture e le violenze perpetrate ai danni dei manifestanti da qualcuno che lo Stato italiano non ha ancora trovato, mentre chi gestiva l'ordine pubblico in quei giorni è stato promosso anche per i servigi resi in quell'occasione.
A undici anni di distanza, però, c'è ancora chi le conseguenze di quei fatti le paga sulla propria pelle, come i dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio” - un reato istituto in realtà per fini politici durante il regime fascista - e condannati in secondo grado a pene che vanno dagli otto ai tredici anni di carcere, per un totale complessivo di cento anni di carcere (neanche avessero rubato tramite banca).
«Lanciamo questo appello a tutte e tutti» - si legge in un comunicato di Radio OndaRossa[1] - «alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell'udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l'accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio». Dieci i possibili capri espiatori; nessuno, il numero dei condannati tra coloro che perpetrarono le torture; trecentomila, il numero di coloro che invasero le strade di Genova nel luglio di undici anni fa.
Proprio a loro, e a tutte e tutti coloro che non sono indifferenti al mondo che li circonda, è rivolto l'appello che pubblichiamo di seguito:

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell'ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l'omicidio di Carlo Giuliani, la "macelleria messicana" avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l'ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito "la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, "devastazione e saccheggio", che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una "compartecipazione psichica", anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E' inaccettabile che, a ottant'anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l'annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

Qui per aderire all'appello


Note
[1] Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila, Radio OndaRossa, 5 giugno 2012

Se Don Milani fosse ministro dell'Istruzione

foto: ilcorpodelledonne.net
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Roma, 17 giugno 2012 – Secondo il rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro pubblicato in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile (che si celebra il 12 giugno) sono 215 i milioni di bambini costretti a lavorare per sopravvivere. Tra questi, almeno 5 milioni di essi sono costretti ai lavori forzati, nei quali sono comprese le nuove forme di schiavitù minorile come lo sfruttamento sessuale, la schiavitù per debiti o l'uso dei bambini nei conflitti armati. La cifra, evidenziano dall'organizzazione, è senza dubbio sottostimata.
La distanza maggiore tra le promesse derivanti dalle varie Convenzioni redatte in questi anni si ha nei settori dell'economia cosiddetta informale, nella quale rientrano ad esempio i minori utilizzati nelle zone rurali e agricole, dove fin da subito bambini e bambine vengono utilizzati dalle famiglie in chiave economica privilegiando il lavoro piuttosto che l'istruzione scolastica.
Pochissimi poi, denuncia il rapporto, i casi di lavoro minorile che arrivano davanti ai Tribunali nazionali.

«Lavoro dignitoso per i genitori e istruzione per i bambini e le bambine sono elementi indispensabili per lo sradicamento del lavoro minorile» dice Juan Somavia, direttore generale dell'Ilo, per il quale bisogna continuare «sulla strada tracciata nella road map adottata a L'Aia nel 2010 che prevedeva l'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016».

Non bisogna, però, commettere l'errore di credere che questo tipo di problema riguardi solo paesi poveri o in fase di sviluppo.
Se in questi paesi, infatti, vige ancora l'idea secondo la quale bambini e bambine “rendano di più” a lavorare i campi piuttosto che a stare dietro a libri e compiti a casa per l'intera giornata, in un paese che si ritiene sviluppato come l'Italia il nostro sistema scolastico, attaccato negli anni da entrambe le parti politiche, governo dei professori incluso, sta tornando ad essere di élite, dove bambini con disagi e i tantissimi figli di migranti – ai quali si aggiungono bambine e bambine di famiglie colpite dalla crisi economica – rappresentano oggi quel sottoproletariato a cui una volta la scuola era preclusa.

Espulsi dal sistema scolastico (facendo in molte zone un enorme favore alla criminalità organizzata, sempre disponibile ad accogliere manovalanza giovane[1]) ed impossibilitati dunque a formarsi nella loro maturazione culturale né in quella materialmente spendibile una volta entrati in un mondo del lavoro diventato anch'esso un “lusso per pochi”, tra i 15 ed i 24 anni – come evidenziava Lorella Zanardo su “Il corpo delle donne” due giorni fa[2] – vanno ad incrementare le fila di quell'esercito di ragazze e ragazzi che non studia e non lavora (detti NEET, acronimo di Not in Employment, Education or Training). Nel nostro paese, dove la percentuale è la più alta d'Europa ed in aumento proprio per effetto della crisi economica, sono oltre due milioni, come denuncia Sofia Basso in un articolo pubblicato sull'ultimo numero del settimanale Left[3].
Quello dei NEET rappresenta un problema sociale con il quale sarà bene iniziare a fare i conti al più presto, in Italia come nel resto del mondo, considerando che questo fenomeno è – allo stesso tempo – effetto e causa di tutta una serie di altri problemi sociali che società che vogliono essere realmente democratiche non possono permettersi. Sono effetto – come abbiamo visto – di dinamiche di esclusione (scolastica e lavorativa) che ricadono poi sull'intera comunità di appartenenza ma sono anche causa stessa della crisi essendo spesso costretti a fare affidamento solo su aiuti economici derivanti dai familiari (la vecchia “paghetta” di mamma e papà, per intendersi) in un sistema dove il fulcro di tutto sono, ancora una volta, le politiche che ruotano intorno all'idea che la società ha della scuola, intesa nel suo ruolo di educatrice sociale prima ancora che culturale.

Più che di tanti Don Milani – come chiede “disperatamente” Lorella Zanardo – io credo, c'è bisogno che un Don Milani venga fatto ministro dell'Istruzione (per ora, con Marco Rossi Doria, ci siamo fermati al sottosegretariato).

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2011/10/scuole-al-margine.html;
[2] Cercasi Don Milani disperatamente, Il corpo delle donne, 15 giugno 2012;
[3] Neet generation. Gioventù sprecata di Sofia Basso, settimanale Left, 16 giugno 2012

Rio+20 e Cupula dos povos, in Brasile si discuteranno i nuovi modelli di sviluppo mondiale

info.abril.com.br
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Rio de Janeiro (Brasile), 17 giugno 2012 – Sono iniziati nei giorni scorsi i lavori del PrepCom, il Preparatory Committee al quale è stato affidato il compito di trovare un documento finale da presentare alle delegazioni governative statali che arriveranno a Rio de Janeiro mercoledì, per il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo presentato con la formula “Rio+20”, per ricordare che proprio questa città ospitò il più che fallimentare vertice del 1992, quando si decise che la Terra sarebbe diventata un posto migliore attraverso politiche più verdi e sostenibili.
A vent'anni di distanza, però, si può sostenere senza tema di smentita che quelle promesse non furono fatte dinanzi ai popoli ma dinanzi a grandi imprese ed istituzioni capitalistiche sovranazionali (così come in quegli anni, ancora oggi i paesi devono sottostare ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio) che, dietro contenitori apparentemente accettabili quali sviluppo ed economia sostenibili nascondevano la privatizzazione dei servizi essenziali – basti considerare in tal senso la lotta globale per l'acqua, che in Italia vede un referendum in attesa di applicazione – la finanziarizzazione economica e, per riflesso, sociale.

In questi venti anni, infatti, né il clima né i popoli hanno goduto di quelle promesse. Nonostante il Progetto del Millennio dell'Onu in un documento divulgato a dicembre evidenzi come negli ultimi dieci anni la mortalità infantile sia stata ridotta del 30%, con l'aumento della scolarizzazione e la diminuzione dei conflitti armati, «ancora oggi quasi 900 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2.600 milioni non vivono in condizioni igieniche di base accettabili» così come «più di 900 milioni di persone (il 13% della popolazione globale) vivono in condizioni d'indigenza estrema e appena 17 milioni avranno superato la soglia della povertà nel 2015», come scriveva Frei Betto, tra i principali esponenti della Teologia della Liberazione ed ex assessore del primo governo brasiliano di Luiz Inácio “Lula” da Silva per il programma Fome Zero (Fame Zero).

Fino ad ora, però, i documenti fin qui redatti non sono stati considerati all'altezza delle aspettative, ed è alto il pericolo che quelli che verranno realizzati nei giorni prossimi seguano la stessa via, anche perché nei vari forum ufficiali che si sono tenuti in questi anni la soluzione dei problemi mondiali è stata affidata proprio a chi quei problemi ha concorso ad aumentarli.

#Save194, l'Italia rischia un'altra recessione: quella etica

foto: femminileplurale.wordpress.com
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Spoleto, 17 giugno 2012 – Il nostro paese è in crisi. Non solo – e non tanto – con la ben nota crisi economica dalla quale il governo dei professori sembra voglia farci uscire applicando i dettami della Scuola di Chicago (vedasi alla voce: Argentina 2001) ma anche e soprattutto da un punto di vista sociale, etico.

Una delle battaglie più importanti, in Italia come nel resto dell'Europa, si combatte da tempo sulla possibilità che le donne hanno di poter scegliere di abortire, un diritto – sacrosanto – che in Italia venne conquistato con una forte battaglia referendaria nel 1978 mediante il quale è stata introdotta nel nostro ordinamento la legge 194, quella stessa legge che tra tre giorni potrebbe essere definitivamente espulsa dal nostro ordinamento giuridico.
Il prossimo 20 giugno, infatti, la Corte Costituzionale è chiamata ad esaminare la costituzionalità di questa legge (dopo trentaquattro anni dovrebbe essere questione già chiusa da un pezzo, comunque) dopo essere stata interpellata da un giudice di Spoleto che doveva dirimere il delicatissimo caso della richiesta di interruzione di gravidanza da parte di una minorenne. Il giudice ha infatti confrontato la legge 194/78 con alcune indicazioni provenienti dalla Corte Europea, in quanto la prima potrebbe ledere il diritto alla vita dell'embrione, «in quanto uomo in fieri», violando gli articoli 2 e 32 – che rispettivamente riguardano i diritti inviolabili dell'uomo e la tutela della salute – della nostra carta costituzionale. Tale problema deriva da una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione Europea, che il 18 ottobre dello scorso anno ha riconosciuto l'embrione umano «quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto», provocando così un ampio sorriso sulle bocche di alti esponenti del Vaticano e degli appartenenti ai movimenti pro-life europei.

Qualora la Corte decidesse per la incostituzionalità della 194 – che ci ha portato peraltro ad essere uno degli ultimi paesi europei per numero di aborti - quello che avverrà è già noto, dato che torneremmo esattamente all'epoca in cui questa legge non esisteva e nella quale chi aveva i soldi necessari andava ad abortire in lussuose cliniche estere, per le altre rimanevano solo i ferri da calza delle mammane o i maldestri tentativi di auto-aborto.

Questo ennesimo attacco alla legge 194/78 è comunque da leggersi nel più ampio attacco all'autodeterminazione delle donne, già fortemente minata dalla legge 40 sulla procreazione assistita, «che legalizza una serie di ingerenze sui corpi delle donne e sulle loro scelte genitoriali con effetti devastanti tra l'altro sulle coppie che desiderano figli»

Non ricordo e informazioni calunniose caratterizzano l'udienza trentuno del processo Rostagno

foto: liberainformazione.org
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Trapani, 17 giugno 2012 – Smentite e non ricordo. Sono state queste le parole chiave della nuova udienza – la numero trentuno – del processo Rostagno, dove sul banco dei testimoni sono stati chiamati il colonnello Elio Dell'Anna, all'epoca dei fatti comandante del reparto operativo dei carabinieri ed il collaboratore di giustizia Roberto Sipala.
Dell'Anna – apparso visibilmente a disagio - ha detto addirittura di non ricordare la sua precedente convocazione in Procura nel 1996, all'epoca guidata dal procuratore Gianfranco Garofalo.

Convocato dalla difesa di Vito Mazzara (considerato l'esecutore materiale dell'omicidio), con il colonnello il tentativo degli avvocati sembra essere stato quello di ritornare sulla vecchia pista di cui si parlò nei momenti immediatamente successivi all'assassinio, avvenuto il 26 settembre 1988 nel trapanese: la vendetta interna a Lotta Continua dopo l'omicidio del commissario Luigi Calabresi e che vide arrivare un avviso di garanzia anche per il giornalista torinese, componente dell'esecutivo che Leonardo Marino – ex appartenente al movimento – aveva accusato.

Rostagno di quell'avviso di garanzia ne aveva parlato, anche dagli schermi di Rete Tele Cine, incaricando Giuliano Pisapia – oggi sindaco di Milano – di parlare con il giudice istruttore Antonio Lombardi così da poter essere ascoltato, rendendo note anche delle clamorose rivelazioni in merito, e chiudere definitivamente questa vicenda. È stato proprio Dell'Anna ad aver ricostruito tutto questo, dicendo anche di essere stato l'autore di un “promemoria” per il procuratore titolare dell'indagine sull'omicidio. Nessuno dei chiamati in causa, però, ha sostenuto la tesi del colonnello, che anzi è stata smentita con fermezza sia da Lombardi, quando la notizia uscì sui giornali nel 1992 che da Pisapia che a Valeria Gandus ha raccontato come «l'abboccamento con il giudice Lombardi non c'è mai stato, la ricostruzione di Dell'Anna è totalmente destituita di fondamento. All'epoca dell'arresto di Sofri, Rostagno aveva dato semplicemente la sua disponibilità a farsi interrogare», ha raccontato . I killer, comunque, arrivarono prima che il giornalista potesse fare le sue dichiarazioni.
Un approfondimento di quanto dichiarato è stato però impossibile, in quanto il colonnello si è trincerato dietro una quantità incalcolabile di non ricordo.

Ha ricordato benissimo invece Roberto Sipala – che qualche tempo fa disse di essersi inventato tutte le sue dichiarazioni in merito alla strage di via dei Georgofili del maggio 1993 - che ha confermato tutte le dichiarazioni che gli sono valse una condanna per calunnia, laddove dichiarava che il gruppo di fuoco sarebbe stato catanese (tal Fagone il killer, rimasto ferito a seguito dello scoppio del fucile) e che Chicca Roveri, la compagna di Rostagno, sia da considerare la vera responsabile dell'omicidio.

Processo Iblis, gli interessi della mafia nel settore dell'eolico

foto: catania.blogsicilia.it
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CATANIA, 17 GIUGNO 2012 – È ripartito due giorni fa il processo ordinario nato da una degli innumerevoli filoni (sette, in tutto) del processo denominato Iblis sui presunti intrecci tra mafia, imprenditoria e politica, un processo che sembra andare a rilento, nell'attesa che la Cassazione si pronunzi in merito al conflitto di competenze tra Tribunale e Corte di Assise.

Questa volta a parlare è stato Francesco Paolo Giuffrida, ex consulente della Procura di Palermo in merito alle indagini sul gruppo Fininvest adesso alla filiale romana della Banca d'Italia, per la quale in passato ha fatto parte anche dell'Unità di informazione finanziaria che si è occupata dei finanziamenti del settore eolico fin dal 2008, dopo alcune segnalazioni arrivate da fonti afferenti sia alla magistratura che agli organi di informazione. «Molti imprenditori hanno investito sull'eolico per ottenere i vantaggi derivanti dalle agevolazioni finanziarie statali e regionali nella fase della realizzazione degli impianti e in seguito anche nella produzione dell'energia» ha evidenziato il teste.

I magistrati si sono concentrati per lo più sulla Veronagest S.p.A., azienda veronese ma controllata al cento per cento da una holding lussemburghese, con interessi nel settore delle energie rinnovabili (non solo in Sicilia) alla quale sono da ricondurre il parco eolico Ennese a Ramacca, nel catanese, e quello di Tempio Pausania a Marineo, nel palermitano.
È a questo punto che Giuffrida fa il nome di Vito Nicastri, considerato il “signore dell'eolico” a Trapani, al quale il locale Tribunale due anni fa ha sequestrato beni per un miliardo e 500mila euro in quanto indicato come vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro. L'uomo, stando alla ricostruzione, sarebbe stato lo “sviluppatore” dell'operazione Veronagest, cioè il referente della società in Sicilia, per la quale Nicastri doveva ricevere le autorizzazioni ed acquistare i terreni. Oltre a questo, Nicastri avrebbe partecipato attivamente alla realizzazione dei parchi eolici, attraverso la società Eurocostruzioni.
La questione, comunque, verrà maggiormente specificata il prossimo 28 giugno, data in cui è prevista la ripresa del processo.

A margine dell'udienza – come ricorda Salvo Catalano su CTZen.it[1] - è tornato a parlare anche il legale di Vincenzo Santapaola, Francesco Strano Tagliareni, che ha denunciato la situazione del suo assistito, in carcere a Rebibbia sotto regime di 41bis. «Parlando col mio assistito» - ha dichiarato, ricordando come già in passato abbia già chiesto spiegazioni al giudice per le misure cautelari - «emerge una situazione al di fuori della norma. Non riceve posta, non arriva la posta che invia, non può fare nessunissima attività, non ha contatti con i familiari. Va garantito il diritto di difesa, vorrei una risposta dal dipartimento di amministrazione penitenziaria». Dal canto suo, il giudice si è limitato a dire di non credere che ciò «sia argomento da dibattere in pubblica udienza» e che la richiesta dell'avvocato è stata inoltrata al Dap.

Note
[1] Iblis, l’interesse della mafia per l’eolico. Legale Santapaola: «Isolamento eccessivo» di Salvo Catalano, CTZen.it,

Tra "biscotti" e cani randagi, Mahmoud Sarsak rimane illegalmente nelle carceri israeliane

foto: baruda.net
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Striscia di Gaza (Palestina), 16 giugno 2012 – Mentre l'Italia si interroga sul “biscotto croato-spagnolo”, reiterando così quella vecchia abitudine del dare la colpa dei propri fallimenti (sportivi e non) a complotti altrui piuttosto che a demeriti propri e che poco ha a che fare con il concetto di sportività, c'è un giocatore che rischia di morire.

No, niente episodi di violenza calcistica né di tifosi difficilmente etichettabili come tali.
Lui si chiama Mahmoud Sarsak, è un calciatore professionista palestinese (gioca anche in nazionale) di 25 anni, detenuto illegalmente nelle carceri israeliane dal 2009. Da ormai novantadue giorni è in sciopero della fame contro quella che in Israele si chiama “detenzione amministrativa”, un atto che permette agli israeliani di detenere Mahmoud senza che contro di lui – o contro altri palestinesi sottoposti a questo regime carcerario – sia stata mossa alcuna accusa o sia stato portato davanti ad una corte per essere processato.

La storia. Mahmoud viene arrestato il 22 luglio del 2009 a Beit Hanoun, valico nord della Striscia di Gaza mentre si dirigeva – con tanto di autorizzazione concessa dagli israeliani a poter oltrepassare il valico – nella West Bank per firmare un contratto con il Balata Youth Club semplicemente sulla base di un sospetto, a cui gli israeliani hanno dato il nome di “legge dei combattenti illegali” e che permette di detenere gli abitanti della striscia in maniera illegale, senza che se ne conoscano le ragioni e senza una data prevista per la scarcerazione. Il calciatore è infatti accusato di appartenere al Jihad Islam, nonostante Israele non sia in grado di produrre alcuna prova di tali accuse.
Come molti suoi connazionali, Mahmoud ha iniziato una protesta attraverso lo sciopero della fame, che ormai si protrae da 92 giorni, con tutti i rischi che ciò comporta. Secondo fonti mediche, infatti, ha perso 25 chili, sviene spesso ed il battito cardiaco si fa sempre più debole. Questa protesta gli ha portato inoltre gravi danni ad alcuni organi, così da interrompere il suo sogno di indossare la magia del suo paese in una competizione internazionale (che nel caso della Palestina significa anche portare all'attenzione internazionale anche il problema del conflitto israelo-palestinese).
Insieme a lui, le carceri israeliane detengono altre 4.600 persone, di cui circa 300 sottoposti a “detenzione amministrativa” e molti bambini, che vengono arrestati (spesso solo per aver lanciato un sasso), torturati e sottoposti ad elettroshock.

Telejato quintuplica: nascono Telejovani ed altri quattro canali

foto: ossigenoinformazione.it
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Partinico (Palermo), 16 giugno 2012 – Fino ad un paio di settimane fa era a rischio scomparsa, ora – parafrasando una nota trasmissione di qualche decennio fa – non solo TeleJato non lascia[1] ma raddoppia. Anzi, quintuplica.

Sono infatti cinque i canali di cui la piccola ed agguerrita televisione antimafia di Pino Maniaci potrà disporre entro la fine dell'anno dopo essersi consorziata a TeleMed, Radio Monte Kronio ed il Tirreno («Sono state le altre emittenti, soprattutto l'emittente regionale TeleMed a consentirci di raggiungere il punteggio», raccontava nei giorni scorsi Maniaci), permettendogli così di entrare nelle graduatorie provvisorie per l'assegnazione delle frequenze televisive del Ministero dello Sviluppo economico. Il primo di questi canali inizierà a trasmettere sul canale 273 del digitale terrestre dal prossimo 4 luglio.

«Noi di Telejato ringraziamo tutti coloro che ci sono stati vicini in questa battaglia di democrazia. Soprattutto le associazioni, i giovani, il comitato “Siamo tutti Telejato” e le scuole che hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica Napolitano e al ministro Passera. Continueremo a batterci perché lo stesso diritto sia riconosciuto alle altre emittenti rimaste fuori».

Risolto il problema più importante, però, rimane quello delle attrezzature. Per trasmettere con il nuovo sistema, infatti, ne servono di nuove entro il prossimo 2 luglio, quando il segnale analogico verrà spento a Partinico. Spesa complessivo tra i 35-40 mila euro. «Come altre volte» - spiega Maniaci - «non chiediamo niente a nessuno, ma diciamo: siamo disponibili ad accettare l'aiuto di chiunque voglia darci una mano. Noi facciamo la nostra parte. Stiamo impegnando anche l'oro di famiglia per comprare le attrezzature, per arrivare all'appuntamento accendendo un paio di canali. Se non li attiviamo tutti e cinque entro sei mesi, corriamo il rischio che ci vengano tolti».

Intanto sono già stati definiti – quantomeno in termini generali – i programmi degli altri quattro canali a disposizione: il primo vedrà realizzata l'idea di Margherita Ingoglia, studentessa universitaria e stagista presso l'emittente, a cui si deve l'idea di “TeleJovani”, che affidando il microfono ai giovani permetterà loro di poter attivarsi maggiormente nella lotta alla mafia ed al malaffare di tutti i giorni. L'idea è quella di coinvolgere anche l'ordine dei giornalisti, trasformando questa esperienza in una sorta di «scuola di giornalismo di strada».
Un secondo canale sarà invece dedicato all'antimafia della memoria, con trasmissioni su Peppino Impastato, Danilo Dolci, Rita Atria o i giornalisti uccisi da cosa nostra. Il terzo canale di cui TeleJato si doterà – lasciando invece quello rimanente a disposizione delle emittenti tagliate fuori dal digitale terrestre – sarà invece destinato alle sedute dei consigli comunali del territorio.

A questo punto, però, «le famose due stanze con bagno di TeleJato non sono più sufficienti per cui chiediamo che ci venga assegnato un bene confiscato alla mafia» - ha raccontato Maniaci a Dario Barà di Ossigeno per l'informazione[2] - «Per cui chiediamo che ci venga assegnato un bene confiscato alla mafia. Abbiamo già lanciato un appello, chiediamo l'aiuto di don Luigi Ciotti».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/06/lantimafia-sbarca-sul-digitale.html;
[2] Partinico. TeleJato avrà cinque canali, ha vinto la prova del digitale terrestre, di Dario Barà, Ossigeno per l'informazione, 10 giugno 2012

Operazione anti pedo-pornografia "Strike", 109 indagati tra Italia e Germania

foto: loschiaffo.org
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Catania, 16 giugno 2012 – Centonove indagati ed otto arresti in flagranza di reato. È questo il – parziale – risultato dell'operazione portata avanti dalla Procura distrettuale catanese in collaborazione con la locale Polizia Postale denominata “Strike”, avviata nel 2010 in ben quarantaquattro città italiane e che ha portato nei giorni scorsi a smantellare un'ampia rete pedopornografica tra Italia e Germania.

«È il risultato di una lunga e complessa operazione di indagine internazionale che, nell'ambito dei reati compiuti via internet, richiede la collaborazione della polizia giudiziaria anche straniera», ha evidenziato il sostituto procuratore catanese Marisa Scavo, specializzata nella lotta alla pedofilia. «Per questo dal 2009, quando la competenza ad investigare su reati di pedopornografia on-line è stata affidata a tutte le procure distrettuali, è stato necessario formare delle squadre investigative sovranazionali che, collaborando tra loro, arginassero questo fenomeno sempre più diffuso. E con dati allarmanti».

L'operazione è da ritenersi tutt'altro che conclusa. «La Procura della Repubblica di Catania» - ha spiegato il procuratore capo Giovanni Salvi - «ha segnalato alla Germania un sito in cui era possibile scambiare file di tipo pornografico che coinvolgevano diversi minori. Da qui si è proceduto, con la collaborazione della polizia tedesca, prima all'identificazione dei soggetti coinvolti e poi al sequestro del materiale e agli arresti».
Proprio questo sito, che in soli due mesi ha registrato oltre 44mila accessi alla sezione “Teen group”, sarebbe stato il punto di contatto della rete pedopornografica italo-tedesca, anche se non è difficile prevedere il coinvolgimento di cittadini di altri stati. Nello stesso periodo è stata monitorata l'attività del server Donkey2000, un altro dei canali preferiti dalla rete pedopornografa secondo gli inquirenti.

Ad alcuni degli arrestati – ai quali vengono contestati i reati di divulgazione e detenzione di immagini di pornografia minorile - sono state sequestrate quantità impressionanti di questo materiale, come i 436mila file pedo-pornografici autoprodotti da un informatico napoletano, «che riprendeva, a loro insaputa, degli adolescenti mentre si spogliavano nel bagno di casa sua prima delle attività fisiologiche». Molti, inoltre, i video sequestrati ritraenti bambini o minori in età preadolescenziale – per i quali sono ancora in corso gli accertamenti tecnico-investigativi volti a stabilirne la nazionalità - costretti ad atti sessuali.
Proprio per questo, dicono gli inquirenti, saranno aperti molti filoni di indagine.

In questi giorni, intanto, l'associazione Meter Onlus di don Fortunato Di Noto – a rischio chiusura per i tagli previsti nell'ultima legge di stabilità redatta dalla Regione[1] - ha reso noto il report sull'attività nei primi cinque mesi del 2012 redatto insieme all'Osservatorio mondiale contrasto alla pedofilia (OSMOCOP) specializzato nell'elaborazione dei flussi di dati internet, che hanno visto un vero e proprio boom di siti pedopornografici nel mondo, che evidenzia l'esistenza di 4.148 siti segnalati (2612 domini generici, 1.043 domini specifici e 493 gruppi sui social networks) con al primo posto il continente asiatico – Cina, Taiwan e Sri Lanka i paesi segnalati - seguito poi dal nostro continente, dove le segnalazioni arrivano da Russia, Austria, Lituania, Polonia, Spagna, Italia, Grenada-Caraibi, Montenegro, Germania, Svezia, Francia e Belgio; dal continente americano, dove il maggior traffico pedopornografico è stato registrato negli Stati Uniti; dall' Oceania, con l'Isola di Tonga, ed infine dal continente africano, con Libia, Somalia e Nigeria come paesi maggiormente segnalati.
Ventisei, infine, i casi trattati dal Centro di ascolto e di accoglienza dell'associazione siracusana, tra i quali non solo quelli di sospetti abusi sessuali ma anche inerenti a difficoltà relazionali in famiglia o a figli contesi in separazioni.

Note
[1] Meter, associazione contro la pedofilia, rischia di chiudere di Elisa Mirabile, InfoOggi.it, 31 maggio 2012

9 giugno 2012: la Fiom apre gli stati generali della (nuova) Sinistra?

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Watch live streaming video from fiomnet at livestream.com
Qualcuno, nei giorni scorsi, ha detto che questo incontro ha rappresentato la nascita del "partito Fiom". Non so se sia così. Se lo fosse, comunque, sarebbe sicuramente un partito migliore di quell'altro partito che sembra stia nascendo intorno al quotidiano Repubblica.
Quello che però sembra incontrovertibile è che la Fiom, oggi, si sta ponendo come soggetto politico (cosa ben diversa dall'essere un soggetto partitico) di un certo tipo di sinistra, come ha in qualche modo ricordato Maurizio Landini nelle conclusioni, sottolineando come nei 110 anni di formazione, il sindacato non si sia solo battuto per i diritti dei lavoratori ma anche per un certo tipo di idea di società, convocando quello che a me sembra essere il primo passo degli stati generali della e per la Sinistra (la maiuscola non è un refuso).

È un inizio, intorno ad un programma - quello presentato nel primo intervento del segretario generale del sindacato - che dovrà essere naturalmente integrato da tutte quelle istanze che oggi possono essere ricondotte ad un'idea sociale "di Sinistra" (e di cui accennavo anch'io nei giorni scorsi).
È anche - o almeno potrebbe essere - anche una fine, parafrasando Tiziano Terzani. La fine di quell'errore di valutazione che ha visto nel Partito Democratico sotto la gestione Bersani un movimento di Sinistra (rimango sempre convinto che, forse, con Ignazio Marino la cosa sarebbe stata ben diversa...) e che spero porti presto ad una vera e propria scissione tra le forze sinceramente di sinistra e i democratici, ormai dichiaratamente forza di centro (e che non possono dirsi forza "pro-lavoratori" e poi appoggiare il governo Monti).
Non è stata, purtroppo, la fine di una certa sinistra. Quella della "coesione a domeniche alterne". Quella, per intenderci, che da vent'anni o forse più teorizza la necessità di un grande partito di sinistra e che poi, quando passa ai fatti, torna a scindersi nel giro di qualche settimana. Risolvere questo punto potrebbe essere il secondo passo (o il primo passo e mezzo) di questi nuovi stati generali. Non basta, infatti, ricominciare ad usare i termini "compagne e compagni" per poter parlare di una sinistra unita.

Nei prossimi mesi capiremo se gli errori di questi ultimi vent'anni sono stati superati o se anche il tentativo della Fiom dovrà essere derubricato all'ormai classico "belle parole, ma pochi fatti".

Le mani di cosa nostra sui diamanti insanguinati

foto: ondanomala.org
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Johannersburg (Sudafrica), 10 giugno 2012 – Diecimila carati al mese, per un investimento di sei milioni di euro e la prospettiva di triplicare nel giro di poco tempo la quantità di diamanti importata.

È questo il nuovo business di cosa nostra, come spiega Riccardo Lo Verso sull'ultimo numero del mensile “S”. Tutto parte il 19 febbraio dello scorso anno, quando in un albergo della città sudafricana, quando sette uomini di diversa nazionalità si sono seduti al tavolo di un albergo per investire il loro denaro, che almeno in un caso – non conoscendo l'identità degli altri businessman – devono essere riciclati.
Antonino Messicati Vitale, uno degli uomini seduti al tavolo, è infatti boss di Villabate, latitante dalla fine del 2010. 40 anni, figlio di Pietro, condannato durante il maxiprocesso e successivamente ucciso in un agguato, ha percorso le orme del padre, comprensive di un decennio trascorso in carcere. È considerato un leader carismatico, tanto da essere invitato al summit organizzato a Bagheria il 12 marzo 2011, a due mesi dal meeting sudafricano.
Sarebbe lui, dicono gli inquirenti, uno degli uomini chiave del accordo che avrebbe dovuto aprire un nuovo canale nella via del traffico internazionale di pietre preziose. A provarlo ci sarebbe un contratto – di cui il mensile è in possesso – siglato durante quell'incontro, firmato da alcuni partner europei e dal Zimbabwe Group, o Zimbgroup.

Secondo le indagini, il gruppo sudafricano si farebbe rappresentare in Italia da Salvatore Ferrante, titolare in Sudafrica anche di fattorie ed allevamenti di bestiame insieme alla sorella Pina, alto dirigente dell'African Dune, multinazionale specializzata nella commercializzazione su vasta scala di pietre preziose. I due, inoltre, sono anche gli zii della madre di Messicati Vitale. Sarebbero, secondo gli inquirenti, il vettore attraverso il quale i diamanti avrebbero viaggiato tra Italia e continente africano, ed è molto probabile – data la parentela – che siano stati proprio loro ad ospitare Messicati Vitale in una terra che sta ormai diventando meta ambita per mafiosi in fuga (Vito Roberto Palazzolo insegna[1]).

Non è dato sapere se nell'incontro di Bagheria venne tirato in ballo anche il discorso dei diamanti, in quanto gli inquirenti non riuscirono a piazzare microspie all'interno del locale, anche se è ipotizzabile che Messicati Vitale sia diventato una sorta di “ministro delle Finanze” dei clan palermitani, o quantomeno di una parte di essi (quelli dei mandamenti di Pagliarelli, Porta Nuova e Bagheria). Tracce di questo nuovo business potrebbero arrivare dall'esame dei libri mastri trovati in possesso di Vincenzo Coniglio, parrucchiere di Corso Calatafimi e contabile della famiglia mafiosa di Porta Nuova, così da poter dare un'identità agli altri sei uomini seduti a quel tavolo nel febbraio 2011.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/arrestato-in-thailandia-vito-palazzolo.html

Ascanio Celestini - presentazione Pro Patria. Pietrasanta 9 giugno 2012

Caso Attilio Manca, la Procura chiude le indagini senza dare risposte convincenti

foto: ritaatria.it
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Viterbo, 10 giugno 2012 – «Attilio Manca è stato ucciso da un'overdose di eroina mista a tranquillanti. Nessun indizio, per quanto labile, suffraga l'ipotesi dell'omicidio di mafia ipotizzata dai familiari». A dirlo sono, in conferenza stampa, il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti ed il pubblico ministero Renzo Petroselli al quale è stata affidata l'inchiesta sulla morte – avvenuta l'11 novembre del 2004 – dell'urologo siciliano che curò l'allora capo di cosa nostra Bernardo Provenzano a Marsiglia, essendo uno dei pochi urologi in grado di fare un intervento alla prostata con l'innovativa tecnica della laparoscopia. Proprio per questo incontro, si è sempre detto, Manca fu ucciso dalla mafia.

La magistratura, però, lapensa diversamente. «Non abbiamo mai scritto o detto che il dottor Manca si sia suicidato», hanno detto i due magistrati durante la conferenza stampa. «Sulla base dei riscontri» - dicono - «abbiamo sostenuto che è deceduto per un'overdose di eroina e farmaci. Non è vero che non abbiamo fatto rilevare le impronte digitali sulle due siringhe trovate nella sua abitazione. Le impronte digitali ci sono, ma su una superficie troppo limitata per risalire a chi le abbia lasciate. Dall'autopsia non è risultato che avesse il setto nasale rotto né sul cadavere sono stati trovati segni di violenza».
La tesi dei due magistrati, però, non hanno trovato spiegato come sia possibile che una persona mancina abbia potuto iniettarsi l'eroina proprio nel braccio sinistro, anche alla luce del fatto – come hanno da sempre raccontato i familiari – che con la mano destra il dottor Manca non ci faceva niente. Enigma che viene avvalorato anche dal non poter definire con certezza a chi appartengano le impronte digitali trovate sulle siringhe.

Questa decisione, comunque, potrebbe portare all'archiviazione – questa è, infatti, la richiesta della procura – per Angelo Porcino, Ugo Manca (cugino dell'urologo), Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri e Lorenzo Mondello. Rimane indagata invece Monica Mileti, alla quale vengono contestati i reati di cessione di droga e morte a seguito di cessione di droga.

L'ipotesi che l'urologo fosse un consumatore abituale – come trapelerebbe da un esame tricologico fatto fare dalla procura – viene esclusa dai suoi stessi colleghi.

«Siamo semplicemente indignati dalle pubbliche menzogne dette stamattina» - ha commentato Gianluca Manca, fratello dell'urologo. Troppi ancora i dubbi sul caso, troppe le coincidenze per poter pensare che la vicenda possa chiudersi in questo modo, con una verità che non convince nessuno, neanche se stessa.