Italiani di tutto il mondo...sarkozyzzatevi!!



Era solo questione di tempo.
Cosa? Che si tornasse indietro agli anni '70. Secondo logica dovrei esserne contento, visto quanto io adori quel periodo del nostro paese. Ma non è così.
Negli anni '70 capitava spesso che quando si incrociavano “quelli di destra” e “quelli di sinistra” l'aria che si respirava era simile a quella di Mezzogiorno di Fuoco, dei duelli tipici dei film western per intenderci. E ieri qualcuno ha ben pensato di rinfrescare la memoria, viste le temperature africane di questi giorni. Siamo a Massa Carrara, verso la mezzanotte. Le “SSS” - Soccorso Sociale e Sicurezza – insomma le vecchie ronde fasciste incrociano la strada con le “Ronde Proletarie Antifasciste”. Il resto lo immaginate da soli.
Ma sospendiamo questo caso specifico e passiamo al secondo spunto di questo articolo.
Ieri sera mi sono finalmente visto – dopo tanto tempo – il lungometraggio “Fame Chimica” del 2003. A parte che sembrava girato ieri sera, ma vabbè. Per chi non l'avesse visto, è incentrato sul rapporto di amicizia fraterna tra due ragazzi: Manuel, che campa facendo il pusher e Claudio, che lavora precariamente nel supermercato gestito dallo zio. I due sono nati e cresciuti nello stesso quartiere popolare, ed il fatto che ad un certo punto arrivi una giovane “forestiera” a scombussolare il loro rapporto – per me – è solo marginale. Quel che mi interessa è che al centro della vita di questo quartiere della periferia milanese c'è il tentativo, da parte della “pura razza italiana” di creare una barriera fisica per non far mischiare i loro “santificati” ragazzi – perditempo che passano le giornate seduti su una panchina o in discoteca, tra pasticche ed alcol – con gli immigrati che vivono l'altra metà della stessa piazza. Divisione che viene chiesta anche con un comitato cittadino per la creazione di una barriera fisica tra “noi” e “loro”.

La separazione fisica, l'innalzamento di barriere di difesa verso qualcosa non la ritroviamo solo in questo film. Esiste anche in alcune zone del nostro paese, tipo il “muro antispaccio” di via Anelli a Padova.
Io l'ho definita “sarkosyzzazione” della società, perché – non so se vi ricordate – l'ex Ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy non si distinse per le politiche di integrazione da lui prodotte per fronteggiare il fenomeno delle banlieues francesi (anzi, definì quei ragazzi la “feccia” della società d'Oltralpe...) e noi sappiamo che il nostro premier non vuole governare un paese multiculturale. Certo, piuttosto che riformare un paese fascista potrebbe semplicemente levarsi dalle balle, ma questa è un'altra storia...
La politica di Sarkozy in versione Ministro dell'Interno è quel che tenta di fare il governo, con beneplacito di quelle forze di opposizione che un tempo si ergevano a difensori dell'inclusione e dell'uguaglianza tra individui.
Tentano di disgregare, di atomizzare la società per ottenere ciò che meglio distingue questo neo-regime fascista - il caos - così da poter legittimare l'uso della violenza, che sia in divisa o meno.
Anzi, ormai non si può nemmeno più parlare di “violenza in divisa” - cosa che non piacerà molto a Kossiga – perché ormai anche quella, nella miglior modalità imprenditoriale, è andata in outsourcing. Invece che spendere un sacco di soldi per aggiornare le nostre forze dell'ordine, magari dandogli vetture la cui ultima revisione non risalga ai tempi di Garibaldi o spendendo un po' di quei soldini per le divise estive, visto che ora – con gli 800° che si registrano – vanno ancora in giro con quelle invernali.
Perché in questo modo, mettendo dei completi incapaci a fare “sicurezza” possono continuare a dire che il paese è insicuro, che gli immigrati portano la droga, stuprano mogli e sorelle e tutte queste gran belle puttanate su cui basano le campagne elettorali.
Diciamoci anche una sacrosanta verità: all'uomo fare il “renegade” o il “walker texas ranger” della situazione piace. E molto. Piace quell'orgasmica sensazione di detenzione del potere, del guardarsi allo specchio e dire “IO sono la legge”, come novelli De Niro in Taxi Driver (ok, lui diceva “ce l'hai con me”, ma contestualizzate la scena...).
Piace quella sensazione di sentirsi il padrone del mondo, quando in realtà si è uguali alle scimmiette ammaestrate del circo: burattino in mano ad altrui volere.

Io non credo che la gente che ricorda a cosa serva quell'organo che abbiamo in testa – ormai una rarità nel paese – voglia ritrovarsi un giorno a non avere più la possibilità di uscire di casa perché gli hanno talmente intrippato il cervello da averlo convinto a crearsi una barriera fisica anche con se stesso. Ma l'uomo non finirà mai di stupirmi. In particolare se di “pura razza italiana”.

Severn Suzuki, la bambina che zittì il Mondo per 6 minuti



"Ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari. Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare? (...)
Ciò che voi state facendo mi fa piangere la notte. voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole."



Severn Cullis-Suzuky, 12 anni

Finché c'è guerra, c'è speranza!

Stamattina ero partito con l'idea di scrivere un articolo su quella aberrazione dell'intelletto che risponde al decreto sicurezza. Ok, viste le cretinate che ci sono scritte sopra sarebbe meglio definirlo della INsicurezza. Ma nel paese in cui si definisce eroe un mafioso è evidente che il senso delle parole è una libera interpretazione di chi le usa. Non voglio analizzarla tutta questa legge – anche perché con tutto quel che ho da dire ci potrei scrivere un trattato più che un articolo. Mi interessa analizzare solamente quella che considero la parte più controversa: la questione migranti.
Vediamo nel dettaglio cosa dice il c.d. “decreto Alfano”:

  • permesso di soggiorno a chi HA GIA' un lavoro in Italia. E già qui c'è la prima cretinata: se io vengo in Italia per cercare lavoro mi sa che in Italia un lavoro non ce l'ho, altrimenti che ci vengo a fare in Italia a cercare lavoro se ho già un lavoro in Italia? (p.s..le ripetizioni sono volute...)
  • Nel caso di perdita del lavoro l'immigrato – con documenti in regola presumo – può essere iscritto nelle liste di collocamento per un periodo di 6 mesi, dopodiché di considera clandestino. Io lavoratore immigrato devo presentare la domanda per il rinnovo al massimo entro 60 giorni (a norma di legge sarebbero 90) prima della scadenza del vecchio pds. Mettiamo che io non conosca bene la lingua italiana. Figuriamoci del conoscere la burocrazia che quella non la conosciamo nemmeno noi che ci siamo nati in questo paese. Io so di persone che in 6 mesi non sono riusciti a rinnovarlo quel documento, non per volere loro ma per la bradipica lentezza della nostra burocrazia. In questo caso a chi si attribuisce l'etichetta di “clandestino”?
  • Ciascuna famiglia potrà regolarizzare una sola colf; numero illimitato per le badanti. Perché appena l'ho letto mi è venuto in mente che la Carfagna disse di avere una badante per la madre (e non so con quale inquadramento contrattuale...)?
Diciamo che questi sono alcuni dei punti su cui da sempre ho avuto qualcosa da dire. In realtà c'è sempre stata una domanda che mi sono posto ogniqualvolta si parlasse di immigrazione, clandestinità ed affini. Queste persone, questi uomini e queste donne che vengono in Italia – mi sembra scontato dirlo – scappano da qualcosa.
Ma da cosa?

In molti casi, penso per esempio ai migranti dai paesi africani, scappano dalla povertà. Scappano da condizioni di vita che noi neanche riusciamo ad immaginare. Scappano dalla guerra.
E qui avviene il “black out mentale”: chi c'è dietro quelle guerre?

Incuriosito, accendo il mio bel portatile e vado su google. Mi imbatto ad un certo punto in questo piccolo documento, che riporto fedelmente:

Fonte: Corriere della Sera – 28 maggio 2006. NAIROBI-Le accuse dell'Onu sono durissime:«L'Italia lo scorso autunno ha fornito materiale militare al Governo Federale di Transizione somalo (Tfg), violando l'embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza». Assieme all'Italia... etc etc...

Cosa? Non ci potevo credere! Come può il mio paese, quello stesso paese che ha all'art.11 della sua carta costituzionale la dicitura: “L'Italia rifiuta la guerra come strumento d'offesa” e che si vanta di essere tra i maggiori esperti dell'esportazione della pace nel mondo, finanziare la guerra somala? A quel punto mi sembra normale saperne di più.
...al terzo posto c'è l'Italia - trovo scritto su PeaceReporter - con 34,1 milioni di dollari. Il nostro paese, secondo quanto Microfinanza ha trovato nei dati Onu, ha rifornito la Siria per oltre 20 milioni di dollari e il Libano per 13,8 milioni. Una piccola fornitura da 42 mila dollari di 7 tonnellate di «armi non militari» è arrivata anche in Iran nel 2004. Con quest'ultimo paese abbiamo anche scambi – per un valore di 303 mila dollari – di forniture nucleari, insieme ai “cari amici” libici, con i quali abbiamo addirittura una joint venture tra Finmeccanica e Libyan Company for Aviation Industy (la Libyan Italian Advanced Tecnology Compani, Liatec).”
Abbiamo consegnato armi all'Eritrea, a India e Pakistan che si facevano vicendevolmente la guerra (quando si parla di soldi e pallottole non si guarda in faccia nessuno, no?), ad Algeria, Turchia e Colombia – con quest'ultima non oso immaginare quale sia la moneta di scambio – i cui eserciti non brillano certo per il rispetto dei diritti umani.
Non parliamo poi dell'”affaire” F35, gli aerei invisibili che ci costeranno la “modica” cifra di 14 miliardi di euro. Soldi che potevano benissimo essere utilizzati per una seria ricostruzione de L'Aquila. Ma questa sarebbe stata un'operazione “per il popolo”, e si sa che il governo va sempre in controtendenza a chi dovrebbe governare.
«I cacciabombardieri Joint Strike Fighter” - spiega, sempre a PeaceReporter, Walter Bovolenta dell'Assemblea Permanente NOF35- “rappresentano il primo sistema d'arma concepito per rispondere alle esigenze della nuova “gendarmeria mondiale” rappresentata dalla Nato. L'Italia produrrà e si doterà di un aereo militare ideato non per difendere il nostro spazio aereo nazionale, ma per partecipare a future missioni di guerra all'estero, per andare a bombardare in giro per il mondo, seminando morte, distruzione e sofferenza». E tanto per continuare a pulirsi il culo con la Costituzione.
Leggo addirittura – datato 22/07/2009, cioè ieri – dell'approvazione di alcuni emendamenti alla legge n°185/90 sulla trasparenza ed il controllo del commercio di armi per favorire i “venditori di morte”. Ciò vuol dire che da oggi se vendo 1 al mercato regolare delle armi, venderò 100-200 al mercato nero. E nel mercato nero lo sappiamo tutti chi c'è.
Banco Ambrosiano Veneto; Cassa di Risparmio di Firenze; Cassa di Risparmio di Imola, Bnl, Credito Italiano-Unicredito; Comit-Banca Intesa e San Paolo-Imi. Queste, insieme ad istituti bancari esteri come Banco Santander, Barclays, BBVA, BNP Paribas, Deutsche Banck, ING sono tra i finanziatori dei venditori di morte. I 13 istituti bancari principali hanno investito 39,6 miliardi di euro in pratiche e compagnie a dir poco discutibili. Come la Textron, che produce letali munizioni a grappolo, o come la Petrochina e la Vedanta Resources, che detengono dei record nella distruzione dell'ambiente. Le scuse addotte dalle banche (o Banche Armate, come la campagna di sensibilizzazione è stata chiamata) sono veramente ridicole: si passa dal “siamo solo finanziatori passivi” (per la serie “entrasse anche Bin Laden o Bush i soldi glieli diamo lo stesso”) come il Banco Ambrosiano Veneto al “sono armi non offensive” della Cassa di Risparmio di Imola. Scusa degna delle peggiori barzellette del premier.
Visti e considerati gli interessi in gioco – ed i giocatori – io credo sia doveroso che la società civile si svegli, informandosi e facendo pressione su governi ed istituzioni (bancarie e non) affinché i soldi dei nostri conti corrente non vadano a finanziare questo o quel signore della guerra afghano o somalo o di dove volete voi.

Ma come si dice: “Finché c'è guerra, c'è speranza”.

Ecco da cosa scappano quegli uomini e quelle donne che sbarcano sulle nostre coste, che tentano di attraversare i confini. Scappano da quel mondo che noi "popoli ricchi ed esportatori di pace" siamo correi a formare.

Approfondimenti:

Orizzonte comune

Intervista a Michael Hardt di Giuliano Santoro per Carta

Michael Hardt ha 49 anni e insegna alla Duke University nel North Carolina. Lo intervistiamo mentre ha dato alle stampe «Commonwealth», il terzo capitolo dell'opera che ha cominciato nel 2000 insieme a Toni Negri con «Impero» [pubblicato in Italia nell'autunno del 2001, solo qualche settimana dopo il luglio del G8 genovese] e che è proseguita con «Moltitudine». Adesso il G8 torna in Italia ed è un'occasione per discutere del «nuovo ordine mondiale» e dei cambiamenti di questi anni.
«Tutto ciò che avevamo visto nel periodo del movimento di Genova e di quello globale, cioè la costruzione di un nuovo ordine mondiale con nuove forme di organizzazione reticolare, oggi funziona a pieno regime – dice Michael – In questi anni, dopo Genova e l'11 settembre, ci sono stati momenti in cui poteva sembrare che gli Stati Uniti erano davvero capaci di gestire il mondo secondo lo schema dell'imperialismo, in maniera unilaterale. La guerra in Iraq, ad esempio, era concepita dagli architetti della Casa Bianca come una dimostrazione dell'esistenza di un ordine mondiale che andava contro l'ipotesi che avevamo descritto con Toni in “Impero” e che aveva descritto il movimento in generale. Volevamo sottolineare che il nemico non era più uno stato-nazione. Ci opponevamo invece a tanti stati più le istituzioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale o il G8, oltre ovviamente ai grandi capitalisti. Si trattava di una rete di collaborazione in formazione, con diversi poteri di diversi tipi e con diverse gerarchie tra loro. Il fallimento dell'operazione unilateralista di George W. Bush non è solo militare. È anche economico e politico. È stato il fallimento dell'imperialismo». Ci troviamo allo stesso punto di otto anni fa?
No, ma abbiamo la stessa necessità di capire il nuovo ordine in formazione, che corrisponde all'Impero. Il termine non m'importa molto, m'interessa il concetto. Mi interessa capire i lineamenti e la forma di questo nuovo potere. Il nostro compito, quindi, è ancora quello degli anni di Genova. Dobbiamo capire qual è il nostro nemico, analizzare il potere che si sta formando, trovare i modi per confrontarci con esso e gestire una resistenza efficace. Scrivendo «Impero» ritenevamo che l'antiamericanismo tradizionale non fosse più adeguato al livello delle dominazioni mondiali. Questo fatto oggi è evidente a tutti.
Quando uscì «Impero» doveste confrontarvi con due critiche, soprattutto. La prima proveniva dai marxisti più ortodossi, che vi accusavano di negare l'esistenza dell'imperialismo tradizionale. La seconda, molto più acuta, sosteneva che la vostra teoria rischiava di cadere, come aveva fatto il marxismo storicista, in una concezione lineare e progressiva del tempo. Rischiavate di ripetere lo schema secondo cui l'accumularsi delle contraddizioni cresce col tempo e porta necessariamente il capitalismo al collasso. Negli anni successivi avete sventato questa trappola teorica incrociando i vostri scudi con i pensatori del sud del mondo e con l'archivio degli studi postcoloniali.

Le lotte anticoloniali e gli studi postcoloniali hanno il merito di analizzare il potere che viene dopo il colonialismo ma mantiene ancora forme di dominazione molto forti. Riconosco il pericolo di cadere in una nozione dle progresso automatica, secondo cui il capitale stesso automaticamente sviluppa alternative economiche e sociali. La storia non è progressiva, è un misto di diversi tempi. Penso però che bisogna mantenere un'idea di progresso come esito delle lotte. Abbiamo una tradizione di lotte per la libertà, per la democrazia, per l'uguaglianza. Non stiamo parlando di una teleologia astratta, della «marcia di libertà della storia»,come diceva Hegel, che si sviluppa oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo riconoscere una marcia di libertà che viene da un'accumulazione di lotte, che costruiscono una specie di teleologia materiale.
Ma la coesistenza di più «tempi storici» e più «modi di produzione» dentro la globalizzazione e persino dentro lo stesso territorio di cui parlano i teorici postcoloniali ci evita di cadere in semplificazioni e schematismi.
Il concetto di «moltitudine» che preferisco è proprio quello che sottolinea l'eterogeneità di cui parli. Non si tratta solo di eterogeneità sociale, cioè di diversi soggetti sociali che hanno diversi bisogni, ma anche di eterogeneità di tempi e di obiettivi. Per questo la lotta per la libertà non è unica e non pone il soggetto unificato. Non c'è una sintesi di tutte le lotte. Credo che questa eterogeneità di soggettività sia importante. L'Impero da questo punto di vista è più una domanda che una risposta. Lo stesso per la moltitudine. Come si fa a concepire in questa eterogeneità di soggettività di tempi e di società, un modo di lottare comune, in cui partecipiamo insieme? È la sfida che abbiamo imparato in questi anni sia dagli studi postcoloniali che, almeno per me negli Stati Uniti, dagli studi che arrivano dagli afroamericani e dalle femministe.
In questi anni è cambiata la situazione sociale italiana ed europea. Essa fornisce indicazioni sul fatto che non necessariamente questo soggetto multiplo che voi chiamate moltitudine provoca effetti positivi?L'ossessione per la «sicurezza» non indica il fatto che una società irrappresentabile in senso tradizionale a causa delle sue ricchezze e delle sue differenze non si riconosca automaticamente in uno spazio comune e possa produrre gerarchie, razzismi, violenze?
La moltitudine non è solo un concetto empirico, come le masse o la folla. Io e Toni cerchiamo di capire il concetto di moltitudine come organizzazione. Non bisogna «essere moltitudine», bisogna «fare moltitudine». Ciò che vogliamo nominare per moltitudine è un modo di organizzazione. Per questo sono d'accordo con Paolo Virno quando parla delle ambiguità della moltitudine. La folla può produrre cose mostruose, come sappiamo. Ma noi guardiamo la cosa da un altro punto di vista, non parliamo di un processo spontaneo.
Il nostro concetto di moltitudine non ha nulla a che vedere con l'anarchia. La moltitudine è una nuova forma di organizzazione, e in questo mi sento comunista, alternativa alla tradizione che ci arriva dai partiti. L'ambiguità della moltitudine si combatte con nuove forme di organizzazione politica. Qui ci ricolleghiamo alla questione precedente: pensare che il progresso scaturisca automaticamente dalle condizioni date è un po' come pensare che da una moltitudine che origina dalle nove forme di lavoro nascano spontaneamente effetti positivi. È necessaria una buona dose di allenamento politico per «fare moltitudine».
Nel 2000 concludevate Impero con tre punti per un programma politico: il reddito di cittadinanza, la libera circolazione dei migranti e la riappropriazione dei mezzi di produzione, che nel caso della produzione intellettuale era inteso come lotta ai brevetti e al copyright. Pensi che siano rivendicazioni ancora attuali?
Non erano intuizioni nostre. Raccoglievamo quello che sentivamo dai movimenti e dalla gente che avevamo attorno. Ci sembrava un buon modo per concludere un libro teorico. Un lettore poteva dire:«Adesso cosa si può fare?». Tanti giornalisti ci dicevano la stessa cosa che dicevano ai movimenti:«Questi non hanno nulla da proporre in pratica». E invece allora come oggi c'erano tantissime proposte ragionevoli. Anche dieci anni dopo quei punti indicano un campo di lotta politica attuale che corrisponde alle idee del libro.
Se ripensiamo al 2001, l'altro cambiamento riguarda il paese in cui vivi, gli Stati Uniti. Antiamericanista o no, il militante di sinistra europeo aveva una certa spocchia nei confronti dell'America. Dalle ultime elezioni europee viene fuori che il Vecchio Continente si sposta a destra. E invece gli Usa di Obama sono un laboratorio delle nuove forme di politica. Tuttavia i movimenti che hanno contribuito all'elezione di Obama, come quello dei migranti, sono in crisi.
Non sono un sostenitore di Barack Obama, ma credo che la sua amministrazione stia facendo un'operazione molto intelligente. Stanno sperimentando una nuova possibilità politica, anche se nell'ambito tradizionale statale. Come analista politico mi interessa. Quanto ai movimenti, credo soffrano una crisi di orientamento. Fare politica nei movimenti contro Bush e la guerra era facile. Adesso il governo non è «nemico» allo stesso modo. I movimenti sono vittime di uno schema: o decidono di trattare Obama come Bush, e quindi continuano a fare quello che facevano prima, o appoggiano il governo contro la destra. Non hanno ancora scoperto altre possibilità.
In senso più generale, la situazione è analoga a quella che si vive in tanti paesi con governi di sinistra dell'America Latina. Certamente, Obama non è di sinistra alla maniera di Chávez o Lula. Ma la situazione è simile per il fatto che i movimenti non hanno capito come attraversare quest'empasse, l'alternativa tra resistenza o appoggio. Per questo, i movimenti statunitensi possono imparare molto da movimenti latinamericani. In Bolivia e Brasile ci sono diversi esempi di movimenti che vanno oltre l'empasse del governo di sinistra.
Questo non è un momento di grandi numeri e grandi attività per i movimenti statunitensi, invece ci sarebbe la possibilità di fare molte cose. Non siamo più costretti a combattere le idiozie di Bush come la tortura o l'unilateralismo. Possiamo fare cose molto più importanti e più belle. Non bisogna per forza scegliere tra resistenza e appoggio. Dobbiamo trovare il modo di essere contro il governo, ma in modo diverso dall'epoca di Bush.
Fino a che punto Obama è cosciente del fatto che lui è frutto della crisi della rappresentanza e che deve molto ai movimenti?
Di sicuro nell'amministrazione Obama ci sono molti esponenti che vengono da una tradizione di lotte. I latinos, la lunga storia delle lotte afroamericane, persino gli altermondialisti: alcuni uomini dello staff di Obama non vengono da quei movimenti ma sicuramente dall'onda di quei movimenti. Ovviamente questo non significa che continuino il lavoro di quei movimenti. Del resto, nessuno pensa che Evo Morales in Bolivia prosegua in maniera diretta l'azione dei movimenti. Il punto è scoprire come essere critica del governo.
In autunno esce negli Stati Uniti il nuovo libro che hai scritto insieme a Toni Negri. Di cosa vi occupate questa volta?
Il libro si intitola «Commonwealth», una parola che ha un doppio senso: si riferisce sia alla ricchezza comune che al governo della tradizione inglese del Seicento. Non so come potremmo rendere questo gioco in italiano, forse con «comune». È interessante che in italiano questa parola indichi anche il governo della città. Una dele cose di cui parliamo è il rapporto tra i due sensi del comune. Da un lato c'è quello che potremmo chiamare il «comune naturale», cioè la terra e tutto ciò che gli appartiene: acqua, terra, aria,tutto ciò che abbiamo e dobbiamo usare in comune. Questo è l'aspetto ecologico del comune. L'altro senso, di cui ci interessiamo di più, è il comune creato dall'attività umana, che è sempre più centrale nella produzione capitalistica: la produzione di idee, affetti, immagini, comunicazione, conoscenza. Ogni volta che questa sfera si fa proprietà privata o statale diventa meno produttiva. Ogni idea che diventa proprietà è meno produttiva, per questo la necessità del capitale di convertire il comune in proprietà distrugge la produttività stessa...
...ti interrompo solo per un chiarimento terminologico, visto che parli di «produzione». Dopo che i movimenti di questi anni hanno liberato dalle loro definizioni liberali i concetti di «libertà» e «democrazia» pensi sia il momento di riappropriarsi anche di questa parola?
Intanto voglio dire che [se ci riusciamo, ma non è scontato] dobbiamo liberare anche la parola «comunismo». Quanto alla produzione, per noi è centrale la produzione di soggettività. Ma la produzione di soggettività è centrale anche nella produzione capitalistica. Il capitalismo contemporaneo punta soprattutto a produrre rapporti sociali, affetti, idee.
Sono completamente d'accordo con chi dice che si debba fermare la macchina che distrugge la terra e la vita sociale. Tuttavia, non so fino a che punto la teoria della decrescita riesca a tenere presente un concetto di produzione non industriale e non materiale.
Forse si tratta di abbandonare le pretese di unità di misura capitalistiche che ormai sono del tutto arbitrarie, a cominciare dalla pretesa di misurare il salario in ore di lavoro e la ricchezza in profitti. Quindi anche il concetto di «crescita» è arbitrario. La crisi, in fondo è crisi dell'unità di misura capitalistica e del suo ultimo appiglio, la rendita finanziaria. Il capitale non riesce più a contenere la vita.
Certamente. La vecchia misura capitalistica non funziona più. Ma il capitale è capace di trovare nuove unità di misura? Penso di no. Con la finanza abbiamo assistito a modi allucinanti di misurare la vita delle persone. Tuttavia, non penso che si debba semplicemente fissare una nuova unità di misura, magari più umana. Dobbiamo concepire la vita e il comune come qualcosa che non ha misura, che non è misurabile o quantificabile.
Del resto,la crisi economica ha mostrato quanto si intrecci il tema dei biocombustibili, che riguarda i beni comuni, con quello della speculazione finanziaria, dei mutui e delle assicurazioni, che riguardano la monetizzazione del comune, della vita e dei servizi.
La crisi impone questo confronto. È importante capire quali sono i rapporti tra le due facce del comune, quello naturale e quello artificiale, tra l'accesso all'acqua e la libera circolazione delle idee. Sono entrambi cruciali, e i legami tra di essi vanno sviluppati: in dicembre, a Copenaghen c'è il vertice sul postKyoto per i cambiamenti climatici. Quello potrebbe essere il momento di tessere meglio la relazione tra i movimenti contro il cambiamento climatico, che in generale non hanno molto sviluppato la prospettiva anticapitalistica, e quelli anticapitalistici che non hanno ancora elaborato una visione ecologista. Il tema del comune è un terreno su cui sviluppare questi conflitti.
Dobbiamo occuparci del comune, di come governarlo senza distruggerlo. Dobbiamo capire come funziona il comune nella produzione capitalistica, come fondare istituzioni del comune, come costruire una società fondata né sulla proprietà privata né su quella pubblica. Si tratta di sviluppare una critica della proprietà, sia pubblica che privata, come forma di potere. Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo.

Se il Premier ruba la scena ai guitti


di Biancamaria Bruno
È da poco uscito in libreria “Una vita all’improvvisa”, autobiografia a quattro mani che Franca Rame ha scritto con la collaborazione del premio Nobel Dario Fo, inseparabile compagno di tante avventure teatrali e di una vita.

C’è chi dice che il nostro Premier sia un esempio di personaggio carismatico. Secondo il dizionario De Mauro, il carisma «nella teologia cristiana è dote soprannaturale, la virtù profetica, l’infallibilità, il parlare in lingue diverse e simili... concessa da Dio a un fedele per il bene della comunità ».
Ma che cosa succede quando un leader di questogenere - carismatico o no, questo ce lo dirà lei Fo -ruba la scena?

Diciamo subito una cosa: c’è una doppia origine di questa situazione. Una è la preparazione del pubblico che poi assisterà allo spettacolo. Non sto parlando dello spettacolo teatrale, ma dello spettacolo della realtà, cioè di quello che succede nella realtà vera e propria.
I mezzi di informazione oggi - dalla radio alla tv, a internet eccetera - sono veramente straordinari. Da alcuni anni c’è stata una grande mutazione nel linguaggio, nel modo di comunicare i fatti. E poi ci sono le realtà inventate, i realitiy, che non sono altro che la rappresentazione quasi vera della vita. Sono tutte situazioni create ad hoc tipo “Il grande fratello”, “L’isola dei famosi”, in cui ragazzi, e soprattutto ragazze - e questa è la parte dura - vengono buttati gli uni contro gli altri, portati all’odio reciproco, al risentimento, alla tensione, un po’ come in un combattimento di galli o di cani.
Ecco, tutto ciò, con i giochi a premi del tipo “Affari tuoi”, serve a illudere la gente di poter uscire facilmente dalla propria situazione. Basta un po’ di fortuna: si vincono un sacco di soldi, si diventa personaggi. Sono rimasto meravigliato quando ho saputo che le persone che partecipano alla trasmissione “Affari tuoi” stanno lì intere settimane e imparano le tecniche televisive: come muoversi, come guardare la telecamera, eccetera. Si allenano per quando arriverà il loro momento, per quando scatterà la loro ruota della fortuna per diventare “protagonisti” della puntata.
Questo è il messaggio. Un insegnamento orrendo e bugiardo che ha a che fare con il successo in politica di un uomo come Berlusconi, un simbolo che viene portato a esempio agli italiani per mostrare come si può arrivare al successo, come si arriva a fare quattrini. Berlusconi così arriva addirittura a dettare il comportamento: come truccarsi, come camuffarsi da giovane essendo vecchio, raccontando che è guarito da una malattia grazie alla forza di volontà. È un satrapo straordinario della politica. E tutto quello che dice viene creduto. Ma è giusto così! Lui è il principe, è il duca, è l’imperatore!
È il principe o è il messia?
No, no, è il principe, anche se poi farà anche miracoli... Tutto è teso a realizzare un personaggio prima che entri in scena. Cioè, lui è già personaggio e ha già la possibilità di dire: Sì, è vero, sono furbo, sono scaltro, rubo, falsi fico, corrompo, faccio trucchi, posso permettermi di comprarmi chi voglio. E giù applausi. È tanto smaccata la sua alterigia, il suo modo di porsi, l’arroganza, la spocchia - diciamo il termine giusto - che a un certo punto, se sposi questa logica, o lo accetti o ti metti in un angolo. Non puoi reagire.
Ma perché alcuni reagiscono e altri no? Perché noi siamo disperati e vediamo nubi nere addensarsi all’orizzonte mentre loro inneggiano al grande capo?
Bisogna mettersi in testa che non è prendendosela con lui e con la pletora dei suoi accompagnatori, servitori, famigli, disposti a mentire su tutto e tutti, che si risolve il problema. Il punto è cominciare a dire chiaramente alla gente: siete dei coglioni, avete il cervello in stand by, vi hanno ipnotizzato, avete perduto coscienza civile, avete perduto ogni intelligenza, spirito, umorismo, riuscite a ridere davanti alle barzellette che racconta quel piazzista in doppio petto dal parrucchino inchiodato a macchina, o alle sue battute, o al suo comportamento con le donne.
Il pubblico tv, lei dice, si allena a diventare un giorno protagonista. Certo, Berlusconi ci è riuscito. Solo che la gente pensa che ci sia riuscito per le sue doti personali…
E non per corruzione! E anche quando la gente sa che ha corrotto, dice “bravo!” E lui continua a fare la vittima, a recitare la parte della vittima - questo è il fatto religioso - lui sarebbe un pover’uomo che ha la sfortuna di essere bravo, di farcela sempre. E poi ci sono i comunisti dappertutto; anche se ormai quelli che erano comunisti dicono “è vero, sì, siamo un po’ cattivi…”.
Si ricorda il discorso sulla Resistenza che gli hanno scritto - era chiaro, non c’era niente del suo linguaggio - sul rispetto che bisogna avere per chi ha dato la vita per la difesa del diritto alla democrazia chiamando i partigiani comunisti padri della patria? Beh, il giorno prima aveva detto sporchi comunisti e aveva sfottuto i lavoratori in attesa di licenziamento dicendo più o meno “cos’è ’sto lamento da disperati, datevi da fare, non rimanete lì ad aspettare che tutto arrivi dal cielo”.
Quando a12 o 13 anni - era la fine degli anni 60 - entrai nella libreria di quartiere e chiesi le opere di Dario Fo edite da Einaudi. La libraia mi rispose: le opere di quel comunista? Io quella roba non la tengo. Negli anni di “Canzonissima” e degli strali della Dc il suo lavoro fu colpito da una censura pesante, lei stette fuori dalle scene per molti anni, dovendosi inventare un percorso alternativo, quello della militanza - di una militanza che più che ideologica direi “umanitaria”. Che differenza c’è tra la censura di allora, che comunque aveva suoi valori di riferimento, ammesso che quelli lo fossero, e la censura di oggi che diventa una specie di controllo generico, vacuo, e che si richiama soprattutto a un presunto “buongusto”?
Nel libro appena uscito scritto da Franca con il mio appoggio, “Una vita all’improvvisa” (Guanda) c’è tutta la storia di quella persecuzione fatta di ricatti, di gesti, di terrorismo. Ci dicevano “guardate che voi non lavorerete più, guardate che vi capiterà qualcosa di brutto, guardate che ci sono anche quelli che sparano ad altezza d’uomo”. Allora esisteva una dicotomia enorme tra la cultura democratica, di sinistra, e la cultura clericale. C’era proprio un muro, uno iato enorme. I cattolici - e la destra, naturalmente - ci odiavano e ci temevano perché si rendevano conto che tutta la cultura che contava e che era rispettata anche all’estero era di sinistra.
C’era una partecipazione trascinante e positiva da parte del pubblico e della gente, c’era l’orgoglio di sentirsi parte “della tua parte”. E il rispetto e la considerazione per noi erano alti - noi che andavamo nelle fabbriche a occuparle insieme agli operai, che andavamo nelle università, che facevamo le manifestazioni, che recitavamo e mettevamo in scena i problemi di quella gente e facevamo satira contro quel potere. Pensi soltanto a quanti teatri sono nati allora, pensi a che cosa era il teatro popolare per noi che andavamo a recitare nelle case del popolo. Insomma, muovevamo un’attenzione e una partecipazione.
Non soltanto io e Franca e la nostra compagnia, ma decine e decine di gruppi; per non parlare della satira che si faceva nel cinema e su alcuni giornali e della letteratura. C’era la controinformazione. Tutto questo non esiste più. Si è riusciti ad assopire a ubriacare, a spegnere questo slancio. Ecco perché ripeto che Berlusconi fa bene il suo lavoro. E chi crede, rinnega tutto quello che è successo e diventa razzista. Il razzismo è proprio il risultato dell’ignoranza e della mancanza di dimensione umana. L’Umanesimo di cui noi italiani siamo stati gli inventori non c’è più. Ma dov’è la solidarietà se anche lo straccione dice “vai via, negro”?
Che rapporto ha oggi con un pubblico che non è più partecipe e appare frammentato?
Oggi non bisogna ricercare a ogni costo la partecipazione e la condivisione delle idee, ma la grande provocazione: bisogna mettere in imbarazzo un pubblico che non reagisce. Già il fatto di suscitare risentimento è un successo. Perché un pubblico che normalmente dorme non ha alcuna reazione. L’ignavia di cui parlava Dante è parte della nostra condizione.
Ma il suo pubblico è composto solo di gente che “già” la pensa come lei?
No, ci sono anche gli ostili e gli indecisi. Vengono a vedere i miei spettacoli perché vogliono sapere che cosa dico, perché ne hanno parlato i giornali. Poi però, per arrivare al momento in cui cresce la partecipazione, ci possono volere venti minuti. Ma il fatto che siano venuti è già buon segno.

17 anni di memoria corta ed impunità.


19 Luglio 1992, Via Mariano D'Amelio, Palermo. Dal luogo della Strage - dove trovano la morte il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina - viene sottratta la borsa del magistrato contenente la "famosa" agenda rossa sulla quale annotava tutti i suoi pensieri e tutto il suo operato. Chi ha adesso quell'agenda? Che fine ha fatto? Se è vero, come è vero che in quei momenti era pieno di forze dell'ordine, come è stato possibile trafugare una borsa dal valore "politico-giudiziario" così immenso?

Caporal Economia

Stamattina, tra i tanti spunti e le tante cose che leggo per tenere aggiornato il mio blog (ed anche per sapere quel che succede in questo pazzo pazzo mondo...) mi colpisce una notizia di cronaca comparsa tra i miei aggiornamenti di facebook.
Secondo l'etichettatura classica delle notizie questa la si pubblicherebbe in una prima pagina di un quotidiano locale – precisamente quelle di Afragola, a nord di Napoli – o in una “locale” delle testate nazionali.

In pratica la notizia riporta il ferimento di un ragazzo burkinabé – che per chi non lo sapesse è il nome degli abitanti del Burkina Faso – o meglio, una vera e propria gambizzazione come si sarebbe detto ai tempi delle Brigate Rosse in quanto questo ragazzo, 21enne di cui purtroppo non è pubblicato il nome, è considerato il leader dei lavoratori stagionali.
Ed è proprio questo che mi ha dato lo spunto per parlare di uno di quegli argomenti che difficilmente si trovano sulle prime pagine, perché è uno di quegli argomenti “sporchi” di cui solo pochi giornalisti – vedasi l'immenso Fabrizio Gatti – si occupano. Ma procediamo per gradi.

Per usare il termine edulcorato dovremmo definirla “manodopera stagionale”. In realtà si parla di schiavismo. Di nuovo schiavismo che passa sotto il nome di caporalato.
Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia. E' qui, in questo quadrilatero della povertà che giovani uomini e donne – per lo più tra i 16 ed i 34 anni – si spaccano la schiena per fare almeno la fame. E non è certo un modo di dire. Solo nelle campagne pugliesi sono circa 40.000, di cui il 25% immigrati ed il resto donne. Provengono un po' da tutto quel mondo “non ricco” di cui ci ricordiamo solo in occasione di G8 e cose simili. Vengono dall'Europa dell'Est – Romania e Bulgaria in particolare – ma soprattutto dall'Africa. Nigeriani, nigerini, burkinabé (gli abitanti del Burkina Faso), senegalesi e via discorrendo, tutti qui, fianco a fianco a raccogliere pomodori che poi non assaggeranno, a costruire case in cui non abiteranno. Solo per permettere a noi “pochi fortunati” la casa al mare o il macchinone. Saremo anche contrari ad un paese multiculturale, ma quando si tratta di sfruttamento non facciamo davvero distinzione di sesso, razza o religione.

Non solo questi uomini e donne devono subire un viaggio della speranza che dal loro paese, spesso in guerra, spesso povero li porta in quello che loro considerano come il paradiso terrestre, ma quando ci arrivano si accorgono di aver sbagliato strada. Di essere arrivati nell'inferno in Terra. “La fortuna è un fatto di geografia” direbbe la BandaBardò.
Non hanno paga, hanno per giaciglio un tugurio dove nemmeno i cani randagi hanno il coraggio di andare, mentre chi li frusta, chi li picchia ed uccide per poi gettarne il corpo nelle campagne, chi li violenta si arricchisce, spesso intoccabile raìs della zona, colluso con la mafia. Se non appartenente ad associazioni mafiose egli stesso.
Questi figuri, novelli carcerieri, sono i caporali. Molto spesso italiani e “capobastone” locali, sgrammaticati personaggi che rispondono all'unica legge della violenza e del terrore. Infischiandosene altamente dei diritti dei lavoratori e delle convenzioni nazionali e internazionali.

Non si può però relegare il fenomeno a mero accadimento meridionale. Esistono molti casi in cui questa usanza è presente anche ove maggiormente dovrebbe essere tutelata la legalità ed i controlli dovrebbero farsi più assidui. Le grandi opere, dove la ditta che vince l'appalto, nella maggior parte dei casi, di suo ci mette solo il nome, lasciando il lavoro – sia quello pulito che quello sporco – a ditte e personaggi dalla discutibile attività e condotta personale.

Com'è facilmente immaginabile non esistono tutele per queste povere anime in pena. Non esistono rappresentanze sindacali che possono tutelarli, perché spesso anche loro sono state minacciate. Non esistono politici che si battono per i loro diritti, perché è un fenomeno in cui ci si rompe troppo le palle. Esistono solo pochi, irriducibili, giornalisti come Fabrizio Gatti, che si spacca la schiena insieme a loro; che sale sui camion e sui barconi che dal deserto ed attraverso il mare portano gli invisibili alla ricerca di un futuro migliore.

Può una vera impresa arricchirsi spaccando la schiena agli invisibili? Buttando poi tra i campi, come fertilizzante, i corpi di chi cade stremato e brutalizzato? Può l'autorità morale della Chiesa tollerare tutto questo? Può la politica non considerare tutto questo un'emergenza? Possono i giornalisti non interrogarsi sull'urgenza di tenere i riflettori del servizio pubblico accesi e puntati sulle storie narrate da Fabrizio Gatti? Possiamo noi cittadini far finta di nulla?
Perché in questo paese si va sempre ed incondizionatamente a colpire gli ultimi, a colpire coloro che non possono permettersi spese legali, spese mediche per qualcosa che è un loro sacrosanto diritto, cioè il diritto al futuro?
Perché non si toccano mai i "mandanti", quelli che hanno il bastone di comando in mano?

Storie di sangue, pallottole e reportage...


Grozny(Cecenia) – Brutto, bruttissimo affare la Russia, se di professione fai il giornalista. In particolare se fai quel tipo di giornalismo di denuncia della corruzione, dei traffici illegali e di tante altre zozzerie che nell'est europeo è ancora un modo di fare molto diffuso. L'Inguscezia, con questo nome particolare – ed anche un po' buffo ad esser sinceri – e la Cecenia sono zone le cui vicende difficilmente riusciamo a leggere sui nostri giornali. A meno che...

A meno che non uccidono l'ennesimo giornalista, com'è successo il 7 ottobre 2006 con Anna, il 19 gennaio di quest'anno con Anastasia – considerata l'erede di Anna - e ieri, con Natalia Estemirova. Nomi che qui in Occidente, in quel mondo che si dice esportatore di pace e valori, in pochi conoscono. Il perché, detto francamente, non l'ho mai capito. O forse l'ho capito fin troppo bene.
Io ho sempre ammirato i giornalisti russi, fin da quando – agli ormai lontani anni delle prime classi superiori – il mio professore di italiano (che non ringrazierò mai abbastanza...) mi fece innamorare delle parole e delle storie che si potevano raccontare. Ammiro i giornalisti russi, o comunque quei giornalisti che si occupano di Cecenia e tutto quel macro-cosmo corrotto e delinquenziale che intorno alle autonome repubbliche russe gravita. Perché li ho sempre visti come se avessero una marcia in più. Perché per fare quel tipo di giornalismo che io adoro, in Cecenia, ed in Inguscezia, devi avere le palle. E scusate il francesismo.

Natalia – che nel 2007 il Front Line Club di Londra aveva insignito della prima edizione del premio Anna Politkovskaja - in questi giorni aveva denunciato la fucilazione pubblica di un uomo sospettato di collaborare con i guerriglieri, il 7 luglio nel villaggio di Akhinciu' Borzoi, a 20 km da Gudermes, il feudo del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che ieri è stato esplicitamente accusato dalla Ong Memorial, per la quale lavorava da tempo Natalia. E proprio Kadyrov – per la serie “oltre il danno la beffa” - aveva pronunciato testuali parole: “Coloro che hanno alzato la mano su di lei non hanno il diritto di essere chiamati uomini e non meritano alcuna pietà. L'ergastolo è una pena insufficiente per gli assassini di Estemirova che devono essere giudicati come esseri disumani che hanno attaccato non soltanto una donna senza difesa, ma anche tutto il nostro popolo”. E qui lascio ogni commento all'intelligenza del lettore.

La sfortuna – se così la si può definire – di fare il giornalista nei territori ex-sovietici è che per tutto quel che neanche viene letto nel resto del mondo rischi di rimanere ucciso. Ed è proprio il caso dell'esecuzione (due colpi alla testa, modus operandi classico della criminalità...) di Natalia, tra le prime a denunciare, attraverso i suoi reportage, le violazioni dei diritti umani commesse in Cecenia a partire dal conflitto tra indipendentisti ed esercito russo all’indomani della caduta dell’Unione Sovietica.

"L'Occidente non può e non deve voltare le spalle al popolo ceceno. La Cecenia è parte dell'Europa, non potete dimenticarci".
Aveva detto la stessa Natalia al momento del conferimento del premio “Anna Politkovskaja”. Già, non possiamo permetterci il lusso di dimenticarci della Cecenia. Ma si sa che l'Europa “buona”, quella stessa Europa pronta a mettersi sulle tracce di un terrorista creato negli anni '80 dagli Stati Uniti, i panni sporchi che ha in casa tende a dimenticarli presto. Molto presto...

Politiche Decisioni e Grilli (S)parlanti

"Ma chi glielo fa fare?". Chi glielo fa fare al signor Grillo Giuseppe di "istituzionalizzarsi", di mettersi (forse) la giacca e la cravatta, iscriversi al Partito Democratico e correre per la segreteria?
Io francamente credo che il suo sia solo uno dei tanti bluff. O meglio, più che bluff la vedo più come una - l'ennesima - provocazione di un uomo che comunque con il tempo è diventato, specie tra noi giovani, uno degli opinion leaders più ascoltati. O forse il più ascoltato. E se pensiamo che iniziò sfasciando computer...

Devo ammettere che quando ho sentito il suo annuncio la cosa mi ha entusiasmato. Entusiamo che derivava dal vedere per la prima volta come fattibile quel cambiamento a "5 stelle" che è anche poi il modo con cui solitamente definisce il suo movimento.
Poi però ho iniziato a ragionarci, a pensare ad un Grillo segretario PD; non so voi ma io non è che ce lo veda tanto bene. E non è tanto per le critiche che da sempre fa al partito.
Molti dicono che non abbia i requisiti neanche per iscriversi. Sarà vero? O sarà solo per paura o perché ad alcuni esponenti del vertice non piacciono le critiche? Diciamoci la verità: che questi vertici (faccio salve alcune biografie per le quali mi riservo la conclusione dell'articolo) siano molto interessati a mantenere la minor distanza tra il loro deretano e la poltrona credo di non essere io a scoprirlo, no?
Quindi un pò d'aria fresca non pò far di certo male.

Siamo però davvero sicuri che il vento grillista sia quel che più serve al PD?
E' vero che - da buon "esperto" di politica - ha tastato il terreno alle europee con le liste di cui parlavo prima, ma i risultati saranno davvero quelle piccole rivoluzioni che tanto invochiamo ormai da tempo? Ho sentito dire dallo stesso comico genovese che il risultato ottenuto sia a dir poco il migliore della storia dell'ultimo mezzo secolo in Italia. Ad onor del vero - e ad onor del fatto che se devo criticare lo faccio in maniera bipartisan - se i dati li dà lui stesso è come quando il "capo-ufficio" del Ministero della Pubblica Amministrazione Brunetta dice che ha eliminato l'assenteismo da quando c'è lui! Tenderei a fidarmi poco dei dati elettorali in generale, ed in particolare quando vengono dati quelli che più fanno comodo. E poi anche Veltroni si disse entusiasta del 3.000.000 ("i soliti 4 gatti" per rete4) di persone che riuscì a portare al Circo Massimo e la cosa non è che gli abbia portato poi così tanta fortuna (spero ne porti di più ai popoli africani, se e quando si deciderà a fare l'ormai "storico" viaggio...).

Visto che siamo in tempo d'esami e votazioni direi che Grillo ed il grillismo - inteso nella sua parte di politica operativa - lo rimanderei a settembre, sospendendo così il giudizio in attesa di qualche fatto concreto. Ho già detto quali sono le mie bocciature, cioè la maggior parte della vecchia nomenklatura, con il duopolio D'Alema-Veltroni che sono sulla cresta dell'onda ormai dai tempi della FGCI (praticamente fanno politica da quando io ancora non ero nato...) e dunque passiamo al volto nuovo di cui parlavo prima, che poi corrisponde anche al promosso della situazione.

Qualcuno potrà dire che anche in questo caso sarebbe cosa migliore sospendere il giudizio, ma Ignazio Marino secondo me qualche cosa in più - e di meglio - l'ha fatta.
Partendo dal presupposto che un punto a favore gli deve esser dato solo dalla profonda antipatia che la Binetti nutre per lui, cosa che mi fa apparire Marino ancor più simpatico (della serie "il nemico del mio nemico è mio amico"...) anche se io della politica non ne faccio una mera questione di simpateticità. Io esigo per il mio Paese che alla conduzione ci sia gente capace e meritevole - dall'una e dall'altra parte (e quindi non gente raccattata nelle situazioni più disparate, bordelli e logge massoniche incluse) - ed il curriculum di Marino parla da solo.
Mi piace perché considero il Vaticano semplicemente uno stato estero, e quindi chi si batte per la laicità dello Stato (fosse per me andremmo direttamente all'ateismo, ma non si può aver tutto dalla vita...) ha il mio appoggio. Voglio un paese quantomeno laico e non assoggettato come ora al volere di Santa Romana Chiesa.
Voglio politici che siano al passo coi tempi, di quelli che se gli parli di blog, di wi-fi, di wirless non ti guardano con la stessa espressione del bambino che incontra per la prima volta E.T. nel film omonimo.

Chi mi conosce sa quanto la mia visione politica sia "sinistra". Estremamente sinistra direi (chiedendo scusa al grande Giorgio Gaber dico che sì, il pugno chiuso, Bella Ciao e la falce e martello sono simboli che conosco bene...). Ma oggi come si fa ad essere fieri di quella che una volta si chiamava sinistra antagonista se da una parte abbiamo un partito (anzi, un nanetto, per usare la definizione tanto cara al professor Sartori) che non ha più idee nuove e che vuole riproporre modelli e simboli di una società di 30 anni fa ma senza chiedere al popolo se ci si rivede in quei simboli? Oppure come si fa a schierarsi con uno che si crea un nanetto solo perché non è arrivata la poltrona?

Io ho deciso di fare qualcosa per quello che - pur odiandolo - è il mio paese.
Non per chissà qual cosa, semplicemente per quella che muoveva Giovanni Falcone nella lotta alla mafia: spirito di servizio (o dovere morale per usare le parole di Paolo Borsellino...), ed ho deciso di appoggiare Ignazio Marino.
Perché per cambiare il paese c'è bisogno di cambiare abitudini. E per cambiare abitudini c'è bisogno di cambiare facce.

Una strage annunciata: 11 luglio 1995 - 11 luglio 2009


Srebrenica (Bosnia-Hercegovina) – la “miniera d'argento”, questo il suo nome tradotto in italiano, qualcosa come 14 anni fa conosceva quello che nei libri di storia è considerato come uno dei più gravi massacri in tempo di pace. Iniziamo però con un passo indietro rispetto a quel tragico 1995. Due anni prima, nel 1993 Srebrenica viene posta sotto il controllo ONU dopo un'offensiva dell'esercito serbo, azione che si rese necessaria al fine di tutelare la popolazione civile bosniaca, quasi completamente di religione musulmana, costretta a fuggire dal circostante territorio occupato dall'esercito serbo-bosniaco. In quegli anni i Balcani erano il fronte caldo del mondo e se pensiamo che da quello stesso territorio che all'epoca gli atlanti etichettavano come “Terra degli slavi del sud” (cioè la Jugoslavia) oggi sono stati creati ben 7 stati (considerando anche il Kosovo, nonostante ciò sia un'operazione ancora controversa) è relativamente semplice capire quali furono i motivi del contendere nell'area. 7.800 le vittime “ufficiali”. Le associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime sostengono che siano un po' di più. Diciamo 10.000. Di questi – qualunque sia la reale cifra – ad oggi sono stati identificati grazie al test del DNA solo 3215 vittime, mentre altre 4000 circa risultano essere scheletri esumati dalle fosse comuni e di cui non si conosce niente.
Nell'estate del 1995 ormai la guerra stava finendo. Lo sapevano tutti. E la conclusione era chiara: 51% del territorio bosniaco ai croato-musulmani ed il restante 49% ai serbo-bosniaci. Ed andava bene a (più o meno) tutti. Andava bene a Slobodan Milošević, allora presidente della Federazione Jugoslava, ad Alija Izetbegovic, presidente della comunità musulmana, ed a Franjo Tudjman, allora presidente della Croazia. Ed ovviamente andava bene alla “comunità internazionale”. Quella stessa comunità internazionale che – permettetemi il termine non propriamente carino – si fece “infinocchiare” da un branco di genocidi del calibro di Radovan Karadžić, l'allora leader politico serbo-bosniaco, arrestato su un autobus a Belgrado il 21 luglio dello scorso anno, sotto le false generalità di Dragan Dabić, in realtà un militare bosniaco caduto in guerra; o di Ratko Mladić, il generale serbo – ancora in libertà – che guidò il genocidio insieme a Naser Orić e che addirittura entrarono nella città l'11 luglio a bordo dei blindati bianchi dell'ONU. Sissignori, avete letto bene. I “cattivi” disponevano dei carri armati dei “buoni”!

Immaginate cosa voglia dire vivere una situazione del genere e vedere l'arrivo dei blindati ONU. Non dico che si stappassero bottiglie di champagne – visto il livello di povertà della popolazione – ma per lo meno qualcuno inneggiò alla fine del conflitto. E quindi pensate a come ci si possa sentire quando da quegli stessi blindati iniziarono a saltare fuori i “cattivi”. Immaginatelo voi, perché quegli uomini e quelle donne, quei bambini e quegli anziani che vissero questa esperienza se ne accorsero solo troppo tardi.
Nessuna spiegazione è stata data da chi si definisce “comunità internazionale”, da chi dovrebbe non permettere le guerre, da chi – anche oggi – grida allo scandalo quando ci sono bombardamenti in questa o quella parte del mondo, forse dimentico che a quel tempo i bombardamenti li faceva lui (o lei, visto che non mi riferisco a nessuno in particolare...). L'unica cosa che si sa è che già dal 30 maggio del 1995 l'Onu dichiarò che le forze di interposizione dei Caschi Blu in Bosnia dovessero farsi da parte. Decisione – perdonate la franchezza – da incapaci che andava ad aggiungersi alla decisione di inviare 4.000 uomini a fronte della richiesta dell'allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali di almeno 40.000 unità, possibilmente non equipaggiate con l'armamento leggero con cui si presentarono. Come se non bastasse – per la serie “oltre il danno la beffa” verrebbe da dire – i militari olandesi che non impedirono il genocidio (ma che invece furono tra i primi a filarsela a gambe dallo scenario di guerra, rifugiandosi nella base militare di Protocari) sono stati addirittura premiati con medaglie al valore – che ufficialmente sono passate come ricompense per le critiche subite dalla stampa – per aver permesso il genocidio.

Purtroppo non sono – o per lo meno non sono più – un grande conoscitore dei Balcani; mi ricordo che a quel tempo nonostante avessi solo 9 anni quelle immagini che si vedevano nei tg mi colpirono molto, e forse hanno collaborato a quel che sono diventato oggi (ed al tipo di giornalismo che vorrei fare in futuro...). Una cosa però la so: se alla sbarra ci sono finiti via via i vari Milosevic, Karadizic e prima o poi anche gli altri “esecutori materiali”, c'è chi con la stessa correità se la gode nell'Europa (e non solo lì) che esporta la pace.
Spesso mi viene in mente quella frase cantata dal gruppo napoletano della 99 Posse: “...chi tutela il male quando il bene si prepara ad ammazzare...”. Già, chi lo fa?

Per approfondire:
Srebrenica2009. Appunti su un genocidio.
Il massacro di Srebrenica: cronaca di una strage.
Il governo premia con una medaglia i Caschi Blu che a Srebrenica non impedirono il genocidio

Liberate Laura ed Euna!!


Intenti ostili”.

Nessuno sa in realtà cosa voglia dire, ma sta di fatto che da ormai 115 giorni è l'accusa con cui Laura Ling e Euna Lee, giornaliste di Current tv, sono detenute nelle carceri della Corea del Nord. L'articolo 63 del Codice penale nordcoreano prevede dai cinque ai dieci anni di prigione per gli stranieri che raccolgono illegalmente notizie nel paese. E se stai indagando – come le due giornaliste, rispettivamente di origine coreana e cinese ma di passaporto statunitense - sul traffico di giovani donne nordcoreane oltre il confine con la Cina, probabilmente, a qualcuno stai dando fastidio. Parecchio fastidio.
Qualora l'accusa di essere entrate illegalmente su suolo nordcoreano venisse considerata valida, e secondo la legge nordcoreana non c'è la possibilità di ricorrere in appello, le due giornaliste sarebbero costrette a 10 anni di lavori forzati.

Non so se a voi è mai capitato di guardare il programma Vanguard su Current Tv (se non l'avete mai fatto o siete di quelli che ogni volta che prendono il telecomando in mano gli cade riaccendete quella scatoletta infernale ed andate sul canale 130 di Sky, vi assicuro che ne vale davvero la pena...), i Vanguard-journalist - di cui Laura Ling è vicepresidente - svolgono il loro lavoro “con sole inchieste sul campo” - che è poi anche lo slogan che hanno scelto per il programma – e quindi potete immaginare che tipo di difficoltà ne possano derivare. Appena sono venuto a conoscenza di questa notizia mi è venuta in mente subito la mai – da me – troppo compianta Ilaria Alpi, ed i problemi che quel tipo di giornalismo comporta. In questo caso poi mi sento particolarmente vicino alle due Vanguard-journalist sia perché – ripeto – credo che Current Tv sia la miglior cosa capitata nel palinsesto televisivo italiano, e sia perché quel modo di fare giornalismo è quel giornalismo che vorrei fare io una volta “abilitato”. Inshallah, direbbe qualche amico al di là del Mediterraneo. Diciamo che quel tipo di giornalismo – per venire incontro a chi non avesse mai visto Current – è molto simile a quello che fa Fabrizio Gatti (altra standing ovation personale) su L'Espresso o su Repubblica, con l'unica differenza che a Current Tv non si usa infiltrarsi nelle storie che si vuole raccontare.

Noi siamo sempre i primi a mobilitarci, siamo sempre i primi ad andare in soccorso di chi ha bisogno, checché se ne dica e se ne pensi. Per questo vi chiedo di fare il possibile affinché si possa fare pressione su governi ed opinione pubblica mondiale affinché Laura ed Euna possano tornare libere ed a svolgere il loro meraviglioso lavoro. Vediamo di non smentirci.

Qui trovate il sito aperto per raccontare cosa sta accadendo a Laura ed Euna: http://www.lauraandeuna.com/
Qui un piccolissimo excursus sul loro lavoro a Current Tv: http://www.lauraandeuna.com/bios/
Qui alcuni dei loro reportage: http://www.lauraandeuna.com/videos/
E qui come poterle aiutare: http://www.lauraandeuna.com/how-to-help/

Cina: un Xinjiang rosso, di sangue

di Alessia Virdis per Limes
Azgul martedì mattina è andata al mercato, quasi deserto. Con in tasca uno yuan e mezzo, voleva comprare, come sempre, un chilo di patate. Ma martedì, a Urumqi, con quei pochi spicci, di patate non se ne riusciva a comprare neanche mezzo chilo. Per la solita busta le hanno chiesto tre yuan e mezzo. E Yu per i soliti due chili di fagioli bianchi ha dovuto sborsare 12 yuan, mentre fino alla scorsa settimana ne bastavano quattro. Due miliardi di dollari intanto tintinnavano da ore nei portafogli di Roma e Pechino per i 38 accordi freschi, siglati durante il «grande successo» del viaggio di Stato in Italia del presidente cinese Hu Jintao. Quando i prezzi salgono, i mercati si svuotano e gli scaffali dei negozi mostrano solo la polvere sui ripiani, la tensione, solitamente, è già alle stelle. Accade anche nel Xinjiang di Pechino e Yu, che gli uiguri e Azgul chiamano Turkestan Orientale.
La polveriera del Xinjiang, strategica regione «autonoma» della Cina nordoccidentale, è esplosa, dopo sporadici scontri, nell’anno in cui il gigante d’Asia festeggia il suo 60mo compleanno, a pochi mesi di distanza dal 20mo anniversario dal massacro di Tian’anmen, a poco più di un anno dalla rivolta in Tibet, scoppiata a ridosso delle Olimpiadi di Pechino, dopo una lunga serie di «incidenti di massa». E’ esplosa proprio mentre Hu passeggiava tra il Colosseo e il Pantheon, veniva ricevuto dalle massime cariche dello Stato italiano, che nessun accenno hanno fatto al massacro (156 morti e 1.080 feriti per Pechino, tra i 600 e gli 800 morti per gli uiguri che contano solo le vittime della propria etnia) in sua presenza, lasciando al presidente della Repubblica Napolitano l’incombenza di ricordare almeno che «il progresso economico e sociale della Cina pone nuove esigenze in materia di diritti umani». Dov’è la «società armoniosa»? Agli occhi del mondo la rabbia dei cinesi Han e degli uiguri (etnia turcofona di fede islamica) del Xinjiang parla di scontro etnico, di insofferenze arrivate al limite, quando manca solo la goccia che fa traboccare il vaso. Lo scontro etnico sarebbe tra i cinesi Han, circa il 95 per cento della popolazione della Cina e circa il 40 per cento della popolazione del Xinjiang, e gli uiguri, che in tutto il gigante d’Asia sarebbero tra i sette e i nove milioni e circa il 45 per cento degli abitanti del Xinjiang. La miccia sarebbe stata il linciaggio a Guangzhou (Canton) di alcuni uiguri da parte di colleghi Han. Episodio sottovalutato, evidentemente, dalle autorità del Xinjiang, che potrebbero essere le prime a pagare, per di più alla luce di una rivolta che non è stata repressa prima che esplodesse. Anche se Azgul, prossima alle nozze, alla cerimonia ha invitato gli amici Han e gli amici Han quando sono scoppiati gli scontri a Urumqi le hanno suggerito di non uscire di casa. Azgul e i suoi amici Han convivono pacificamente, come accade in altre regioni tra gli Han e gli altri 20 milioni di musulmani cinesi di nove etnie, oltre a quella uigura. Per una parte degli uiguri, però, Pechino ha colonizzato il Xinjiang, mentre dalla capitale si ribadisce spesso che la regione è «una parte inseparabile della nazione cinese unita e multietnica».
Nel Xinjiang ci sono cinesi Han che convivono pacificamente con i cinesi uiguri, ma, suggeriscono le immagini e le notizie che arrivano dall’estremo nordovest del gigante d’Asia, ci sono anche risentimenti che covano da tempo e che fanno vacillare il sogno di una «società armoniosa» inseguito dal presidente Hu Jintao. Gli Han sono arrivati nel Xinjiang su invito, caloroso, di Pechino. La massiccia immigrazione è stata agevolata, così come avvenuto in Tibet, per evitare che la regione «autonoma» potesse sfuggire di mano al lontano e unico centro del potere. E oggi nel Xinjiang, ricco di risorse (75mila tonnellate di greggio al giorno nel 2007, ma ci sono anche carbone e gas) e grande cinque volte l’Italia, il potere è nelle mani degli Han, che fanno carriera e affari.
Il malcontento Han nei confronti degli uiguri, che come tutte le minoranze etniche non devono sottostare alla politica del figlio unico, sarebbe dovuto anche al fatto che questi ultimi goderebbero di privilegi, sussidi dal governo centrale e agevolazioni in modo da poter praticare la propria religione. Peccato che, denuncia a Limes l’attivista per i diritti umani Harry Wu*, in Cina «la libertà di religione non esiste per nessuno», se non sotto stretto controllo. «I tibetani e gli uiguri non possono praticare la propria religione», sottolinea Wu, ricordando che «Pechino considera la regione come una fonte alternativa di potere da cui potrebbe derivare autorità». «Come diretta conseguenza – osserva – i comunisti temono la religione e coloro che osano difendere il proprio sistema di valori». Tanto che «si sono spinti fino a nominare i propri vescovi e, chissà, forse un giorno potrebbero decidere di nominare un Papa!».
Pechino, che organizza ogni anno pellegrinaggi alla Mecca in occasione dell’Hajj per i musulmani cinesi, ha anche i suoi imam “di fiducia”. Il 77enne imam Chen Guangyuan, presidente dell’Associazione islamica di Cina, ha parlato dei fatti del Xinjiang lasciando ben trapelare di essere una pedina del governo all’interno della comunità islamica. L’escalation di violenza, ha detto, non è in linea «con la dottrina di base dell’Islam», rappresenta un «crimine grave», che ha compromesso la «stabilità e l’ordine sociale».
Gli uiguri, ha denunciato spesso la portavoce nel mondo della causa uigura Rebiya Kadeer, sono vittima di discriminazioni di ogni sorta, di «arresti arbitrari, torture ed esecuzioni», di una mortificazione della cultura e della religione. E gli uiguri non dimenticano neanche la distruzione del vecchio bazar di Kashgar con il trasferimento coatto di migliaia di famiglie dalle vecchie costruzioni tradizionali in nuovi edifici alla periferia della città.
Per Pechino, secondo cui come al solito chi tenta di parlare di proteste pacifiche sfociate nel sangue «sta cercando di trasformare il nero in bianco», i fatti del Xinjiang sono pura e semplice «violenza premeditata», organizzata all’estero da Rebiya Kadeer. Ma quest’ultima, ovviamente, ha respinto le accuse, definendole «completamente false». Il copione è lo stesso recitato nel 2008, cambiano gli attori. Lo scorso anno la rivolta del Tibet, infatti, era stata un complotto con la regia del Dalai Lama, che oggi si dice «preoccupato e profondamente rattristato» per quanto avviene nel Xinjiang. La Kadeer, sottolinea Wu, da tempo si batte per un «movimento non violento per la sua gente e non trovo affatto convincente la retorica del regime della Repubblica Popolare Cinese nel dimostrare il contrario».
Da anni Pechino promuove nel Xinjiang progetti in nome dello sviluppo, che contribuiscono anche a consolidare sempre più il legame tra la regione, ancora molto povera, e il resto della Cina. «La vita materiale della popolazione cinese è migliorata molto negli ultimi due decenni – ammette Wu – Tuttavia, ad oggi, i diritti politici di cui godono anche i cinesi Han sono molto limitati». In questo scenario, secondo Wu, «lo sviluppo economico di zone come il Turkestan Orientale viene utilizzato per celare, agli occhi della comunità internazionale, ogni possibile violazione dei diritti umani da parte del regime contro la popolazione uigura».
Oggi, prosegue, «le minoranze etniche godono di ben pochi benefici diretti dello sviluppo economico». Tutto perché, «lo sviluppo armonioso implica il silenzio degli oppressi sotto il regime comunista». E alle accuse, la leadership della Repubblica Popolare risponde sottolineando che rispetta le minoranze etniche e, nel caso degli uiguri come dei tibetani, ne ha migliorato le condizioni di vita, sia in termini economici che di accesso ai servizi sanitari e all’istruzione.
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Gli uiguri hanno legami culturali con l’Asia centrale. Migliaia di uiguri vivono in Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan e da tempo la Cina coltiva le relazioni con i suoi vicini, anche attraverso l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Negli anni Novanta nel Xinjiang sono stati frequenti gli attacchi sferrati da gruppi separatisti. Poi, dopo l’11 settembre, il Xinjiang è divenuto oggetto di una politica sempre più dura da parte di Pechino in nome della lotta al terrorismo. Le preoccupazioni per le attività degli uiguri separatisti sono cresciute alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino, con attacchi e azioni violente che hanno portato la paura fino allo Yunnan, nel sudovest della Cina. Gli uiguri, che negli anni Ottanta e Novanta hanno attraversato i confini della Cina per arrivare in Afghanistan e Pakistan, sono finiti anche a Guantanamo e dopo il rilascio alcuni sono stati accolti in Albania, altri alle Bermuda e presto 13 arriveranno a Palau.
A Roma facevano da contraltare alla passerella di Hu, emblema della diplomazia del sorriso, le notizie che arrivavano dal Xinjiang. Sorrisi al Quirinale con il Presidente della Repubblica, a Villa Madama con Berlusconi e anche con i Presidenti di Camera e Senato, stonavano con le notizie che lunedì trapelavano del massacro in corso nell’estremo nordovest della Cina. E se «il progresso economico e commerciale della Cina pone nuove esigenze in materia di diritti umani», gli affari (nel 2008 l’interscambio commerciale ha raggiunto quota 38,2 miliardi di dollari), però, possono prescindere dalla questione dei diritti. «Come dimostrano gli accordi definiti dal presidente Hu e dal governo italiano – osserva Wu – quello degli affari è un argomento facile di cui discutere. Le difficoltà vere arrivano quando si devono affrontare i diritti umani, questione che è stata omessa da entrambe le parti». Così Wu critica la politica del «coinvolgimento economico della Cina comunista» che avrebbe dovuto influire sul «sistema politico comunista». E spiega che «più la Cina diventa un attore economico potente a livello globale, più le sue pratiche divengono draconiane in merito alle libertà della sua popolazione». Tanto che «i sofisticati mezzi di repressione attualmente utilizzati dal regime comunista non hanno rivali al mondo».
Mentre la stampa iniziava a parlare di «caccia al musulmano» nel Xinjiang, a Roma la caccia agli affari cinesi e agli investimenti italiani nel gigante d’Asia dava buoni frutti. Pur sempre convinto (e forse non a torto) che la Cina non pagherà mai un prezzo politico all’estero per le sue ombre, Hu questa volta ha deciso di abbandonare l’Italia in fretta e furia, nella notte dopo una giornata di contestazioni, prima dell’inizio del G8, a margine del quale erano previsti un faccia a faccia con Barack Obama, «profondamente preoccupato» per l’escalation di violenza nel Xinjiang, e un bilaterale con Angela Merkel, che di diritti di uiguri avrebbe voluto parlare. Mercoledì, alla notizia di apertura dei lavori del G8, quando Hu è arrivato in patria, annullando anche la visita in Portogallo, si è contrapposta quella della decisione delle autorità cinesi di comminare la pena di morte ai responsabili dell’escalation di violenza nella regione «autonoma». Sinora Pechino ha fatto sapere di aver arrestato circa 1.500 persone in relazione ai fatti del Xinjiang.
Hu, dall’Italia, aveva margini stretti di manovra, poteva essere accusato di assenteismo e non poteva essere informato a 360 gradi di quanto stava avvenendo in patria, in modo da poter anche rispondere eventualmente di fronte ai leader del G8. Lontano Hu, il ministro degli Esteri Franco Frattini che poche ore prima aveva ricevuto il collega Yang Jiechi, ha fatto un appello affinché «quelle condanne non vengano né comminate né eseguite».
«La Cina rispetta la forza, solo la forza– osserva Wu – E’ solo adottando una posizione forte contro le violazioni dei diritti umani che avvengono quotidianamente che la comunità internazionale sarà in grado di porre fine alle perenni sofferenze della popolazione cinese». Gli uiguri, denuncia Rebiya Kadeer, come i tibetani e tutti i cinesi «sono vittime della politica del governo».

L’implacabile macchina della repressione cinese anche questa volta ha subito tentato di mettere il bavaglio a Internet, che, hanno fatto sapere martedì i responsabili cinesi, «è stato bloccato in alcune zone di Urumqi» per «fermare rapidamente le proteste e impedire che la violenza arrivi in altre zone». Eppure, come in Iran, è stato in parte il web a non far calare il silenzio su quanto avvenuto nel Xinjiang, grazie ai social network e a YouTube. Con il telefonino in mano c’è anche chi a Urumqi ha mostrato la foto del marito che viene arrestato. Per la Cina, che pure ha concesso a una sessantina di giornalisti stranieri di entrare nel capoluogo del Xinjiang per un “giro di propaganda”, rovinato da una manifestazione di donne uigure, i fatti del Xinjiang restano un affare interno, da cui il mondo deve rimanere fuori, dopo aver capito che gli aggressori sono gli uiguri. Tra gli Han non manca chi ritiene che il governo non abbia usato il pugno di ferro contro gli uiguri, contro le loro «violenze selvagge», una minaccia per la patria. Le immagini di cadaveri per le strade, quando arrivano sugli schermi delle televisioni cinesi, servono a ricordare dove sta il “Male” e come va affrontato. Il nazionalismo, in Cina, è anche desiderio di stabilità da cui trasuda il timore di fare passi indietro e si traduce in consenso per le politiche di Pechino. Poi ci sono le voci soppresse o inascoltate e il silenzio. E ora l’abilità sta nel riuscire a non spaccare il Paese. A Pechino, da martedì, è sparito un noto economista uiguro. E’ la «società armoniosa», la Cina che si prepara a spegnere 60 candeline.


Speciale: Scontri nello Xinjiang: domande e risposte.

* Wu, classe 1937, da 30 anni vive negli Stati Uniti dopo aver trascorso 19 anni in diversi laogai della Cina. Arrestato nel 1956 per critiche al Partito comunista cinese, Wu, in 12 diversi campi, è stato costretto a estrarre carbone, costruire strade e lavorare la terra subendo pesanti torture. E’ il fondatore della Laogai Research Foundation, con sede a Washington, e autore di Laogai. L’orrore cinese (Spirali, 2008)

Un altro mondo è possibile: 8Grandi vecchi e futuri nuovi...

8 anni fa, a Genova, finì con un ragazzo 23enne a terra, morto per aver esercitato il suo diritto ad urlare che il mondo così com'era gli faceva schifo. E finì con un altro ragazzo, di due anni più piccolo - se non ricordo male a quel tempo era militare di leva - che con una divisa addosso venne mandato in servizio nel capoluogo ligure. La connessione tra questi due ragazzi, che magari se non fosse stato per quell'episodio mai e poi mai avrebbero incrociato le strade la sapete tutti, visto che sto parlando di Carlo Giuliani e di Mario Placanica.
Non mi interessa qui riprendere le polemiche che ci sono state. Non mi interessava a dir la verità nemmeno tanto tempo fa. Anche perché non sono mai riuscito - al contrario di molti - ad addossare la colpa ad un ragazzo 21enne in preda al panico. Preferisco attribuire la colpa della morte di Carlo Giuliani ad un sistema che se fosse stato giusto non lo avrebbe portato in piazza per sommare il suo diritto al dissenso a quello di tanti altri che come lui condividono quegli ideali.
La cultura mainstream ci definisce "no-global". Espressione poetica e suggestiva, per citare un verso di una nota canzone di Giorgio Gaber. La coltura mainstream, quella dei cervelli ammaestrati ci definisce in tanti modi: delinquenti, bestie, criminali senza nemmeno sapere che il termine "no-global" già al tempo di Genova voleva dire tutto e niente. Perché il movimento dei movimenti è, pardon era - appunto - plurimo. Ogni no-global era anche qualcos'altro. Ma questo chi è al di fuori, chi si ferma a considerare solo le apparenze, sembra non capirlo, e forse non può nemmeno capirlo.
Oggi forse è anche più difficile, visto che non esistono più le figure che convogliavano attorno a sé quei mondi (penso, tanto per rimanere al nostro paese a figure come Agnoletto, Casarini o Caruso, che oggi o hanno abbandonato i movimenti per sedersi su più comodi scranni nazionali od internazionali o hanno abbandonato - come Casarini - la testa del movimento). Quindi oggi, almeno da come la vedo io, non si può nemmeno parlare più di tanto de "il movimento no-global", semplicemente perché quell'esperienza, quel modus vivendi non esiste più.
Siamo diventati probabilmente più liquidi, per usare un'espressione tanto cara a Zygmunt Bauman.

Dobbiamo trovare nuovi modi di fare, nuovi modi di lottare per quell'altro mondo che una volta era il principio e la fine di tutto. Dobbiamo trovare nuovi modi per rispondere ad un Potere che è sempre - inesorabilmente ed instancabilmente - lo stesso.
Sono passate crisi, sono cambiati i governi nazionali ma i potentati, le istituzioni che dettano le regole di disuguaglianza sono sempre lì. Sempre loro, sempre identici.
Già il fatto che il destino di 6.750.819.383 persone sia deciso ufficialmente da 8 persone (o - come titolava l'Espresso - 7 e mezzo...) dovrebbe far pensare a quanto una situazione simile porti disuguaglianza. E la disuguaglianza porta malcontento. Ed il malcontento porta rabbia, porta violenza. E quegli 8 che qualcuno chiama "grandi" non si sa per quale virtù acquisita sanno rispondere a questa rabbia, la degna rabbia come la definirono in Messico alcuni mesi or sono (e parlo di Sud America non per caso, ma ci tornerò in seguito...), solo con la repressione. Solo con altri Carlo ed altri Mario.
E la mia paura - che spero rimanga solo tale - è che venerdì sera, quando il teatrino dei "grandi" sarà finito ci toccherà rifare i conti con un altro Carlo. Spero sinceramente di no, ma da come si stanno mettendo le cose...

Ma veniamo ad una delle mie tante - troppe - solite, domande: a cosa serve quella parata di gente tutta incravattata ed ingiacchettata, di quei militari in assetto antisommossa con i loro capi in alta uniforme? Stamattina guardavo la diretta di Sky per l'arrivo di Obama, di Medvedev e degli altri. Ovviamente tutti arrivavano con l'aereo personale e mi chiedevo: un aereo di quel tipo quanto consuma? So che sembra una domanda da uno che di mestiere fa il benzinaio. Però pensateci: parliamo tanto di domeniche ecologiche, di auto inquinanti e poi permettiamo a questi signori di spostarsi con questi enormi elefanti per trasportare mogli, consiglieri, guardie del corpo (non dico nani, ballerine e giullari di corte perché quelli li trasportiamo quando i G8 non si fanno in Italia...)! Non c'è niente di più piccolo? Non c'è niente che magari permetta di salvaguardare la salute del pianeta - che alcuni di quei signori dicono di avere a cuore - permettendo al contempo di svolgere ugualmente gli incontri tra i potenti? Non so a voi, ma a me viene in mente una cosa con la quale si potrebbe avere il G8 e non inquinare praticamente niente. E' una cosa straordinaria, piccola. Talmente piccola che si potrebbe tranquillamente tenere in mano. E' uno strumento "rivoluzionario": una web-cam! Una volta avevano inventato le video-conferenze. Invece che far venire tutti qua (o comunque far incontrare tutti in un luogo specifico...) ognuno se ne sta di fronte al suo pc, webcam e magari Skype accesi e via, le jeux sont faits!! O forse sbaglio?

Ma veniamo e concludiamo - come vi annunciavo - al Sud America.
Io credo che se un nuovo mondo debba essere creato - e parto sempre da quel vecchio slogan: "another world is possible"- si debba partire da alcune esperienze che ci vengono proprio da lì, dal Messico con gli Zapatisti, dall'Argentina con l'esperienza delle autogestioni nelle fabbriche, e da tanto, tanto altro.
Chavez, Morales, Lula (anche se in quest'ultimo caso ho qualche remora...) hanno in mano il futuro del mondo. Il nuovo mondo. Perché non iniziare a dargli ascolto (magari creando una specie di Consiglio Permanente con i "grandi vecchi" ed i "futuri nuovi")?

p.s...potete scaricare cliccando qui la Carta di Montevecchio redatta nei giorni scorsi nel Gsott8, la risposta dal basso al G8