Riina, da "u curtu" a "u pazzu"?

Caltanissetta – Totò Riina sarà sottoposto a perizia psichiatrica. È quanto richiesto ed ottenuto da Luca Cianferoni, legale del boss che alcuni vorrebbero ancora a capo di Cosa nostra, nonostante i tanti anni passati in carcere e che, sostiene il legale, sarebbe diventato incapace di intendere e di volere.
La richiesta è stata avanzata nell'ambito del processo d'appello per l'omicidio di Giovanni Mungiovino, politico ennese appartenente alla Democrazia Cristiana, ucciso il 9 agosto del 1983 per essersi messo contro i corleonesi.
Questa mattina i giudici di Caltanissetta hanno acconsentito alla richiesta, nominando un collegio di periti composto dal medico legale Vito Milisenna, da Pasquale Gozzo, medico psichiatra e da Felice Di Buono, psicologo, che visiterà Riina in carcere giovedì prossimo, depositando la perizia una settimana dopo, il giorno dopo si celebrerà la seconda udienza del processo, per il quale si è registrato anche lo stralcio della posizione del boss.
Era stata invece respinta la richiesta, fatta ancora dall'avvocato Cianferoni, di far visitare il suo assistito, affetto – oltre che da incapacità di intendere e di volere – anche dal morbo di Parkinson. Toccherà al dottor Paolo Procaccianti scoprire se tali condizioni cliniche siano reali o meno.

È interessante, peraltro, notare come sempre un paio di settimane fa sorte simile fosse toccata a “zu Binnu”, Bernardo Provenzano, che non sarebbe più in grado di partecipare al processo per l'omicidio di Ignazio Panepinto avvenuto durante la seconda guerra di mafia (anni Ottanta) in cui è imputato perché affetto da una grave forma di demenza senile a seguito di un ictus. Da qui la richiesta di Rosalba Di Gregorio.

È, questa, una strategia per certi versi “napoletana”. È stata proprio la camorra, come ha brillantemente raccontato lo psichiatra Corrado De Rosa nel suo “I medici della camorra”[1] a spiegare come quella delle perizie – mediche e soprattutto psichiatriche – sia diventata nel tempo una vera e propria arma (legale) utilizzata fin dai tempi di Raffaele Cutolo e della Nuova Camorra Organizzata (Nco) per far uscire i boss dal carcere, permettendogli dunque di riprendere a gestire i propri interessi con maggiore facilità.

Se la perizia dovesse dare esito positivo, sarà il caso di iniziare a cambiare soprannome a Riina, passando da Totò “'u curtu” a Totò “'u pazzu”.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/quando-il-boss-e-sotto-stress-la.html

Palermo, chiusi i "ristoranti di mafia" mentre tornano gli scappati

Palermo – Quattro provvedimenti interdittivi, tre licenze per giochi e scommesse sportive revocate ed una richiesta di licenza rigettata per carenza di requisiti soggettivi. È questo il risultato dei blitz della Polizia avvenuti due notti fa in alcuni locali in odor di mafia. I provvedimenti sono stati notificati al titolare del bar “Franco Testaverde” di via Castelforte ed ai titolari dei ristoranti “Alla corte dei Normanni” di via Catullo e “Villa Pensabene” di via Patti, nel quartiere Zen. Notifiche inoltre per un distributore di giochi elettronici di via Mariano Smeriglio, al titolare di una sala giochi di via Tommaso Natale, al quale è stata inoltre revocata la licenza per l'istallazione di apparecchi terminali per le comunicazioni anche telematiche.

Segnalate inoltre altre sette persone per “intrattenimenti danzanti abusivi” nei locali “Primo” di via Cavour, “Le Terrazze di Cavour” di via Giovanni Lucifera, del “Cotton Club” - dove è stata segnalata una persona per aver falsamente attestato il corretto montaggio del palco per uno spettacolo organizzato dal Comune a Capodanno – ed il titolare di una sala giochi in via Sacco e Vanzetti per somministrazione abusiva di alimenti e bevande. Sequestrato infine un videogioco fuorilegge.

I ristoranti, nei quali gli accertamenti sono stati eseguiti nell'ambito dell'operazione “Araba fenice” con la quale sembra sia stato interrotto il tentativo di riorganizzare la Cupola, sarebbero stati nei mesi scorsi location per veri e propri summit mafiosi, come quello avvenuto – sotto stretta sorveglianza dei carabinieri – il 7 febbraio dello scorso anno al “Villa Pensabene” quando le telecamere ripresero tra gli altri Giulio Caporrimo, reggente del mandamento di Tommaso Natale, Giovanni Bosco, capomandamento di Boccadifalco-Passo di Rigano, arrivato con Alfonso Gambino, Ignazio Mannino e Matteo Inzerillo – la “dirigenza” del mandamento – insieme a Giuseppe Calascibetta del mandamento di Santa Maria di Gesù ed il gruppo di Brancaccio, composto da Giuseppe Arduino, Cesare Lupo e Antonino Sacco.
Inzerillo, Gambino, cognomi che riportano alla memoria l'epopea di sangue di Totò “'u curtu” Riina e che sanciscono, ufficialmente, il ritorno degli “scappati”[1], tornati – senza troppo clamore – una volta chiusa (o quasi) l'epopea dei corleonesi. Era dal 1981, l'anno in cui scelsero l'esilio oltreoceano, che gli appartenenti alla vecchia mafia non era permessa la partecipazione ai summit. Dopo trent'anni quegli stessi cognomi tornano da padrini nella nuova Cupola palermitana.

Proprio il riassetto degli equilibri di potere all'interno di Cosa Nostra sembra essere la lettura più accreditata dell'omicidio Calascibetta – condannato a dieci anni per la strage di via D'Amelio - avvenuto a settembre proprio nel suo feudo[2]. Dopo il summit di febbraio, peraltro, Calascibetta sembrò ricollocarsi in posizione più defilata nello scacchiere criminale cittadino. Che fosse quello – oltre alla definizione degli interessi economici, tra cui il maxi-centro commerciale di proprietà del presidente del Palermo Zamparini – il motivo del summit?

Note
[1] Seconda guerra di mafia, Wikipedia;
[2] L’omicidio del boss Calascibetta, “Segnale allarmante, era un capo”, palermotoday.it, 20 settembre 2011

Operazione "Criminal Minds", quelle molotov senza padrone

San Marino – Continua il nostro viaggio nell'operazione “Criminal Minds”[1][2]. Ricominciamo dalle dimissioni rassegnate da Marco Bianchini, l'uomo intorno al quale ruota tutta l'inchiesta, dalla presidenza del consiglio di amministrazione del gruppo “Bi-Holding” le cui aziende – recita la nota con la quale vengono rese pubbliche le dimissioni - «non sono in alcun modo coinvolte nell'inchiesta». L'azienda ribadisce inoltre la propria solidarietà al patron – attualmente rinchiuso nel carcere dei Cappuccini, in attesa della decisione sulla concessione dell'estradizione – evidenziando come le dimissioni serviranno a Bianchini siano solo un atto dovuto e necessario «a concentrarsi sulla propria difesa». «Questa situazione» - conclude la nota - «non può, non deve e non fermerà una realtà industriale leader nel suo settore che garantisce lavoro e stabilità a centinaia di famiglie ed ha sempre dimostrato grandi capacità innovative, tecnologiche e logistiche».

Il trio. La situazione all'interno dell'azienda rimane immutata, dunque. La stessa cosa non può invece dirsi per i risvolti politici dell'inchiesta, con il Congresso di Stato – l'equivalente del nostro Esecutivo – che ha indetto per oggi una convocazione straordinaria, dove l'ordine del giorno vede tra i punti principali la parte dell'inchiesta che tocca i vertici della Banca centrale della Repubblica ed in particolare il presidente, Renato Clarizia (nella foto), accusato di aver avuto rapporti con la finanziaria Fingestus non dichiarati nel curriculum presentato al momento della nomina alla presidenza. Clarizia, insieme agli altri vertici della Banca centrale, sono infatti accusati di aver privilegiato, nell'assegnazione dei tanti commissariamenti decisi in questi mesi, lo studio romano “Gemma”, vicino anche a Bianchini essendone stato liquidatore della finanziaria nel 2009, dimessosi comunque dopo la nomina. Come denunciava nei giorni scorsi il partito di minoranza Sinistra unita, nel settembre 2010 – due mesi prima della nomina alla Banca centrale – proprio Clarizia difese gli interessi della Fingestus in una causa civile – la numero 264, oggi ancora pendente – intentata dall'allora liquidatore Luigi Rumi nei confronti di Daniele Tosi, l'ex direttore generale della finanziaria, che si è visto revocare gli arresti domiciliari dopo l'interrogatorio di garanzia. Del pool difensivo faceva parte anche il già citato studio Gemma, configurando una situazione che definire come “conflitto di interessi” sembra essere francamente riduttivo.

Canta Vargiu. Intanto nei giorni scorsi è stato ascoltato anche il teste chiave Salvatore Vargiu, che ha confermato gli stretti rapporti "di collaborazione" con il finanziere Enrico Nanna, raccontando come fosse proprio lui a fare da intermediario con la Karnak finché non è stata creata una "linea diretta" tra lo stesso ex finanziere e Giovanni Pierani, con un vero e proprio listino prezzi, che andava da un minimo di 50 ad un massimo di 150 euro, a seconda della complessità delle ricerche.
L'investigatore ha inoltre spiegato la "catena di comando", con Bianchini che disponeva e Pierani che eseguiva. Proprio dalle mani di quest'ultimo, ha continuato Vargiu durante l'interrogatorio, avrebbe ricevuto una busta contenente 5mila euro destinata a Nanna.

Le molotov. Con l'esplosione dell'operazione “Criminal Minds”, peraltro, vengono confermate le sensazioni di chi, a maggio 2010, lesse nelle due bombe molotov lanciate nel giardino di casa di Bianchini un vero e proprio avvertimento, episodio che seguiva di qualche mese prima, quando lo stesso ex patron della Fingestus era entrato in un hotel della Repubblica e aveva chiesto una scorta alla Gendarmeria sentendosi pedinato.
Un avvertimento del quale, per ora, non si conosce l'effettiva natura. Un'intimidazione di qualche creditore della Fingestus? Una vendetta per concorrenza sleale? Un'intimidazione di stampo mafioso, forse del gruppo di Vitalucci come ipotizzarono, senza riscontro, Bianchini e Riccardo Ricciardi?
Bianchini, sentito più volte dalla Gendarmeria sulla vicenda, sostenne che la Karnak non c'entrava nulla, sostenendo di non avere idea di chi avesse potuto lanciargli quel messaggio peraltro in pieno giorno (le due molotov vennero infatti lanciate poco dopo mezzogiorno).
Alla luce degli sviluppi di questi giorni, comunque, l'idea che quelle molotov gli fossero state recapitate quasi per uno sbaglio di persona ha la stessa tenuta di un castello di carte.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/il-titano-e-la-piccola-piovra1.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/il-titano-e-la-piccola-piovra2-titano.html

'Ndrangheta al nord: ditta con interdittiva antimafia vince appalto pubblico

Garda (Verona) – Ormai è assodato: la criminalità organizzata non è più – da anni – una “questione meridionale”, anzi. Da anni – come sempre più raccontano le cronache, giudiziarie e giornalistiche che siano – i clan vivono, vegetano e proliferano anche al nord, tanto che per molti degli affiliati non c'è alcuna differenza tra Platì e Milano, Caserta e Rimini, Catania e Reggio Emilia.

Proprio da Reggio Emilia – da Reggiolo, per l'esattezza – è partito il “Consorzio Primavera”. Direzione Garda, provincia di Verona. Il 10 febbraio 2009 il consorzio vince la gara d'appalto per la costruzione del centro ecologico del paese indetta dal Comune, per un valore di oltre mezzo milione di euro, incassato il 20 marzo dell'anno successivo, data in cui il fabbricato è stato consegnato.

Ma quello è un consorzio sul quale più volte si sono posati gli occhi degli inquirenti, in particolare del prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro, che ha bloccato vari subappalti affidati alla ditta di proprietà dei fratelli Francesco e Raffaele Todaro, quest'ultimo genero del boss della 'ndrangheta Antonio Dragone, ucciso nel 2004 nella faida con la 'ndrina dei Grande-Aracri.
Proprio a Dragone, capobastone dell'omonima 'ndrina, si deve la creazione della locale dell'area modenese-piacentina, creata durante il soggiorno obbligatorio a Quattro Castella, vicino Reggio Emilia.
Per tale parentela (acquisita), Raffaele Todaro – che del consorzio è il procuratore – ha affermato di essere discriminato, anche se gli inquirenti raccontano una storia un po' diversa. «Siamo fortemente preoccupati che una ditta rappresentata dalla famiglia Todaro, originaria di Cutro in provincia di Crotone e che nel 2010 ha ricevuto le interdittive antimafia dal prefetto di Reggio Emilia, dal Tar e la scorsa settimana anche dal Consiglio di Stato, abbia potuto aggiudicarsi un appalto a Garda», spiegano i consiglieri d'opposizione al Corriere del Veneto. «Ci sono costruzioni dove girano milioni di euro in un momento di forte crisi, che ci sembrano molto sospette», evidenzia la capogruppo Anna Codognola, «Ci chiediamo da dove arrivino tutti quei soldi per costruire case lasciate poi vuote o sfitte e attività commerciali che sul lago sono dirette da tanti personaggi del Sud Italia. Da nostre informazioni, un intero paese in provincia di Cosenza, Acri, sta per trasferirsi sul lago di Garda: per fare i turisti? Non crediamo proprio».

Dal Comune, intanto, spiegano che tutte le carte sono in regola. Quelle antimafia comprese. Al di là delle dichiarazioni – evidentemente poco al passo con le ultime inchieste giudiziarie e giornalistiche – dell'opposizione comunque, chiedersi come una ditta possa essere interdetta in Emilia e lavorare in Veneto, comunque, diventa una domanda a cui trovare risposta nel più breve tempo possibile.

Feudo del boss Michele Greco assegnato a 25 anni dalla confisca

Polizzi Generosa (Palermo) – «Oggi è una giornata importante per Polizzi e le Madonie». È iniziato così il discorso dell'assessore regionale per l'Economia Gaetano Armao, che ha sancito, anche nelle dichiarazioni, la fine di una querelle lunga ben venticinque anni.
Nella giornata di ieri, infatti, nell'aula consiliare è stato finalmente consegnato al consorzio “Sviluppo e legalità” il feudo di Verbumcaudo, confiscato al “Papa”, come era noto il boss Michele Greco e confiscatogli dal giudice Giovanni Falcone nel 1987. Prevista per il mese di settembre la comparsa sugli scaffali della pasta, con marchio della Regione, prodotta dal grano piantato nei 150 ettari del bene.

Nonostante il feudo sia stato assegnato al consorzio per soli quindici anni – tempo eccessivamente breve, secondo molti - «l'affidamento è motivo di grande orgoglio e responsabilità per un organismo che ha saputo riscattare un intero territorio con un messaggio antimafia chiaro e diretto», come ha ribadito il presidente del consorzio Salvatore Graffato, che si è detto particolarmente fiero del fatto che il feudo sia già produttivo, «tempi veloci, efficienza e determinazione rappresentano una garanzia nella lotta senza quartiere alla mafia».

È stato inoltre reso noto che sei dei 150 ettari del feudo saranno destinati, grazie alla collaborazione dell'Istituto regionale Vini e Olii di Sicilia, alla produzione di uva.

L'assegnazione segna poi una duplice vittoria per chi, come Vincenzo Liarda della CGIL, si è battuto in tutti questi anni affinché il bene fosse utilizzato a scopi sociali e non venduto a seguito dell'ipoteca di due milioni e mezzo scoperta nel 2007. Battaglia che gli è costata una lunga serie di atti intimidatori, non ultima quella recapitatagli pochi giorni fa[1]

La lotta alla criminalità organizzata non si ferma però al feudo di Verbumcaudo – che l'assessore Armao vorrebbe trasformare in un vero e proprio “simbolo” - e a richiamare tutti all'ordine, evitando facili entusiasmi, è stato il Procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che, a margine dell'inaugurazione dell'anno giudiziario in Sicilia, ha evidenziato come il duplice omicidio nell'agrigentino dei giorni scorsi siano «un campanello d'allarme che deve tenere solleciti».[2]

Nell'attesa che il feudo diventi quel simbolo tanto agognato dall'assessore Armao, per ora l'unico “simbolismo” che Verbumcaudo porta con sé è quello della cieca burocrazia, che ha permesso di rallentare la lotta territoriale alla criminalità organizzata di ben 25 anni.

Note
[1] Verbumcaudo, questa assegnazione non s’ha da fare di Chiara Pracchi, Narcomafie, 26 gennaio 2012:
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/duplice-omicidio-ad-agrigento-si.html

Iblis, il processo inizia tra nuove parti civili e dubbi sulla Corte

Catania – È iniziato ufficialmente giovedì – dopo l'iniziale rinvio dello scorso 13 gennaio[1] - davanti alla corte d'Assise catanese riunita nell'aula bunker del carcere “Bicocca”, il processo ai ventiquattro imputati dell'inchiesta “Iblis”, necessario per accertare l'esistenza o meno dei rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria e nel quale verrà trattato anche il duplice omicidio, avvenuto nel 2007, di Angelo Santapaola e Nicola Sedici[2], appartenenti clan Santapaola imputato ad Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra. È su questo punto, peraltro, che si è intensificato il lavoro degli avvocati difensori, avanzando dubbi sulla reale competenza della corte d'Assise (per i reati diversi dal duplice omicidio, infatti, basterebbe un semplice tribunale).
Presiede la corte il giudice Rosario Cuteri in sostituzione di Luigi Russo, astenutosi in quanto in precedenti fasi aveva preso cognizione del procedimento.

Tra le persone rinviate a giudizio, per concorso esterno in associazione mafiosa, c'è anche Fausto Fagone, ex sindaco di Palagonia ed ex deputato regionale per i Popolari di Italia Domani (Pid). Stralciata invece già da mesi la posizione del presidente della Regione Raffaele Lombardo e del fratello Angelo[3].
Presenti in aula gli imputati Giovanni Buscemi, Angelo Carbonaro, Salvatore Di Bernardo, Giovanni Russo, Carmelo Finocchiaro, Santo Massimino, Carmelo Mocavero, Giuseppe Monaco, Massimo Oliva, Francesco Pesce, mentre Vincenzo Maria Aiello, Rosario Di Dio, Pasquale Oliva, Tommaso Somma e Ivan Fillorano sono presenti in collegamento. Assenti invece Mario Ercolano (per rinunzia), Rosario Cocuzza, Fausto Maria Fagone, Giuseppe Rindone, Vincenzo Santapaola e Giuseppe Tomaselli, tutti contumaci.

Come già richiesto nella precedente udienza, la Confcommercio siciliana, il Comune etneo l'Azienda Servizi Energetici Catania (Asec) e l'associazione Addiopizzo onlus hanno fatto richiesta di costituirsi parte civile in quanto, hanno spiegato, vi è stata la violazione delle norme statutarie (richiesta della Confcommercio), i reati ascritti agli imputati sono stati commessi nel territorio catanese (richiesta del Comune) e, come già fatto nella precedente udienza del 13 gennaio, l'Asec e Addiopizzo si costituiscono parte civile in quanto il loro scopo è la difesa delle vittime di racket, così come richiesto anche dall'Associazione Rocco Chinnici e dalla Confederazione Italiana degli Esercenti Commercialisti (Cidec).
Assente invece la Confindustria, che con il suo presidente Lo Bello nei giorni scorsi è stata più volte al centro del dibattito mediatico per aver genericamente denunciato l'infiltrazione mafiosa nel “Movimento dei Forconi”.

Proprio la costituzione di parte civile è stata la prima problematica evidenziata dagli avvocati degli imputati, in quanto «la parte civile deve aver subito un danno che sia conseguenza diretta del reato», come ha evidenziato l'avvocato di Salvatore Di Bernardo. A rispondere a tale problematica, dopo poco più di un'ora, è il pubblico ministero Antonino Fanara, secondo il quale «tutte le associazioni che si vogliono costituire come parte civile hanno nello statuto il perseguimento di questo interesse. Per gli enti imprenditoriali e il Comune, già la giurisprudenza ha ammesso la costituzione di parte civile. Non ci sembra chiaro di rinvenire nelle costituzioni di parte civile della Cidec quali siano gli interessi che difende o persegue; non è riportato il verbale dell'assemblea dell'associazione che stabilisce di richiedere la costituzione di parte civile. L'infiltrazione mafiosa era nei piccoli e grandi affari. C'è un grande nesso causale tra gli enti che chiedono di costituirsi come parte civile e i reati».

Prossima udienza fissata, sempre nel carcere Bicocca, per venerdì 10 febbraio.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/iblis-il-processo-parte-con-un-rinvio.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/marina-di-ragusa-il-porto-e-linchiesta.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html

Il Titano e la piccola Piovra/2. Titano con vista Roma

San Marino - Continua il nostro viaggio nell'"operazione Criminal Minds". Nella prima parte, pubblicata ieri[1] ci siamo soffermati su quella che abbiamo chiamato "l'estorsione all'estortore" e della faida tra il gruppo di Claudio Vitalucci e Marco Bianchini, quest'ultimo il fulcro principale di tutta l'operazione. Ricominciamo proprio da qui, dall'interno della Karnak e dai rapporti che questa ha avuto, nel corso del tempo, con una serie di personaggi in alcuni casi arrivati anche sulle prime pagine dei quotidiani nazionali italiani.

Abbiamo arrestato uno dei nostri. Per assicurarsi la posizione dominante sul mercato – resa possibile, anche, dalla “esterovestizione” della Karnak (cioè la fittizia localizzazione all'estero della residenza fiscale della società) – Marco Bianchini si avvale anche della collaborazione di un'agenzia investigativa, la sammarinese Cio spa del sassarese Salvatore Vargiu, il cui compito era sostanzialmente quello di “dossierare” i concorrenti italiani dell'azienda. Dopo un primo momento di collaborazione – così come avvenuto con Vitalucci – anche i rapporti Bianchini-Vargiu si incrinano, e quest'ultimo (arrestato per corruzione) racconta agli inquirenti di essere stato vittima di ingiuria, violenza privata e minaccia da parte di alcuni dirigenti Karnak (tra i quali Ricciardi) depositando presso la Guardia di Finanza ben quattro rapporti confidenziali preparati su incarico dell'azienda, contenenti l'intera attività investigativa che proprio la Guardia di Finanza aveva svolto sulla ditta nel 2006. Ma come ha fatto Vargiu a venire a conoscenza di un'informazione che – in teoria – sarebbe riservata?

«Abbiamo arrestato uno dei nostri», è stato il commento dei finanzieri che hanno condotto la conferenza stampa sull'operazione. Uno degli uomini che collaboravano con la Cio, infatti, sarebbe secondo l'accusa Enrico Nanna, maresciallo aiutante della Guardia di Finanza, utilizzato – previo pagamento – per spulciare le banche dati tributarie e quelle del Ministero dell'Interno.
Secondo quanto attualmente stabilito dagli inquirenti, Nanna avrebbe ricevuto un bonifico bancario (c/c 10/5516454) di 2mila euro in data 8 gennaio 2009, nonché altre somme ancora da accertare. Previo accordo con Bianchini e Giovanni Pierani – direttore commerciale della Karnak, posto ai domiciliari – l'ufficiale avrebbe rivelato a Vargiu il contenuto di una serie di note che sarebbero dovute essere conosciute esclusivamente dai reparti della finanza coinvolti negli accertamenti fiscali, dato anche che tali elementi non sarebbero stati utilizzati né nel procedimento penale né in quello tributario a carico della società.

Lo Bello denunciava la mafia nei "forconi". E la mafia arrivò (fino nel Lazio)

Catania - Nei giorni scorsi[1] il presidente di Confidustria Sicilia, Ivan Lo Bello, aveva evidenziato – scatenando non poche polemiche – la non così lontana possibilità di infiltrazioni mafiose nel Movimento dei forconi (ne avevamo parlato anche noi – portando il caso di Lentini[2] - ma chiedendoci se quello fosse realmente il posto dove l'infiltrazione di Cosa Nostra fosse più evidente).
Tanto tuonò che piovve, dice il vecchio adagio. O, per riadattarlo al nostro caso, tanto si parlò di mafia che, alla fine, la mafia arrivò.

Ne parlava ieri Antonio Condorelli su Corriere.it[3]: tra i “padrini” dei forconi, avvistato alla conferenza stampa di presentazione, ci sarebbe anche Enzo Ercolano, figlio di Giuseppe Ercolano e nipote di Benedetto Santapaola, più noto come “Nitto”, entrambi capi storici di Cosa Nostra nonché fratello dell'assassino di Giuseppe Fava.

Ma può bastare la partecipazione ad una conferenza stampa di un singolo – quanto meno a questo si fermano, attualmente, le “prove” - per parlare di vera e propria “infiltrazione”, in particolare, poi, quando proprio in questi ultimi giorni Cosa Nostra (e la Stidda, come nel duplice omicidio avvenuto nei giorni scorsi[4]) è nuovamente al centro della cronaca?

Oltre ai fatti agrigentini – ancora tutti da accertare, comunque – sono state due le notizie che hanno ottenuto le prime pagine. La prima ci porta a Catania, tra gli undici arrestati per associazione mafiosa dal Raggruppamento operativo speciale (Ros) etneo. L'operazione, dicono gli inquirenti, ha permesso di bloccare sul nascere una faida interna a Cosa Nostra. «La vicenda» - spiega il procuratore Giovanni Salvi (al centro, nella foto) - «si ricollega all'operazione Dioniso: già nel 2005 fu necessario intervenire per evitare un attentato, che fu comunque eseguito tempo dopo. Si tratta di una situazione in continuo mutamento che stiamo monitorando costantemente».
Prima di questi arresti si stava profilando, infatti, una vera e propria resa dei conti all'interno del clan Santapaola tra gli Ercolano-Mangion, collegati con i figli di Nitto Santapaola ed i fratelli Antonino e Salvatore Santapaola, vicini alla famiglia Mirabile. Al centro dello scontro l'eliminazione di Lorenzo Michele Schillaci e Salvatore Guglielmino - appartenenti prima alla famiglia dei Mirabile e poi passati al “nemico” - nell'ambito della più ampia guerra per il controllo di Caltagirone e dell'intera area catanese e per la spartizione dei proventi derivanti dalle attività illecite.

Duplice omicidio ad Agrigento, si riaccende la guerra di mafia?

Palma di Montechiaro (Agrigento) – Bisognerà aspettare l'esame autoptico per capire in quale contesto inserire il duplice omicidio avvenuto nei giorni scorsi e che ha portato al ritrovamento dei corpi di Giuseppe Condello, 41 anni, e Vincenzo Priolo, 26 anni. Bisognerà aspettare l'autopsia, ma il “biglietto da visita” con cui l'omicidio si è presentato agli occhi degli uomini della squadra Mobile di Agrigento – intervenuti insieme a carabinieri e vigili del fuoco del nucleo Speleo Alpino Fluviale (Saf) - sembra portare, con non troppi dubbi, alla matrice mafiosa.

Innanzitutto per la dinamica. I due corpi, infatti, sono stati rinvenuti in una vasca di scolo per il raccoglimento delle acque, sotto un viadotto lungo la statale 115 tra Naro e Campobello di Licata, in contrada Crocifisso Ciccobriglio.
I primi riscontri sui cadaveri avvenuti sul luogo, hanno poi chiarito che i due corpi erano stati crivellati di colpi prima di essere scaricati nelle vasche.
Sette colpi di una calibro nove hanno raggiunto Condello, cinque – della stessa arma – i colpi sparati verso Priolo.
Non molto distante dai corpi, peraltro, sarebbe stata rinvenuta anche una Fiat Grande Punto incendiata.

C'è poi proprio la figura di Condello ad aumentare le possibilità dell'omicidio di mafia.
Figlio di Ignazio Condello, ucciso proprio a Naro il 20 gennaio 1985, in uno dei primi episodi che poi caratterizzò la guerra tra Cosa Nostra e Stidda, Giuseppe Condello è stato più volte arrestato per reati di mafia e condannato a dieci anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso, come nell'aprile 1992, quando – nell'ambito dell'operazione “Gattopardo” - fu accusato di far parte del gruppo di supporto al commando che, nel dicembre 1991, aveva fatto tre morti e sette feriti (tra cui un bambino di 9 anni) in un'irruzione al “Bar 2000” di Palma di Montechiaro o come il 3 ottobre 1993, quando venne arrestato a Mannehim, in Germania, insieme a Salvatore Pace, accusato dell'omicidio del “giudice ragazzino” Rosario Livatino il 21 settembre 1990. Negli ultimi anni si era più volte sottratto agli obblighi della sorveglianza speciale, venendo per questo arrestato. Proprio a seguito di tali obblighi sarebbe da leggere la presenza di Priolo, senza precedenti penali che si prestava probabilmente a fare l'autista di Condello a seguito della sospensione della patente di guida di quest'ultimo.

L'inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Luca Sciarretta, potrebbe presto passare alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, il cui compito sarà – anche – quello di capire se l'omicidio è da considerarsi interno ad una faida tra stiddari o nell'ambito di una nuova guerra con Cosa Nostra. Per ora, comunque, dalla procura agrigentina si continua a dire che gli elementi riscontrati non bastano per parlare concretamente di mafia. I segnali – come l'omicidio di Calogero Burgio a colpi di kalashnikov, avvenuto sempre a Palma di Montechiaro a fine novembre – sono sempre meno equivocabili.

Il Titano e la piccola Piovra/1. L'estorsione dell'estortore

San Marino – C'è un uomo, affacciato alla finestra del quarto piano del centro servizi. O, per essere più precisi, è un uomo costretto ad affacciarsi dopo essersi preso una scarica di calci e pugni da uno degli altri due uomini presenti in quel momento nella stanza. Se fosse caduto di sotto, è questa la minaccia, nessuno se ne sarebbe accorto, perché nel resto della Repubblica stanno tutti festeggiando la fine dell'anno 2009.
Tutto sommato, comunque, non è neanche la peggiore delle situazioni in cui potrebbe trovarsi. L'altro uomo presente nella stanza, infatti, gli dice che per qualunque problema dovrà rivolgersi alla “famiglia”. Quel tipo di “famiglia” alla quale certi sgarri proprio non si possono fare. Camorra, insomma.

I tre, comunque, si conoscevano. Si erano già incontrati più di una volta, come quel 20 maggio 2009, quando Claudio Vitalucci – questo il nome dell'uomo affacciato alla finestra – è costretto a sottoscrivere un falso contratto di vendita di una Aston Martin per la sua azienda, la “Immobiliare Ponte Sasso s.r.l.” (di cui, dicono gli inquirenti, è amministratore di fatto[1]) dalla MB Class Motors srl, società sammarinese di cui legale rappresentante è l'uomo della “famiglia”, che si chiama Bruno Platone, in cambio di 50 mila euro di caparra con assegni circolari.
Qualche giorno prima i due avevano già fatto un'operazione di questo tipo. Platone, già conosciuto agli inquirenti per essere finito nell'inchiesta “Vulcano” sulle diramazioni della camorra in Riviera e Riccardo Ricciardi – questo il nome del terzo uomo presente nella stanza – si sarebbero infatti procurati un ingiusto profitto, per un importo di 320mila euro, costringendo Vitalucci a sottoscrivere una falsa quietanza di avvenuto pagamento.

Estorsione all'estortore. Operazione, questa, che in italiano passa sotto il nome di estorsione, i cui proventi sarebbero stati spartiti tra il duo Ricciardi-Platone e la già citata “famiglia”, che è poi quella dei Gallo-Cavalieri, uno dei più potenti clan dell'area vesuviana del napoletano, dedita al traffico internazionale di stupefacenti e – guarda caso - alle estorsioni, operante per lo più nel territorio di Torre Annunziata.

Detta così sembra quasi la “classica” storia di pizzo, nella quale l'imprenditore taglieggiato la prima volta dice no e la seconda anche. Alla terza però trovano il modo di fargli dire di sì. Eppure, a ben guardare, le cose non sono così nitide. Anzi.

Marllory Dadiana Chacón Rossell, la "signora del narco"

Città del Guatemala (GUATEMALA) – Lo scorso 11 ottobre l'International Crisis Group[1] lanciava l'allarme sostenendo come il Guatemala stesse diventando uno dei punti nevralgici nel traffico di droga sulla rotta tra Colombia e Stati Uniti. È di ieri la notizia che proprio dal Guatemala arriva uno dei personaggi chiave di tutto il traffico: Marllory Dadiana Chacón Rossell, la signora del narco.

Se da un lato, infatti, il Guatemala ha un elevato tasso di crescita – anche paragonato a molti dei paesi europei – dall'altro lato la sua storia è piena di episodi di violenza e scontri armati, e la sua società è definita in base ad un'alta disuguaglianza sociale. Uno scenario perfetto per i narcotrafficanti, con il cartello messicano dei Los Zetas che da mesi sta tentando di inserire il paese nella sua sfera di influenza (la regione settentrionale di Alta Verapaz si dice sia già sotto il suo controllo).
Per evitare che i cartelli possano infiltrarsi ulteriormente nel paese, tra i primi atti del neo-eletto presidente della Repubblica, l'ex generale Otto Perez Molina c'è stato proprio il conferimento alle forze armate di poteri speciali per debellare crimine organizzato e violenza, sulla falsariga delle decisioni prese nella più che fallimentare “guerra al narcotraffico” portata avanti dal suo parigrado messicano Felipe Calderón Hinojosa, che nel sexenio che sta per terminare ha portato a circa 40 mila morti e a una sempre maggiore infiltrazione dei cartelli in vari settori della società (in primis nella politica, dove – raccontava qualche giorno fa alla rivista Proceso Oswaldo Chacón Rojas[2] – i cartelli potrebbero utilizzare le prossime elezioni di luglio per scegliere candidati a loro vicini e per lavare i proventi illeciti).

Più che alla situazione messicana, però, il neo-presidente dovrà porre un'attenzione maggiore al fronte interno, dove risiede la 39enne Marllory Dadiana Chacón Rossell (nella foto) che il Dipartimento del Tesoro statunitense ha da poco inserito nella lista dei più importanti narcotrafficanti del Centroamerica e del Guatemala, da dove rifornirebbe di migliaia di chilogrammi di cocaina al mese i cartelli messicani – e dunque anche la 'ndrangheta calabrese e l'Europa - e da dove sarebbe responsabile – attraverso le imprese immobiliari di cui è titolare - della più importante “lavanderia” di dollari guatemalteca.
«Le attività di Marllory Dadiana ed i suoi collegamenti con i cartelli messicani l'hanno resa una figura chiave nel traffico di droga», sostiene Adam Szubin, direttore dell'Ufficio di controllo dei beni stranieri (Ofac, in inglese).

Con l'inserimento in questa lista, alla “signora del narco” saranno congelati tutti i beni – sia quelli interamente di sua proprietà, sia quelli in proprietà partecipata – e che sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti, così come sarà proibito agli istituti finanziari statunitensi qualsiasi tipo di operazione con lei e con il marito, l'honduregno Jorge Andrés Fernández Carbajal in base alla cosiddetta “legge Kingpin”[3].

Note
[1] http://www.crisisgroup.org/
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/messico-il-denaro-dei-cartelli.html;
[3] U.S. Kingpin Act Lowers Global Threat of Drug Traffickers di Eric Green, archivio del governo statunitense, 26 giugno 2088

Infiltrazioni mafiose, in attesa di Reggio Calabria, sciolti i Comuni di Briatico e Samo

Briatico (Vibo Valentia) - «Al fine di consentire il risanamento delle istituzioni locali condizionate dalle dalla criminalità organizzata, il Consiglio ha poi approvato lo scioglimento dei Consigli comunali di Briatico (Vibo Valentia) e Samo (Reggio Calabria)».

Con queste poche righe, poste a pagina 13 del comunicato stampa numero 11[1], il Consiglio dei ministri, che proprio ieri ha definito la composizione della commissione che dovrà decidere sull'eventuale scioglimento per infiltrazioni mafiose di Reggio Calabria[2] ha portato a conclusione lo scioglimento dei due comuni calabresi, dopo circa dieci mesi di lavori delle commissioni (a Briatico, nel vibonese, questa era stata inviata nello scorso aprile, a Samo, l'accesso antimafia era invece iniziato un mese prima). Nei prossimi giorni saranno inviati nei due comuni i commissari straordinari che porteranno avanti l'operato dei due comuni per i prossimi 18 mesi, quando cioè ai cittadini sarà consentito tornare alle urne per eleggere sindaco e consiglieri comunali.

Interessante, peraltro, la situazione di Briatico, il cui Consiglio comunale era già stato sciolto per lo stesso motivo nel 2003.
In una intervista del 2009 con Libera Informazione[3], il giornalista Nello Trocchia - autore di un libro sul fenomeno, intitolato "Federalismo criminale" - sostiene come la normativa sullo scioglimento, per quanto utile, abbia però dei tempi di applicazione troppo lenti. Ed alla luce di comuni sciolti più di una volta (quello di Briatico non è infatti il primo caso evidenziato dai media in questi anni), sarebbe forse il caso di aggiornarlo.

Note
[1] http://www.governo.it/backoffice/allegati/66264-7307.pdf;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/reggio-calabria-arriva-la-commissione.html;
[3] Viaggio nell'Italia dei comuni sciolti per mafia, liberainformazione.it, 2 luglio 2009

L'Italia (ri)scopre Cosa Nostra. Ma forse la cerca nei luoghi sbagliati

Catania – In questi ultimi giorni la Sicilia è attraversata dalla rivolta del Movimento dei Forconi, attaccato da più parti per essere stato infiltrato dai movimenti di destra – in primis Forza Nuova – e da Cosa nostra, che nel frattempo si è fatta sentire in altri modi.

Due giorni fa a Linguaglossa - nel catanese - Rosario Puglia, imprenditore vitivinicolo entrato nel mirino della mafia nel 2008, quando cioè ha denunciato per la prima volta i tentativi di estorsione si è ritrovato in azienda una testa d'agnello, un coniglio sventrato e la scritta «Cornuto morte». La denuncia più importante, però, Puglia la fa verso le istituzioni, accusate di averlo abbandonato (come tante volte, purtroppo, capita). L'intimidazione, probabilmente, arriva come risposta al rinvio a giudizio dei suoi presunti estorsori – Giovanni D'Urso, Salvatore Arrabito, Mario La Spina e Giuseppe Marzà – da parte del giudice per le udienze preliminare Laura Benanti.

Lo scorso 14 gennaio – quando i “forconi” erano conosciuti solo nell'isola – in corso Domenico Scinà, quartiere Borgo Vecchio, a pochi passi dal porto di Palermo si registrava l'esplosione di due bombe artigianali (realizzate con candelotti e bombole di gas da campeggio) poste davanti ad una palazzina sequestrata a Cosa nostra e nella quale abita un pregiudicato.

Agli inizi di gennaio, invece, il corpo dell'imprenditore Piero Di Francesco veniva trovato carbonizzato all'interno della sua automobile, parcheggiata nel piazzale antistante la sua azienda di smaltimento rifiuti. Sul luogo è stata rinvenuta anche una tanica di benzina non completamente piena ma con il tappo perfettamente avvitato. In questo caso non è detto che l'omicidio – l'autopsia ha infatti accertato che Di Francesco è stato colpito alla testa prima di morire – sia legato a dinamiche con Cosa nostra, anche se il messaggio (in particolare quella tanica di benzina) ed il fatto che l'imprenditore si occupasse di smaltimento rifiuti (uno dei business più appetibili per la criminalità organizzata) sono quanto meno due indizi di cui tener conto.

Che le eventuali infiltrazioni mafiose tra i “forconi” debbano essere tenute d'occhio e, nel caso, bloccate sul nascere è forse più di un atto dovuto - come evidenziava ieri il procuratore di Palermo Francesco Messineo[1] - anche alla luce di quanto denunciato in questi giorni a Lentini, nel siracusano, dove i commercianti hanno parlato di vere e proprie “squadracce” che intimavano la chiusura dei negozi e la “volontaria” adesione allo sciopero.
Il rischio è, però, che mentre una parte del paese e dell'antimafia siciliana gridano “al lupo” - o, nello specifico “ai forconi” - Cosa nostra possa fare il proprio comodo da altre parti (come nella metropolitana di Palermo, ad esempio[2]) senza che nessuno, o quasi, se ne accorga.

Note
[1] Sciopero tir e infiltrazioni mafiose Messineo: "Fascicolo atto dovuto" di "Markez", palermo.blogsicilia.it, 20 gennaio 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/metropolitana-di-palermo-silurato-il.html

Reggio Calabria, arriva la commissione d’accesso

Reggio Calabria – Sono il viceprefetto Valerio Valenti, il dirigente della seconda fascia dell'amministrazione civile del Ministero dell'Interno Teresa Pace e l'ufficiale della Guardia di Finanza Michele Donega i nomi, scelti dal ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri per la commissione che dovrà far luce sulle infiltrazioni della 'ndrangheta al Comune reggino.

Oltre a far luce sull'influenza esercitata dalle 'ndrine, i commissari dovranno anche verificare le irregolarità contabili ed amministrative che hanno portato il Comune di Reggio ad un buco di bilancio ad una cifra attestabile intorno ai 160 milioni di euro e del quale dovranno rispondere sia l'attuale sindaco, Demetrio Arena, che quello precedente, oggi Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti.
La decisione di inviare la commissione – che avrà mandato per i prossimi tre mesi, eventualmente prorogabili – si è resa necessaria in seguito all'invio a fine dicembre della relazione fatta dal prefetto Luigi Varratta e nella quale sono state raccolte tutte le indagini della squadra mobile e dei carabinieri che hanno toccato l'amministrazione comunale nel 2010.

La decisione, a Reggio Calabria, non giunge certo inaspettata, dato che i partiti di opposizione – con Angela Napoli di Futuro e Libertà[1] e Doris Lo Moro del Partito Democratico in prima fila – avevano più volte denunciato lo stato in cui versa la città e chiesto di far luce su infiltrazioni e responsabilità politiche.
Lo scorso dicembre era poi stato arrestato l'ex assessore all'Ambiente Pino Plutino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo quanto sostenuto dalla Direzione distrettuale antimafia, infatti, Plutino sarebbe vicino alla cosca Caridi alla quale – stando alle indagini – si deve in parte la sua riconferma a Palazzo San Giorgio.
Nella relazione presentata dal prefetto Varratta sarebbe finita anche la vicenda della Multiservizi, la società gestita al 51 per cento dal Comune e che, secondo l'antimafia, sarebbe in mano alla cosca Tegano.

Nella relazione non manca poi il capitolo intercettazioni, presenti sia per quanto riguarda l'arresto del boss Santo Crucitti – che compare in un'intercettazione ambientale insieme all'attuale assessore comunale ai Lavori pubblici Pasquale Morisani, recatosi nell'impresa di Crucitti durante la campagna elettorale – sia quelle relative all'inchiesta “Meta”, con la quale è stato reso noto anche un pranzo – risalente all'ottobre 2006 – nel quale oltre a due imprenditori arrestati per mafia erano presenti anche il boss di Sinopoli Cosimo Alvaro e l'ex sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti.

Che Reggio Calabria possa unirsi a Nardodipace – in provincia di Vibo Valentia – il cui Comune è stato sciolto per infiltrazione mafiosa qualche settimana fa[2] e Nicotera, per la quale invece si è deciso di prorogare lo scioglimento, sembra essere più che una ipotesi.

Note
[1] Ripubblico la mia interpellanza sul Comune di Reggio Calabria di Angela Napoli, 20 gennaio 2012;
[2] Mafia, sciolto il Comune di Nardodipace di Angela Corica, Malitalia.it, 14 dicembre 2011

Messico, il denaro dei cartelli inquinerà le elezioni?

Morelia, Stato di Michoacán (Messico) - L'allarme, più di un allarme in realtà, era già stato lanciato alla fine di novembre[1], quando Milenio Television era riuscita ad entrare in possesso di una registrazione audio – un'intercettazione, praticamente – nella quale un appartenente al cartello de “La Familia” minacciava alcuni elettori del Partido de la Revoluciòn Democràtica affinché dirottassero il loro voto a favore di Julián Rodríguez Rosales del PRI (il Partido Revolucionario Institucional), candidato evidentemente più gradito al cartello.
La registrazione era poi stata utilizzata dalla procura generale per un'inchiesta sulle eventualità che nello stato di Michoacán il voto fosse stato pesantemente condizionato dalle minacce dei narcos, portando poi all'annullamento delle elezioni.

Ma quest'anno il Messico – così come altri sei paesi dell'America Latina[2] – sarà chiamato nel mese di luglio ad esprimersi per decidere chi succederà al disastroso ed insanguinato sexenio Calderón e per formare il nuovo Congresso. La possibilità che queste si trasformino in vere e proprie narco-elezioni è qualcosa di più di una semplice paura, così come evidenzia – dalle pagine della rivista Proceso dello scorso 1 gennaio – Oswaldo Chacón Rojas, dottore in teoria politica ed ex presidente della Commissione di vigilanza elettorale del Chiapas (Cofel). Il fulcro su cui ruota la sua analisi è che le campagne elettorali diventano sempre più costose, così che la criminalità organizzata ha una sempre più ampia possibilità di “inquinarle”. O, letta dall'altro lato, di assicurarsi – comprandoli attraverso l'influenza sul voto - interi pezzi di istituzioni.
Attualmente, ci tiene comunque a sottolineare Chacón Rojas, non ci sono prove chiare ed inoppugnabili, ma “gli indizi” ci sono già tutti, «perché i pilastri del mercato del finanziamento illecito sono già presenti».

Il problema non è tanto legato al potere dei cartelli, quanto ad un semplice vuoto normativo che permette di controllare in maniera più approfondita il trasferimento della parte pubblica dei finanziamenti che arrivano a partiti e candidati ma non la parte privata per la quale, di fatto, sono attualmente previste misure ben più blande.
La riforma elettorale del 2007, resasi necessaria nel tentativo di ridurre le spese elettorali, ha diminuito le difficoltà dell'Istituto Federale Elettorale (Ife) – l'organo autonomo incaricato di organizzare le elezioni federali – e della Commissione nazionale bancaria e della Borsa (Comisión Nacional Bancaria y de Valores, CNBV, a cui è affidato il compito di tenere in equilibrio il sistema economico del paese), ma non è ancora abbastanza.
Una delle novità introdotte dalla riforma, ad esempio, impone a partiti e candidati l'apertura di un conto corrente bancario nel quale incanalare i flussi di denaro, sia pubblico che privato, ma la campagna elettorale perenne nella quale si trova il paese impone a partiti e candidati delle spese ben maggiori rispetto a quelle previste per questi conti correnti.
«Ci sono prove» - dice Chacón Rojas a Isaín Mandujano - «che esiste un vero e proprio mercato nero per l'acquisto di pubblicità elettorale», che si attiva – in particolare in radio e televisioni – anche quando i partiti non possono ancora acquistare spazi pubblicitari in questi media. Un sistema – questo – che ha portato la politica persino su un ring di boxe, laddove in uno dei suoi ultimi incontri Juan Manuel Marquez (attuale campione dei pesi leggeri) ha combattuto con impresso sui pantaloncini – in maniera più che visibile - il logo del Partido Revolucionario Institucional[3], cosa che ha portato all'annullamento delle elezioni di Morelia (capoluogo dello stato di Michoacán), dove il candidato del PRI, Wilfrido Lázaro Medina ha battuto Marko Antonio Mendoza – l'esponente del Partido de Acción Nacional suo diretto concorrente – per meno dell'un per cento dei voti.

Una gran parte dei fondi privati, sottolinea ancora Chacón Rojas, non viene sottoposta a controllo in quanto maneggiata fuori dai registri contabili, così da non comparire nella relazione di spesa che i partiti sono obbligati a presentare all'Ife, venendo utilizzati per lo più per l'acquisto vero e proprio di voti e votanti. È proprio su questo aspetto che si concentrano gli sforzi economico-finanziari maggiori, «poiché è su questo aspetto che i politici scommettono per trionfare», dice Chacón.
Basti pensare, ad esempio, che per quanto riguarda le elezioni del 2006 – quelle che portarono alla Presidenza Calderón attualmente in corso - il Pan «notificò zero pesos di finanziamenti privati». «Sarebbe assurdo», continua il giurista, «pensare che i finanziamenti pubblici siano sufficienti per finanziare le attuali campagne elettorali. L'unica cosa che questo esempio rivela è che non abbiamo un meccanismo per vigilare sui finanziamenti privati così come possiamo fare con i finanziamenti pubblici».

Ma come evitare, dunque, che le prossime elezioni si trasformino nelle prime narco-elezioni della storia messicana?

«Normalmente si affida alle unità di controllo degli organi elettorali il compito di “blindare” le campagne elettorali dal denaro dei narcos, ma queste non sono né agenzie ministeriali di indagine né poliziotti; sono le aree di intelligence e di sicurezza dello Stato le responsabili di tali indagini».

Per questo, secondo Chacón, è necessario ripensare l'intero sistema di monitoraggio, il cui primo passo potrebbe essere l'obbligo di pubblicazione delle relazioni di spesa, altrimenti c'è il serio rischio – come già avvenuto in precedenti elezioni – che i partiti possano modificare i conti rendendoli più consoni alla legge.
Per fare questo, però, bisogna che ci siano almeno due elementi: innanzitutto che l'Ife trasformi i propri revisori dei conti in “segugi”, al fine di raccogliere le prove di quanto speso, rendendo obbligatorio, per partiti e candidati, comunicare alla commissione elettorale date e luoghi delle loro attività politiche. In tal senso, però, è di fondamentale importanza che venga coinvolta la popolazione, in quanto le autorità non riescono – anche per una semplice questione numerica – a coprire tutti gli eventi elettorali svolti dai partiti.

Ultimo aspetto che è necessario modificare, conclude alla fine Chacón, è che ci sia la volontà politica di modificare questa situazione. «Se non procederemo con queste azioni, rimarrà il sospetto che il nostro processo elettorale possa essere “iniettato” (“inyectado” è il termine usato, ndr) con fondi illeciti».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/messico-lespansione-continentale-dei.html;
[2] 2012, cambio della guardia in Messico e Venezuela? di Maurizio Stefanini, Limes, 19 gennaio 2012;
[3] Mexico: Election results cancelled over party logo on boxer’s shorts di Manuel Rueda, Univision News Tumblr, 29 dicembre 2011

Metropolitana di Palermo, silurato il direttore del passante Brancaccio-Carini

Palermo - «Zio, la informo che siccome in breve dovrebbe iniziare la metropolitana volevo chiedere se le interessa qualche calcestruzzi da fare lavorare». Inizia così il pizzino inviato da Salvatore Lo Piccolo, il “barone”, a “zu Binnu” Provenzano e ritrovato al momento dell'arresto di quest'ultimo l'11 aprile 2006 e con il quale gli inquirenti – ed i cittadini – venivano a conoscenza del fatto che Cosa nostra aveva messo le mani anche sulla metropolitana di Palermo, attualmente il più grosso appalto nel palermitano su cui Cosa nostra potesse mettere le mani. Che dallo scorso 29 dicembre può contare su un nuovo direttore tecnico.

Teste che cadono. È di questa mattina, dunque, la notizia del licenziamento – avvenuto lo scorso 29 dicembre - dell'ingegner Giuseppe Galluzzo, direttore tecnico del raggruppamento di imprese che stanno realizzando il raddoppio del passante ferroviario Brancaccio-Carini, un'opera da 623 milioni di euro iniziata nel 2008, quando Rete ferroviaria italiana spa assegnò i lavori ad un'associazione temporanea d'imprese (Ati) che comprendeva le torinesi Ing General Contractor spa e Sipal spa(per il 40 per cento), nonché la spagnola Sacyr S.A. del gruppo Sacyr Vallehermoso di Madrid(60 per cento) .
A Torino, invece, è stato inviato il geometra Roberto Russo, uomo macchina di Galluzzo. A sostituire i due sono stati chiamati gli ingegneri Pierpaolo D'Aco e Andrea Reitano.

Le mani sull'appalto. La sostituzione segue di qualche mese l'arresto di Andrea Impastato, 63 anni, a cui lo stesso Lo Piccolo aveva affidato la gestione dell'affare, come facilmente riscontrabile dalla lettura del pizzino[1]. L'accusa, naturalmente, è quello di aver fornito “calcestruzzo mafioso” attraverso due ditte a lui riconducibili – la Prime Iniziative e la Medi Tour - affidando i lavori di trivellazione ad una ditta legata al boss Tommaso Cannella.

Nonostante l'arresto, Impastato aveva continuato a tenere le fila dell'appalto attraverso il costante aggiornamento che gli arrivava durante gli incontri con i familiari nel carcere dell'Ucciardone. E nonostante l'interesse degli inquirenti e dell'antimafia sui movimenti intorno all'appalto, l'unica cosa ad essere cambiata erano i nomi delle società ed i prestanome.

«Le aziende» - aveva raccontato il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia al settimanale L'Espresso lo scorso giugno, quando l'inchiesta uscì sui giornali[2]- «hanno ceduto alla pressione mafiosa di Impastato concedendo questa sorta di monopolio sulla fornitura di materie prime. Mi sembra che sia un dato molto indicativo della permeabilità del sistema degli appalti e dei controlli della pubblica amministrazione. Ma anche sulla tenuta del sistema economico privato davanti alle organizzazioni criminali».

Note
[1] http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/05/30/foto/il_cemento_di_cosa_nostra_nella_metro_in_un_pizzino_scoperti_i_segreti_dei_boss-16881745/1/;
[2] Palermo, la mafia nel metrò di Umberto Lucentini, L'Espresso, 6 giugno 2011

Roberto Saviano e quella "moda" dei premi per la legalità

Napoli - I “personaggi”, si sa, sono destinati a far discutere. Roberto Saviano rientra, sicuramente, in questa situazione. Negli ultimi giorni è stato al centro di due notizie, in qualche modo antitetiche tra loro, come un'onorificenza ed un'accusa di parlare di cose che non conosce, che portano a chiedersi dove stia, effettivamente, la verità sul “signor-Gomorra”.

L'onorificenza. Partiamo dal “premio”. Dieci giorni fa[1] il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ufficializzava sul suo canale Twitter la decisione di insignire lo scrittore della cittadinanza onoraria. L'idea circola da un paio d'anni, da quando cioè a Saviano fu negato l'Ambrogino d'oro nel 2009 e, l'anno successivo, la stessa cittadinanza onoraria in quanto Saviano aveva raccontato delle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia, suscitando le ire della Lega Nord.
Stessa richiesta è stata fatta da Dario Nanni, consigliere romano del Partito Democratico, «per dimostrare che la nostra città è solidale e sostiene chi rischia in prima persona per la legalità», le sue parole.

L'accusa. Ci aveva già pensato il sociologo Alessandro Dal Lago con il suo “Eroi di carta” qualche mese fa, a smontare il Saviano-personaggio[2].
Un'altra – e forse più dura – accusa arrivava lo scorso maggio dalle pagine de “Il Giornale”[3]. Ad esternarla non un sociologo, uno che scrive libri. Ma un prete. Anticamorra, per giunta. Quel don Aniello Manganiello (nella foto) che per sedici anni la camorra l'ha combattuta guardandola dritta negli occhi a Scampia, dove Saviano «non ha abitato nemmeno per un giorno nel quartiere né vi ha sostato a lungo» pur parlandone da “esperto”. «Quando assassini e spacciatori gli hanno chiesto un futuro diverso per i loro figli» - scriveva nell'articolo Gian Marco Chiocci - «io non ho mai mandato quei ragazzi ai cortei anticamorra, con una bandiera in mano, un paio di slogano e tanta voglia di urlare. Perché io devo trovare soluzioni, i soldi per farli mangiare, per impedire che le ragazze si sentano obbligate ad abortire, per comprare i pannolini e pagare le bollette», raccontava don Aniello.
Il “premio” per il suo lavoro è stato l'allontanamento da Scampia ed un trasferimento a Roma nel 2010.
Così come, sempre nel 2010, il “premio” vinto da chi tentava di togliere i ragazzi e le ragazze che abbandonavano – e continuano ad abbandonare – la scuola per abbracciare il modello sociale della criminalità organizzata, i “maestri di strada”, come vennero chiamati, è stato quello di vedersi tagliare i fondi per il loro progetto “Chance”[4].

Iblis, il processo parte con un rinvio per mancanza di spazio

Catania – È cominciato ieri al Palazzo di Giustizia catanese il processo ai ventiquattro imputati nell'ambito dell'inchiesta denominata “Iblis” sui presunti rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria. Per esigenze di spazio, però, si è deciso di rinviare l'udienza al prossimo 26 gennaio nell'aula bunker del carcere di Bicocca, dove non si ripresenteranno il presidente della corte Luigi Russo e il giudice a latere Benedetto Paternò, che si sono dichiarati incompatibili.

Oltre alla comunicazione di incompatibilità dei giudici, l'udienza di ieri ha fatto registrare anche la richiesta di cinque associazioni – associazione antiestorsione catanese “Libero Grassi” (Asaec), Confcommercio Sicilia, l'associazione antiracket Rocco Chinnici, Addiopizzo e l'Asaes di Scordia – di costituirsi parte civile.
«È giusto che la città partecipi e sia cosciente di cosa le accade» ha detto Grazia Giurato di “Città Insieme”.

Dei 24 imputati (erano inizialmente 53, ma uno ha patteggiato e gli altri 28 hanno scelto il rito abbreviato) ne mancavano all'appello sette. Chi, invece, non mancava era Rosario Di Dio, il boss di Ramacca – presente in video-conferenza perché recluso nel carcere di Novara – tra i principali accusatori dei fratelli Lombardo, accusati inizialmente per concorso esterno in associazione mafiosa poi derubricata a semplice violazione della legge elettorale[1].

L'operazione antimafia Iblis (il nome del diavolo in arabo), inizia nel novembre 2010 con una operazione congiunta del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri tra Sicilia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia che portò al sequestro di beni per un ammontare di circa 400 milioni di euro (più di cento le imprese poste sotto sequestro) e conclusasi solo lo scorso aprile. L'intento dell'operazione – e del relativo procedimento giudiziario che ne sarebbe conseguito – mirava alla zona grigia tra politica, imprenditoria e criminalità.
Ma quelli che allora erano gli imputati di spicco – Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, suo fratello Angelo all'epoca deputato regionale del Movimento per le autonomie e l'imprenditore Ferdinando Bonanno – vengono subito esclusi dalla vicenda processuale dall'allora procuratore capo facente funzioni di Catania Michelangelo Patanè in quanto – motivò all'epoca il procuratore – l'accusa di concorso esterno non avrebbe retto in sede di giudizio, decisione che portò al ricorso al Consiglio superiore della magistratura da parte dei quattro sostituti procuratori titolari dell'inchiesta, cioè Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara, Agata Santanocito e Iole Boscarino. Dopo Patané l'inchiesta passò nelle mani del giudice Alfonso Gari che è, per chi non lo ricorda, quel giudice che scarcerò nove imputati di mafia perché si dimenticò di depositare le motivazioni della sentenza a causa del troppo lavoro[2] ed è, anche marito di Rita Cinquegrana, sovrintendente del teatro Vincenzo Bellini di Catania. Una carica affidatale proprio da Raffaele Lombardo.

Per i due fratelli, la prossima udienza è prevista a febbraio. Il prossimo 26 gennaio, invece, l'inchiesta Iblis verterà anche sul duplice omicidio di Angelo Santapaola e Nicola Sedici di cui deve rispondere Enzo Aiello, ritenuto il capo provinciale di Cosa Nostra.SB

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/lombardo-non-fu-concorso-esterno-per.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/10/il-giudice-stanco-e-lesposto-al-csm.html

Il processo Rostagno e quel testimone irreperibile

Trapani – È ripartito mercoledì 11 gennaio il processo per il delitto del giornalista Mauro Rostagno. E inizia con un “incidente di percorso” frutto, probabilmente, della distrazione di qualcuno. Sul banco dei testimoni, infatti, doveva salire Rosario Spatola (nella foto). Ma Spatola è morto. Dal 2008.

A riferirlo in aula poco prima della riapertura del processo è stato Francesco Del Bene, pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia palermitana. «Tutto è stato assurdo, tutto scandaloso nella storia di Mauro», ha riferito – a Panorama.it – Maddalena Rostagno, figlia del giornalista. «Abbiamo aspettato 23 anni per avere un processo. E oggi pretendo che in aula, oltre a chiamare i testi defunti, si arrivi alla verità. Una verità che tutti conoscono».

Eppure Spatola non era esattamente uno “scassapagliara”, per dirla con Giuseppe Fava. Nonostante la morte in solitudine e l'abbandono a causa della fase dei “grandi pentiti” che lo mise tra i “pentiti di serie B” per anni le parole dell'ex collaboratore di giustizia – era stato infatti allontanato dal programma di protezione nel 1990 per “violazioni comportamentali” - sono state considerate ben più importanti.

Omonimo di quel Rosario Spatola su cui indagò Giovanni Falcone nell'ambito del procedimento “Pizza Connection”, l'uomo che avrebbe dovuto presentarsi davanti al giudice mercoledì era nato a Campobello di Mazara, nella Valle del Belìce, negli anni '90 fu infatti tra i primi pentiti della mafia trapanese, le prime rivelazioni le fece sulla rete del traffico di droga, dalle rotte fino alle piazze di spaccio passando dai luoghi in cui la cocaina – di cui faceva uso – veniva raffinata. Ad ascoltarlo, allora, c'era il procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, che nel 1989 però lo definì un “non-mafioso”, perché figlio di poliziotto (sarebbe stata, questa un'affiliazione in netta violazione del “codice mafioso”) e perché della fantomatica cosca svizzera che l'avrebbe affiliato non è mai stata trovata traccia. Fu dopo il 19 luglio 1992 che Spatola iniziò a fare nomi e cognomi, come quello dell'ex numero due del Sisde Bruno Contrada o quello di Pino Giammarinaro, allora deputato regionale della Democrazia Cristiana ed oggi tra i “nomi scomodi” della giunta Sgarbi di Salemi[1].
Nessuno – né la Procura palermitana, tantomeno il suo difensore di fiducia – però, era stato messo al corrente della sua morte.

Onde evitare che la prossima sessione si svolga attraverso l'uso di sedute spiritiche, è stato chiamato a deporre l'altro teste di giornata, Vincenzo Calcara.

Se uno mette una bomba, il fatto costituisce reato. Se vengono messe cento bombe, diventa un'azione politica

«Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un'azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un'azione politica».

Questa è probabilmente la più famosa frase di Ulrike Marie Meinhof, fondatrice – insieme ad Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Horst Mahler – della Rote Armee Fraktion (Raf) e, prima ancora, giornalista della sinistra radicale tedesca.
Mi è tornata in mente in questi ultimi giorni, mentre i nostri quotidiani ci riportavano le preoccupazioni di una Camusso che, forse per la prima volta, si preoccupava di quel che avviene nel paese reale, dal quale la classe dirigente – politica, imprenditoriale e sì, anche sindacale – è ormai distaccata da tempo. Quel «rischio concreto di tensioni sociali nei prossimi mesi»[1] come ha scritto sul suo profilo twitter.

Le tensioni sociali dei prossimi mesi, infatti, sono già arrivate, checché i sindacati ne possano pensare. Sono nelle proteste degli operai Fincantieri in Sicilia o a Genova, sono negli operai della Cantieri Navali Trapani che hanno occupato una petroliera a pochi giorni dal Natale[2], tanto per citare alcuni degli ultimi casi di proteste di cui ci siamo occupati.
Sono, soprattutto, nelle bombe alle sedi di Equitalia. «Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze», aveva scritto Beppe Grillo sul suo blog, seguito – a ruota – dal deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio, che aveva paragonato il metodo usato dall'agenzia a quello del pizzo della criminalità organizzata.
Parliamo chiaro e – come si dice – fuori dai denti: a chiamarlo “pizzo” è stato Stracquadanio, ma credo sia almeno metà del paese (diciamo più o meno tutte e tutti coloro che si sono trovati a fare i conti con le “cartelle pazze”?) a pensare la stessa cosa.
Perché anche solo a leggere i titoli dei giornali di questi ultimi tempi, diventa difficile chiamare la cosa in altro modo.

«Perde la casa per 63 euro. Vittima un malato di Alzheimer. L'appartamento messo all'asta e acquistato, grazie alla segnalazione di una talpa interna», scrivevano Giuseppe Filetto e Marco Preve sull'edizione di Genova di Repubblica il 28 gennaio 2011[3]. «Cagliari, cartella-beffa di Equitalia. Debito da 5 centesimi, conto di 62 euro», scriveva l'Unione Sarda lo scorso 16 dicembre[4]. E con titoli così negli ultimi tempi – per colpa di Equitalia o della più generale crisi economica – si potrebbero riempire intere edizioni dei quotidiani. Perché al di là degli slogan, la crisi la stiamo pagando noi (come d'altronde era facilmente immaginabile). Ed il conto davvero salato credo ancora non sia arrivato.

Argentina, Glaxo costretta a risarcire le sperimentazioni sui bambini poveri

Buenos Aires (Argentina)– Poco meno di 13 mila euro. È questo il “prezzo” della vita di un neonato argentino secondo il giudice Marcelo Aguinsky, che nei giorni scorsi ha obbligato a pagare una multa di 180 mila euro la GlaxoSmithKline – una delle più importanti aziende nel campo farmaceutico – alle famiglie di 14 bambini poveri deceduti tra il 2007 ed il 2008.

All'azienda – dopo un'inchiesta dell'Administración Nacional de Medicamentos, Alimentos y Tecnología Médica (Anmat) – sono stati comminati 71 mila euro, i restanti 54 mila sono invece a carico di due medici, Héctor Abate e Miguel Tregnaghi, per aver testato dei vaccini per prevenire la polmonite acquisita e l'otite acuta attraverso esperimenti nei quali l'Anmat ha riscontrato numerose irregolarità.

La motivazione del giudice è stata che i permessi con i quali venne concessa all'azienda di poter effettuare i test non siano stati ottenuti in maniera completamente legale, in quanto firmati da padri minorenni, nonni che non autorizzati, madri sotto trattamento psichiatrico o – come spesso accade – da parenti analfabeti o che non conoscono la lingua in cui i documenti vengono presentati (come spesso succede, ad esempio, con la sperimentazione sulle popolazioni povere in Africa o in India, come testimoniato con una serie di reportage dal quotidiano britannico The Independent qualche settimana fa).

«In Usa o in Europa certe cose non si possono fare, così vengono a farle nel terzo mondo», dice Ana Marchese, la pediatra che ha segnalato il caso, che ha poi raccontato al Buenos Aires Herald il procedimento: «Oltre 15 mila bambini anche minori di un anno di età, dalle città di Mendoza, San Juan e Santiago del Estero sono stati inclusi nel protocollo. Sette di essi sono morti a Santiago del Estero, cinque a Menzoa e due a San Juan. Le aziende si approfittano hanno fatto pressione sui parenti perché firmassero moduli di consenso lunghi anche 28 pagine». Una volta firmati i documenti, i bambini venivano prelevati dalle famiglie ed utilizzati come cavie, una pratica non legale in Argentina. «È noto» - continua la pediatra - «che in alcuni particolari casi i medici che hanno condotto i processi di sperimentazione non rispondevano alle telefonate effettuate dai parenti preoccupati dopo aver osservato le reazioni dei bambini ai vaccini».

Dalla multinazionale fanno invece sapere di aver seguito «i più alti standard etici e scientifici internazionali», sottolineando come «in nessun momento il ministero della Salute ha messo in discussione la sicurezza del vaccino e dello studio», e comunque – sostiene l'azienda – di esperimenti simili ne sono già stati fatti 14 mila tra Argentina, Panama e Colombia, tanto che nel 2011 è stato possibile concludere la fase degli esperimenti ed oggi quei vaccini sono distribuiti in 80 Paesi.SB

Italia, il paese dove chi vuole partorire non può e chi non vuole è costretta

Lipari (Messina) – Se ne era già parlato agli inizi di ottobre[1], quando ancora non c'era niente di ufficiale e la “rivolta dei pancioni” era nel suo pieno svolgimento. Ma non è servita a nulla. Nel frattempo, però, molta cura viene data ai feti, che da oggi avranno anche un luogo in cui essere seppelliti.

L'Assemblea Regionale Siciliana, ad ottobre, aveva deciso – attraverso un decreto proposto dall'assessore alla Sanità Massimo Russo – di sopprimere ben 23 “punti nascita” nelle isole Eolie, accorpandoli tutti in una “guardia ostetrica” operativa, operativa 24 ore su 24 – seppur composta da sole due ostetriche – per attenersi al dettame dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che aveva fissato in 500 nascite all'anno la “soglia minima” per tenere aperto un punto nascita. E nelle Eolie a mala pena si arriva al centinaio.
Da qui la rivolta delle partorienti – la “rivolta dei pancioni”, appunto – che, a seguito di questa politica di redistribuzione di ostetriche sul territorio saranno obbligate a dover andare in un ospedale della terraferma, in quanto quello che l'assemblea regionale sta per chiudere è l'unico reparto di ostetricia presente nelle isole, in quanto a quello di Lipari fanno capo anche le altre isole.

La situazione che si sta per delineare – l'atto è diventato effettivo e la chiusura è prevista al massimo entro qualche giorno – è che per partorire dalle isole bisognerà spostarsi verso i presidi di ostetricia più vicini (Milazzo, Patti o Messina), via aliscafo, in circa 45 minuti, o via elicottero. Condizioni del mare e del meteo permettendo, naturalmente. Senza contare, oltre ai rischi per la salute del nascituro e della partoriente, l'eventualità di un trasferimento “programmato” che potrebbe avere, per le famiglie, dei costi non sempre accessibili.
Da qui la cittadinanza si è rivolta direttamente al presidente della Repubblica.

A questo punto potrei anche firmare questo articolo e chiuderla qui. Permettetemi, però, di legare a questa una notizia che è, in qualche modo, il “rovescio della medaglia” delle difficoltà che incontreranno le future mamme liparesi nel partorire.
Da Lipari ci spostiamo a Roma, dove ieri è stato inaugurato il “giardino degli angeli”, un'area di 600 metri quadri all'interno del cimitero del Laurentino, destinato alla sepoltura dei feti abortiti. «Questo progetto» - dichiara Sveva Belviso, vicesindaco della capitale con delega alle Politiche sociali - «risponde alle richieste di chi vuole assicurare al proprio bambino non nato un luogo di sepoltura e non essere più trattato come un rifiuto ospedaliero. L'iniziativa», ha sottolineato la Belviso, «non vuole intaccare i principi sanciti dalla legge 194 ma vuole dare una risposta alle richieste di coloro che intendono il loro figlio mai nato».

Senza fissa dimora: tra emergenze e...Bon Jovi

Messina – Era conosciuta con il suo nome d'arte: Gao. Il suo vero nome era Maria Das Gracas, nata a San Salvador de Bahia, Brasile, 51 anni fa ed arrivata in Italia per seguire due amori: quello per il marito Paolo, di origine lombarda e quello per l'arte, in particolare per la pittura. È morta due giorni fa, a San Rainieri, all'interno delle strutture murarie della Real Cittadella dove aveva trovato un piccolo spazio che la coppia aveva trasformato – occupandolo abusivamente - in alloggio di fortuna e laboratorio. Al di là delle etichette – quelle di senza fissa dimora e artista di strada che troppo in fretta descrivono senza raccontare – faceva parte di quello sterminato esercito di “invisibili” che sembra appartenere ad un altro, lontano, mondo. È stato probabilmente l'alcol – in aggiunta ad un ben noto problema diabetico – ad ucciderla. Vittima, anche, di un paese che, al di sotto di una certa soglia (sociale o economica che sia) non guarda in faccia a nessuno.

«Al dolore aggiungo la sconfitta», dice il magistrato messinese Salvatore Mastroeni in una sorta di epitaffio per Gao. «Abbiamo perso un po' tutti. E pensare che un mese e mezzo fa abbiamo festeggiato il tuo compleanno. Ho visto le tue lacrime a luglio, quando dicevi io non ce la faccio, non sono nata per stare nella strada. Ti ho vista, settimana dopo settimana, andare giù. Rassegnata, non ti lamentavi più ma ti stavi lasciando morire. Vittima della cattiva sorte, della nostra indifferenza e di uno dei pochi compagni della disperazione, che riscalda, non fa pensare e ti stordisce il cervello sempre più. Penso a quella stupenda “cella” fatta da te, piena di fiori e vasi che facevi e hai regalato a mia figlia. Penso all'affetto che sentivi e ricambiavi. Mi piace ricordarti con il tuo cappotto lungo, in quel corpo magro e slanciato».

È partita, a seguito di questa vicenda, la corsa politica a risolvere la situazione per i senza fissa dimora, che a Messina, di fatto, non hanno delle strutture adeguate in cui rifugiarsi. Libero Gioveni, consigliere della terza circoscrizione, ha invitato il sindaco Buzzanca e l'assessore alla solidarietà sociale Dario Caroniti ad accordarsi con le altre circoscrizioni cittadine e la Caritas locale al fine di trovare delle strutture – in particolare scuole in disuso – che possano essere destinate ad ospitare i senza fissa dimora, almeno durante la notte.

Ma chi si prende cura dei senza fissa dimora in Italia? Secondo la prima fase della ricerca promossa dalla Federazione italiana organismi per le persone senza fissa dimora (di cui scrive Giuseppe Mele sull'ultimo numero di “Piazza Grande”, giornale di strada bolognese che lo scorso mese ha festeggiato i suoi 18 anni di attività. Qui http://www.scribd.com/doc/75207751/Piazza-Grande-Dicembre per leggerlo) «nei 158 comuni “censiti”, le principali fonti di assistenza per le persone senza fissa dimora vengono da attività private finanziate dalle Istituzioni: si va da un 63 per cento nelle regioni del nord-ovest al 35 per cento nel sud. L'attività in Italia “sembra essere appiattita”, commentano da fio.PSD, “su un intervento di mero contenimento del fenomeno, legato all'emergenza e all'assistenza primaria e non alla promozione di un effettivo tentativo di reinclusione sociale”».

Sempre “Piazza Grande”, in un articolo di Alain Verdial a pagina 15, ci porta dall'altra parte dell'oceano, a conoscere “Soul Kitchen” (“Cucina dell'anima”, in italiano), inaugurato lo scorso ottobre nel New Jersey grazie ai finanziamenti della Jbj Soul Foundation, che dal 2006 si è posta l'obiettivo di aiutare le persone più bisognose. Un'iniziativa che ha da subito riscosso grande successo, in parte anche per la fama internazionale del suo ideatore – che di professione fa il cantante e risponde al nome di Jon Bon Jovi (“Jbj”, appunto) – ma anche perché si paga quel che si può. E se non si ha denaro – come nel caso dei disoccupati o dei senza fissa dimora – si può sempre aiutare lavando i piatti o lavorando nell'orto di proprietà del negozio.SB

Sicilia, il 2012 inizia tra le proteste (operaie)

Trapani – Un 2012 all'insegna delle lotte per il lavoro. È questo il primo commento che si può fare sul nuovo anno, iniziato da una manciata di giorni ma già caratterizzatosi – così come la fine del 2011 – per quello che sembra l'inizio di una nuova stagione di lotte operaie, tra una crisi economica che avanza, imprenditori che non riuscendo a pagare i propri debiti (o, in alcuni casi, i propri dipendenti) si suicidano, ed il “metodo-Marchionne” che si espande a macchia d'olio.

A fare la “voce grossa”, in Sicilia, oltre agli operai ci hanno pensato gli aderenti al Movimento dei forconi, che nei giorni scorsi hanno chiamato a raccolta tutte le categorie sociali, dai loro colleghi dell'agricoltura al mondo operaio passando per le università ed i disoccupati, chiamando tutti a raccolta per cinque giorni di sciopero ad oltranza a partire dal prossimo 16 gennaio. «Questa agitazione non è uno sciopero contro i siciliani ma è l'unico sistema per indurre la classe politica a mettere in atto strategie, scelte e provvedimenti che possono realmente giovare al mondo della produzione e del trasporto».

La lotta riparte...dalle navi. Ieri, 3 gennaio, erano 36. Sono i giorni trascorsi dall'occupazione della petroliera “Marettimo Mednav” da parte di 20 operai – che quella petroliera hanno concorso a costruirla – nel Cantiere Navale di Trapani, licenziati lo scorso 23 dicembre dopo un regime di cassa integrazione che durava da luglio. A raccontare la loro lotta – con diari quotidiani – è “L'Isola dei cassintegrati”. Come per le lavoratrici Omsa – ne parlavamo ieri[1] - anche i dipendenti della Cantieri Navali Trapani hanno subito la “politica-Marchionne”, diventata ormai esempio per molti. Le commesse, infatti, non sono mai mancate, eppure 58 lavoratori (o, meglio, 58 famiglie, che è un po' diverso) vedono sempre più vicino il licenziamento definitivo. Lottano per il loro lavoro ormai da tre mesi, con i sindacati che – come sempre più avviene in Italia – latitano. Da qui, da quel senso di abbandono, la decisione di occupare la petroliera. «Nel frattempo» - scrivono gli operai sul sito[2] - «uno spiraglio di luce si apre quando ci rendiamo conto che non siamo soli, che persone meravigliose hanno organizzato una festa di natale per i nostri bambini, con regali e panettone e tanti sorrisi. Persone qualunque che non hanno un parente o un amico tra di noi, ma che vogliono farci sentire meno soli».

L'autunno caldo della Fincantieri. È iniziato ormai da qualche settimana – il 23 dicembre le prime braccia incrociate – lo sciopero degli operai dei cantieri navali a Palermo per contestare il piano esuberi, con relativo ridimensionamento, proposto dall'azienda e che prevede la mobilità volontaria per 140 lavoratori in possesso dei requisiti per l'avvicinamento alla pensione (sui 505 operai palermitani, già 130 sono in cassa integrazione).

Export di armi, i conti non tornano


Roma - Il Consiglio dell'Unione Europea ed il Parlamento europeo l'hanno inserito sulla Gazzetta Ufficiale all'ultimo momento utile e senza troppa pubblicità, come fosse un semplice atto burocratico come gli altri, eppure la “XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari[1] meriterebbe forse qualche attenzione in più, in particolare sulle cifre.

Armi e diritti umani. Nonostante una diminuzione del 21 per cento, le autorizzazioni (licenses) all'esportazione di materiali militari hanno raggiunto la cifra di 31,7 miliardi di euro. Sono stati principalmente i paesi dell'Unione Europea a permettere la diminuzione, passando dagli oltre 13 miliardi di euro del 2009 ai circa 9 del 2010 a seguito della crisi economica, che ha portato alcuni paesi europei a ridurre il budget nel campo militare. Di queste, poco meno della metà (48,8 per cento, pari a 15,5 miliardi di euro) sono state inviate verso i paesi del Sud del mondo.

È sulla questione “diritti umani”, comunque, che l'Unione Europea chiede di porre l'attenzione, chiedendo ai singoli stati di “valutare la posizione del paese destinatario in rapporto ai pertinenti principi stabiliti dagli strumenti internazionali in materia di diritti umani”, in particolare – continua il report – bisognerebbe porre l'accento sulle autorizzazioni verso quei paesi che, durante l'anno appena concluso, sono state teatro di sollevazioni popolari come l'Arabia Saudita (2,4 miliardi di euro), l'Oman (1,16 miliardi), l'Algeria (933 milioni), la Libia (293 milioni), l'Egitto (211 milioni) e il Bahrain (56 milioni).

Dati non dati. Il report si concentra anche su un altro – e forse ancor più interessante – aspetto. «I totali della “riga C” (le consegne)» - sostiene il report - «non riflettono le effettive esportazioni di armamenti dell'Unione». Paesi come Grecia, Danimarca, Germania e Regno Unito infatti da alcuni anni non forniscono più i dati. Una mancanza sospetta in particolare per questi ultimi due paesi, tra i maggiori esportatori europei e internazionali di sistemi militari.

Tra le “anomalie” non poteva mancare l'Italia. Mentre il paese si interroga sull'utilità – economica e sociale – dell'acquisto degli F-35[2] infatti, i dati ufficiali forniti dalla nostra Presidenza del Consiglio parlano di un valore di 2.754 milioni di euro – cifra in linea con quanto veniva dichiarato negli anni precedenti - ma ha segnalato all'Unione Europea esportazioni per soli 615 milioni di euro.

«Considerate queste reiterate mancanze» - scrive Giorgio Beretta sul sito unimondo.org - «la Relazione dell'Unione Europea sulle esportazioni militari appare oggi, a tredici anni dall'entrata in vigore del Codice di Condotta, un documento pressoché inservibile per poter analizzare con precisione le effettive esportazioni di armamenti dei paesi dell'Unione. Occorre ormai chiedersi se queste più che carenze e anomalie non siano invece un subdolo e reiterato boicottaggio dell'unico documento ufficiale dell'Unione che dovrebbe essere in grado di esplicitare con precisione informazioni di ampio interesse che concernono la politica estera e di difesa dei paesi europei».SB

Note
[1] XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea. 30 dicembre 2011;
[2] Taglia le ali alle armi!, Rete Italiana per il Disarmo, 21 settembre 2011;

Licenziamenti Omsa, le lavoratrici faentine chiedono aiuto

FAENZA - «Abbiamo dei diritti firmati e siamo rimaste per la promessa di riconversione e intanto abbiamo bisogno di ammortizzatori. Come campiamo altrimenti?». Ha voluto utilizzare facebook per riversare tutta la sua delusione ed i suoi timori Clara Zacchini, una delle 239 operaie Omsa di Faenza che hanno ricevuto la conferma del loro licenziamento, previsto per il prossimo 14 marzo, data in cui terminerà la cassa integrazione straordinaria, perché l'azienda ha deciso di portare tutto in Serbia. Le operaie, intanto, chiedono l'aiuto di tutte e tutti. 

L'ufficialità del licenziamento è arrivata nel momento peggiore, a tre giorni dall'apertura di un vero e proprio tavolo delle trattative al Ministero dello sviluppo economico che aveva riacceso una seppur flebile speranza per quella che appariva tra le migliori soluzioni possibili: la riconversione dell'intero stabilimento.

Le speranze erano riposte tutte nella relazione dell'ingegner Marco Sogaro, amministratore delegato della Wollo srl di Torino a cui era stato affidato il compito di trovare investitori interessati all'acquisto dello stabilimento.
«Si è trattato di un incontro che non ha portato nessuna notizia concreta sul fronte della riconversione» - è stato il commento Samuela Meci e Renzo Fabbri della Filctem Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture) di Ravenna. Si era anche trovata nel 12 gennaio la data per una seconda riunione, al fine di valutare l'effettivo avanzamento delle trattative. Tavolo che, evidentemente, avrà utilità pari a zero.

Se Faenza piange, Gissi non ride. Lo scorso 25 novembre, intanto, è stato chiuso lo stabilimento di Gissi, nel teatino, dopo 23 anni di fondi regionali e Cassa del Mezzogiorno. Anche in questo caso, 380 dipendenti senza lavoro in Italia, e la prospettiva di rientrare nel piano di delocalizzazione in Serbia, dove il sistema di stipendi e diritti è – come noto – ben diverso da quello italiano.

Le lavoratrici faentine, intanto, si organizzano. E chiedono a tutte e tutti un gesto di solidarietà, boicottando i prodotti a marchio Philippe Matignon, SiSi, Omsa, Golden Lady, Hue donna e uomo, Saltallegro e Serenella.SB